domenica 1 marzo 2026

Non dimentico

                                                                

Ci possiamo dimenticare di

qualcuno, ma non di chi si ama.


Anche di notte, quando sogni le

anime sante che ti hanno guidato

tenendoti per mano lungo anonimi

sentieri calpestati per la prima volta.


I silenzi diventano angoscianti se il

passato ritorna e non accarezzi più

i volti di chi hai amato e ti ha amato.


Non dimentico mia madre che mi ha

cullato con tenerezza e la donna che,

insieme a me, ha scoperto la voluttà

del proibito e la complicità d’amare.


E non dimentico il mio sole che sa

di primavera, fonte di turbamenti ed

estasi, da attraversare con innocenza.


Sospiro per l’incertezza che mi sta accanto

e non completo i passi per salire sull’altare.

 

                         Giuseppe Romano


1/03/2026



 

sabato 28 febbraio 2026

Mantova, da Mantegna a Rubens: una città vicina con tanta storia da raccontare.

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Mantova, da Mantegna a Rubens: una città vicina con tanta storia da raccontare.

Relatore: Prof.ssa Luciana Calzà.


L’interessante argomento che l’Università del Tempo Libero propone nella lezione di oggi riguarda la storia di Mantova, una città nota per le bellezze artistiche legate ai suoi monumenti e ai Gonzaga che ne furono i Signori dal 1328 fino al 1707.

Mantova nacque su due isolette create dai detriti del Mincio e tutt’ora è bagnata per tre lati dal fiume che forma a nord-ovest il Lago Superiore, a nord-est il Lago di Mezzo, ad est il Lago Inferiore.

Il luogo fu occupato prima dei Romani e, in età non precisabile, III o IV Secolo, si ebbe a Mantova la diffusione del Cristianesimo, come attestano la tradizione di San Longino e il culto delle reliquie del Sangue di Cristo, custodite nei Sacri Vasi nella Basilica di Sant’Andrea.

Caduto l’Impero Romano, la città subì le invasioni dei barbari e le diverse denominazioni di Goti, Bizantini, Longobardi e Franchi, finché, intorno all’anno Mille, entrò a far parte dei domini feudali della famiglia degli Attoni, detta Canossa, la cui ultima rappresentante fu la Contessa Matilde (1046-1115).

Dopo la morte di Matilde di Canossa, Mantova si resse a libero Comune e, difendendo la propria libertà dalle forze imperiali, si abbellì di magnifici edifici (Palazzi del Broletto e della Ragione), prosciugò le acque palustri del Mincio e si cinse di mura.

Nel 1273 Pinamonte Bonacolsi si impadronì del potere e la sua famiglia signoreggiò su Mantova per oltre mezzo secolo accrescendone la floridezza e la bellezza artistica e realizzando Palazzo Bonacolsi, quello del Capitano, l’Arengarlo, la Magna Domus e le chiese del Gradaro e di S. Francesco.

Nel 1323 fu ucciso Rainaldo, l’ultimo dei Bonacolsi, a seguito di una rivolta popolare, e i Corradi da Gonzaga acquisiscono il potere sottraendolo alle ambizioni degli Scaligeri.

Sotto i Gonzaga, nominati marchesi nel 1433 dall’Imperatore Sigismondo e duchi nel 1530 da CarloV, Mantova divenne capoluogo di un notevole stato e conobbe un periodo di gloria militare e di splendore artistico durato circa quattro secoli. In questo periodo furono costruiti diversi edifici, veri capolavori d’arte, fra i quali il Castello di San Giorgio e il Santuario delle Grazie, e molti illustri artisti (Ariosto, il Tasso, il Correggio, il Tiziano e il Cellini), chiamati da Gianfranco Gonzaga, arricchirono i monumenti della città delle loro opere. Ludovico Gonzaga accolse ed esaltò la nuova arte rinascimentale ospitando il Brunelleschi, il Farnelli, l’Alberti, il Laurana, il Mantegna e il Poliziano.

Furono Leon Battista Alberti e Andrea Mantegna a dare l’impronta alla Mantova dei tempi d’oro; dopo, trascorsi gli anni fecondi in cui Isabella d’Este teneva corrispondenza con i massimi artisti e letterati di tutta la penisola, s’aprirà una splendida e generale decadenza con il lungo regno di Giulio Romano, che, oltre alla creazione del Palazzo del Te, si occupò del riordino urbanistico della città .

Nel 1627 si estinse la linea primogenita dei Gonzaga ed iniziò così anche la lenta decadenza di Mantova finché nel 1707, deposto l’ultimo discendente della dinastia, la città passò sotto il dominio austriaco.

Il palazzo Ducale è stata la residenza principale dei Gonzaga e assunse la denominazione di Palazzo Reale durante la dominazione austriaca a partire dall’epoca di Maria Teresa d’Austria regnante.

Ambienti distinti e separati tra loro, furono costruiti in epoche diverse a partire dal XIII secolo, inizialmente per opera della famiglia Bonacolsi e successivamente su impulso dei Gonzaga. Fu il duca Guglielmo ad incaricare il prefetto delle fabbriche Giovan Battista Bertani perché collegasse i vari edifici al fine di creare, a partire dal 1556, un unico grandioso complesso monumentale e architettonico. Morto Bertani nel 1576, l’opera fu proseguita e completata da Bernardino Facciotto. L’interno del palazzo è quasi spoglio perché i Gonzaga, una volta impoveritisi, dovettero vendere opere d’arte e arredi, sottratti in parte successivamente da Napoleone.

Il palazzo del Capitano, che si affaccia su piazza Sordello, è l’edificio più antico del palazzo Ducale. Voluto da Guido Bonacolsi sul finire del duecento, inizialmente è stato costruito su due piani e nei primi anni del 1300 fu rialzato di un piano ed unito alla Magna Domus dalla monumentale facciata con portico. Il secondo piano aggiunto è costituito da un unico enorme salone, detto dell’Armeria, o Salone della Dieta, in quanto ospitò la Dieta di Mantova del 1459.

Altri nuclei dell’edificio sono:

- Corte Vecchia, che si affaccia su piazza Sordello;

- Corte Nuova, che si affaccia sul lago;

- Castello di San Giorgio, che si affaccia sul lago.

Il Castello di San Giorgio è uno dei monumenti più rappresentativi della città di Mantova e fa parte della Reggia dei Gonzaga.

Costruito sulle macerie della chiesa di Santa Maria di Capo di Bove a partire dal 1395 e concluso nel 1406 è un edificio a pianta quadrata costituito da quattro torri angolari e cinto da un fossato con tre porte e relativi ponti levatoi.

Isabella d’Este, moglie di Francesco II Gonzaga, chiamò presso la corte numerosi artisti (Andrea Mantegna, il Perugino, Leonardo da Vinci, Ludovico Ariosto e Baldassare Castiglione) contribuendo a fare di Mantova una delle maggiori corti europee e centro artistico letterario.

Il Castello rimane per circa un secolo la residenza del principe ed è famoso per le sue sale (de Soli, degli Stemmi, degli Affreschi, ecc.), tra le quali la più famosa è la “Camera degli Sposi” , meravigliosa stanza del piano nobile del torrione nord-est opera di Andrea Mantegna.

Realizzata nell’arco di nove anni (1465–1475) riadatta lo spazio augusto della stanza cubica con volte su lunette in un susseguirsi di realtà e finzione conferendo all’ambiente un’atmosfera “en plein air”, dando l’idea di trovarsi in un finto loggiato. Lo spazio di ogni parete della camera è stato diviso dall’artista in tre aperture che trasmettono allo spettatore, attraverso ampi archi, paesaggi bucolici e tende mosse dal vento.Gli affreschi sono stati realizzati sia a secco, sia a fresco.

Due sono le scene raffiguranti componenti della famiglia Gonzaga: la “Scena della Corte” e la “Scena dell’Incontro”. In esse il Mantegna rende omaggio ai mecenati che tante committenze gli hanno procurato.

La volta è composta da un soffitto ribassato e al centro si trova il bellissimo “oculo di cielo” dal quale si affacciano putti stupiti e belle donne che osservano dall’alto e sono raffigurati alcuni momenti e fatti della vita dei Gonzaga; si vede una balaustra dalla quale si sporgono una dama di corte, accompagnata dalla serva di colore, un gruppo di domestiche, una dozzina di putti, un pavone e un vaso. La varietà delle pose è estremamente ricca, improntata ad una totale libertà di movimento dei corpi nello spazio, dando un effetto illusionistico eccezionale.

La “Scena della Corte” è un’immagine domestica, dove il Gonzaga Ludovico III è seduto su uno scranno, sotto il quale c’è il suo cane preferito, dietro di lui sta in piedi il terzogenito Gianfrancesco, con sulle spalle un bambino, al centro Vittorino da Feltre, precettore del marchese e dei figli, al centro la moglie Barbara di Braganza con una bambina alle ginocchia, inoltre altri personaggi e in basso sta la nana di corte Lucia che guarda direttamente lo spettatore.

Rappresentato è un servo che si avvicina per consegnarli una lettera, che il Gonzaga tiene fra le mani. In questa lettera viene data notizia che il figlio Francesco viene fatto cardinale.

La “Scena dell’Incontro” ci narra l’incontro di Ludovico III con il figlio Francesco eletto cardinale. Nella scena due bambine in basso e in alto si intravede una città, con dei tratti di Roma, dove si nota il Colosseo. Una città ideale che sta al di sopra della città reale.

In questi affreschi troviamo tutto: il cielo e la terra, l’alto e il basso, gli uomini e gli animali, e tutti i contrasti trovano un’armonizzazione assoluta, come succede nella grande arte.

Sono affreschi importanti per due motivi:

1) - Mantegna è un pittore famoso per essere innamorato dell’antichità, quindi un classicista e dipinge i suoi quadri con capitelli e colonne. In questa stanza fa una cosa diversa, supera questa rigidezza classicista e in primo piano vi sono i volti delle persone note che ha voluto ritrarre.

2) – Le pareti dipinte dell’epoca si basavano su eventi biblici, su fatti mitici, mentre in questo caso vengono descritti avvenimenti connotati alla realtà, al presente, diventando così arte universale e assoluta.

Andrea Mantegna (Isola di Carturo, oggi Isola Mantegna, 1431 – Mantova , 1506) si formò a Padova nella bottega di Francesco Squarcione, dove sviluppò un forte interesse per l’arte classica, la prospettiva e lo studio dell’anatomia. Dal 1460 lavorò stabilmemnte a Mantova come pittore di corte dei Gonzaga, realizzando il suo capolavoro (la Camera degli Sposi), celebre per l’illusionismo prospettico e il famoso oculo dipinto. Tra le sue opere si ricordano anche il Cristo morto, la Pala di San Zeno e numerose incisioni, ebbe una grande influenza sull’arte rinascimentale e lasciò una eredità fondamentale per lo sviluppo della prospettiva e del linguaggio classico.

Scesi dalla Camera degli Sposi si può accedere alla Corte Nuova, salendo lo scalone di Enea, edificata nel 1536 da Giulio Romano. L’appartamento Grande è composto da varie stanze fra cui la Sala di Troia con il soffitto e le pareti affrescati con vicende della Guerra di Troia.

La Corte Vecchia ha anch’essa splendide sale decorate e affrescate, con la Sala di Amore e Psiche.

Il Palazzo della Ragione e la Torre dell’Orologio si trovano in Piazza delle Erbe e fanno ombra alla piccola Rotonda di San Lorenzo, chiesa romanica dell’anno 1000 circa. Sempre in Piazza Erbe c’è la Casa del Mercante del 1455 che rammenta i viaggi del mercante Boniforte da Concorezzo.

Una figura che ha segnato profondamente il Rinascimento a Mantova è stato Leon Battista Alberti, nato a Genova nel 1404 da famiglia fiorentina in esilio, che studiò diritto canonico all’Università di Bologna, ma con una formazione più ampia che comprendette letteratura, matematica, filosofia, scienze e arti figurative. Fu architetto, teorico dell’arte, scrittore e matematico e collaborò col marchese Ludovico III Gonzaga, rinnovando la città di Mantova e progettando la Basilica di Sant’Andrea e il Tempio di San Sebastiano.

Alberti fu una delle figure artistiche più poliedriche del Rinascimento per il suo interesse nelle più varie discipline, alla ricerca continua di regole teoriche e pratiche, in grado di guidare il lavoro degli artisti fino alla morte nel 1472.

A Mantova, nel 1600, giunge, come pittore ufficiale di Vincenzo I Gonzaga, Pieter Paul Rubens per iniziare un nuovo rapporto artistico con la Città, Palazzo Te, i Gonzaga.

Un nuovo momento da vivere e raccontare al prossimo incontro con la Prof.ssa Calzà.



                                                                         Giuseppe Romano


Malcesine, 25 Febbraio 2026

 

giovedì 19 febbraio 2026

L'universo femminile di Klimt fra sensualità e raffinatezza.

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- L’universo femminile di Klimt fra sensualità e raffinatezza.

Relatore: Prof.ssa Claudia Petrucci.


Il percorso culturale proposto in quest’Anno Accademico dell’Università del tempo libero riguarda oggi un artista che ha segnato gli anni a cavallo tra il 1800 e il 1900 con le sue opere e le sue intuizioni. Anni che avevano affrontato i movimenti patriottici di indipendenza in Europa, nonché diverse scoperte scientifiche che avrebbero rivoluzionato il mondo iindustriale mondiale, indirizzando la vita di popoli verso nuovi sentieri, dando inizio all’era moderna.

L’autore che conosceremo è Gustav Klimt, pittore viennese, e ad accompagnarci in questa nuova conoscenza sarà la Prof.ssa Claudia Petrucci che, attraverso alcune opere dell’autore, ci farà un’analisi critica della pittura di Klimt, con la tecnica da lui utilizzata che ha segnato un percorso unico nella pittura mondiale.

Gustav Klimt nacque il 14 luglio 1862 a Baumgarten, sobborgo di Vienna, secondo di sette fratelli. Il padre Ernst, nativo della Boemia, era un orafo e si presume che il figlio, per mezzo di lui, imparò l’arte di usare l’oro nella pittura. Nel 1876 Gustav venne ammesso a frequentare la scuola d’arte e mestieri dell’Austria, dove studiò arte applicata fino al 1883, imparando diverse tecniche artistiche e formando alcuni personali orientamenti di gusto.

I frutti di tanto arricchimento lo portano ad avere commissionati alcuni lavori (decorazione di un cortile del Kunsthistoriches Museum, pittura di quattro allegorie del Palazzo Sturany a Vienna e del soffitto della Kurhaus di Karlsbad), che lo aiutarono ad avere presto notorietà negli ambienti artistici, nonché la tranquillità economica.

Nel 1888 Klimt riceve, a riconoscimento del suo talento artistico, una benemerenza ufficiale dall’imperatore Francesco Giuseppe e la nomina a Membro Onorario dalle Università di Monaco e Vienna.

L’attività artistica favorisce relazioni amorose con diverse donne (Klimt sarà riconosciuto padre di quattordici figli), anche se l’unica donna che gli sarà compagna fino alla sua morte sarà Emilie Floge.

Nel 1897 Klimt fonda, insieme ad altri diciannove artisti, la “Secessione Viennese”, movimento che, attuando anche il progetto di un periodico-manifesto del gruppo (Primavera sacra) che venne pubblicato mensilmente fino al 1903, aspirava a portare l’arte al di fuori dei confini della tradizione accademica, nonché alla rinascita delle arti e mestieri.

Nel 1903 Klimt si recò due volte a Ravenna dove conobbe lo sfarzo dei mosaici bizantini che gli suggerì, con l’esperienza fatta in oreficeria con il padre ed il fratello, un nuovo modo di trasfigurare la realtà.

Ha inizio il “periodo aureo” con la nascita di alcuni capolavori più celebri come “Giuditta”, “Ritratto di Adele Bloch-Baurer”, “Il bacio”, dove Klimt si presenta convertito all’oro di Bisanzio.

Le tele dell’artista, oramai prossimo ai quarant’anni, si arricchiscono di una spiccata dimensionalità del loro stile e di pregnanti simbolismi con la prevalenza di figure femminili arricchite di un armonioso erotismo.

Il periodo aureo si chiude nel 1909 con l’opera “Giuditta II^”, un’opera caratterizzata da cromie più scure e forti che danno l’avvio al “periodo maturo” dell’artista.

Dopo la stesura di “Giuditta II^ Klimt ebbe un periodo di crisi esistenziale e artistica, l’impero austriaco collassa definitivamente con la prima guerra mondiale e molte certezze artistiche in Klimt cominciano a venir meno; il “periodo maturo” è caratterizzato dall’abbandono del fulgore dell’oro e delle eleganti linee Art Nouveau.

Tra il 1916 e il 1917 dipinge il “Ritratto di Signora”, acquistato successivamente da un industriale piacentino, e il 6 febbrario 1918, colpito da ictus e polmonite, muore a Vienna dove viene sepolto.


Come ci ha illustrato la Prof.ssa Petrucci, per Klimt la donna è stata sempre protagonista nei suoi quadri, dalle prime allegorie al periodo d’oro, agli ultimi dipinti caretterizzati da cromatismo di gusto Espressionista. E dipingere una donna bella, famosa e facoltosa, oltre che fonte di guadagno, costituiva possibilità di instaurare con lei un rapporto privilegiato, una amicizia amorosa utile ad esplorare il mistero dell’universo femminile; una tematica molto vivace nella cultura decadentista di fine ottocento.

A differenza della pittura di fine secolo, dove la donna assume i connotati di un idolo malefico, Klimt guarda al femminile con idolatria, dipigendo la donna con realismo; in Giuditta l’espressione della donna è carica di torbida voluttà, con la bocca dischiusa e gli occhi socchiusi e dietro la testa, sul fondo oro è disegnato un paesaggio arcaico di alberi, montagne e viti.

Del periodo d’oro anche “Il Bacio”, l’opera più famosa di Klimt, è un quadro dove l’uso dell’oro e di frammenti preziosi rendono magica l’atmosfera; emergono i volti di due giovani amanti, sprofondati l’uno nell’altro e uniti dall’estasi amorosa. Una nuvola d’oro li confina lontani dal tempo e dallo spazio dove l’unione carnale è sublimata dall’oro e la donna diventa fonte di vita e di speranza.

Le donne assumono con disinvoltura pose plastiche e accattivanti, emergono, come incastonate nell’oro, con sguardi languidi, talvolta spietati, sempre velatamente e inesorabilmente consapevoli. Corpi femminei sottili e sinuosi, che culminano in un tripudio di chiome rigogliose e conturbanti. Donne decise e indipendenti a testimoniare l’evoluzione del nuovo tempo; donne giovani raffigurate in atteggiamenti erotici, in gravidanza o al crepuscolo della vita seguendo il ciclo naturale del divenire e del trascorrere, testimoniando splendori e consunzione dell’impero austriaco in dissoluzione.


A conclusione dell’analisi sulla pittura di Gustav Klimt, si ritiene opportuno dire, considerato il luogo che ospita i nostri incontri culturali, che il pittore nel 1903, in occasione di un suo breve viaggio in Italia, giunse per la prima volta sul Lago di Garda e, in una successiva visita (1913), tornò per una vacanza che lo condusse a Malcesine in Val di Sogno dove soggiornò nell’allora “Villa Gruber”.

Da una stanza della villa realizzò, sicuramente con l’aiuto di un cannocchiale, “Malcesine am Gardasee” e “Kirche in Cassone”, mentre da zona del “Dos de Feri” “Italienische Gartenlandschaft” che, sullo sfondo mostra le ripide pareti della sponda occidentale del lago.

Sono questi gli unici tre dipinti fatti all’estero.


                                                                             Giuseppe Romano


Malcesine, 18 Febbraio 2026

venerdì 13 febbraio 2026

Federico Barbarossa: la storia dell'Imperatore del Sacro Romano Impero.

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Federico Barbarossa: la storia dell’Imperatore del Sacro Romano Impero.

Relatore: Prof.ssa Donatella Danieli.


Nel vasto panorama della storia medievale, un personaggio che ha condizionato il percorso dei popoli europei negli anni 1.000 è stato l’Imperatore del Sacro Romano Impero Federico Barbarossa.

Sarà la Prof.ssa Donatella Danieli a narrarcene la vita e la storia al fine di illuminarci sul cammino che questo condottiero ha percorso.

A metà del XII secolo, in una Europa frammentata da diversi territori, nasce nel Castello di Waibligen in Germania Federico, figlio del Duca di Svevia Federico II di Homenstalfen (1090-1147); sua madre Giuditta era figlia del Duca di Baviera, detto Il Superbo, appartenente alla potente dinastia dei Guelfi.

Federico poteva pacificare le due grandi famiglie rivali (Guelfi e Ghibellini), ma quando Corrado III, re di Germania, morì prematuramente designò il nipote Federico a suo successore; Federico venne eletto all’unanimità re di Germania e, memore dei propri natali, ricondusse l’ordine nella Nazione per sottrarre la monarchia tedesca all’influenza della Curia Romana.

L’ambizioso progetto politico del nuovo Re era quello di restaurare l’unità imperiale, indebolita dall’autonomia dei Comuni italiani e dalla forza politica, oltre che religiosa, del Pontefice, al fine di riaffermare l’autorità imperiale sui comuni che, diventati autonomi, riscuotevano le tasse e coniavano una propria moneta appropriandosi delle cosidette “Regalie Imperiali”.

Nel 1153 Federico indice una Dieta a Costanza con l’ausilio dei nobili tedeschi e la partecipazione di Emissari del Papa.

Federico riceve la promessa di essere incoronato Imperatore a Roma se avesse ripristinato in Città il potere papale, minacciato dai romani e da Arnaldo da Brescia, e se fosse intervenuto contro la Città di Milano che voleva espandersi verso il Comune di Lodi che verrà distrutto dai milanesi

per la seconda volta nel 1158.

La Dieta di Costanza diviene, pertanto, l’occasione per preparare una spedizione in Italia con lo scopo di ottenere la corona imperiale dal Papa ed imporre ai comuni italiani un maggiore controllo per impedirne una piena autonomia.

Nel 1154 convoca una Dieta a Roncaglia per riprendere il controllo sui comuni e ribadire il diritto imperiale a riscuotere le regalie, ma provoca il malcontento dei comuni lombardi che chiedono anzi una maggiore autonomia. La risposta di Federico è feroce e nell’aprile del 1155 rade al suolo Tortona colpevole di essere amica di Milano.

Nel 1155 viene incoronato Re d’Italia a Pavia (15 Aprile) e Imperatore dal Papa a Roma (18 Giugno).

Arnaldo da Brescia viene condannato dal Papa al rogo e viene messo fine al Comune di Roma con i romani che affibbiano a Federico il soprannome di “Barbarossa” dal colore della sua barba.

Federico ritorna in Germania, attraversando le Alpi, con un appellativo che, per le credenze dell’epoca, richiamavano vari pregiudizi negativi attribuiti a quel colore rosso che incorniciava il volto e i capelli dell’Imperatore.

Nel 1157 il Papa invia a Federico Barbarossa, che si trovava a Besancon, un legato pontificio per chiedere la liberazione dell’Arcivescovo di Luni ricordandogli che gli aveva concesso la corona imperiale e che avrebbe potuto concedergli altri “Benefici”, con ciò facendo intendere che considerava l’Impero un Feudo della Santa Sede. Federico, sdegnato, fa sapere al Papa che lui l’Impero lo aveva ricevuto direttamente da Dio per il tramite del Papa.

Nel 1158 Federico torna nuovamente in Italia, convoca una seconda Dieta a Roncaglia, redige un elenco di diritti regi di cui si erano appropriati i Comuni italiani ed emana la “Constitutio de Regalibus” e la “Constitutio Pacis” al fine di costruire uno stato in cui tutti i poteri derivano dall’Imperatore sulla base del diritto.

La frattura definitiva tra il Barbarossa e i Comuni avviene con la nomina di Podestà Imperiali in ogni città.

Le nuove imposizioni dell’Imperatore suscitano la ribellione di molti comuni guidati da Milano e sostenuti dal Papa Alessandro III; l’Imperatore allora nomina un antipapa, scomunicato dal Papa Alessandro III, e nel 1162 rade al suolo Milano e successivamente, con l’arrivo dell’inverno, si acquartiera prima a Pavia e poi a Lodi. Dopo circa un anno la città si arrende e i milanesi vengono costretti all’esilio per 5 anni.

Per controllare i Comuni l’Imperatore invia Ufficiali Imperiali fidati che, però, vengono cacciati via da molte città a causa della tirannia alla quale venivano sottoposte.

Nel 1167 diversi comuni si alleano e formano la “Lega Lombarda”, sostenuta da Papa Alessandro III, iniziando una guerra che dura diversi anni.

Federico scende in ottobre per la quarta volta in Italia e indice la Dieta a Lodi; le Città presentano all’Imperatore numerose lagnanze che non vengono da lui raccolte. Al suo ritorno in Germania la Lega fonda, contro le prerogative dell’Imperatore, sfidandolo, una nuova Città in onore del Papa battenzandola Alessandria.

Intanto alcune città venete si erano alleate nella “Lega Veneta” e con i Comuni della “Lega Lombarda”. stringono una alleanza con il Giuramento di Pontida.

Il Giuramento di Pontida è messo in dubbio dagli storici perché non compare sui documenti dell’epoca e viene citato solo nel 1505; è certo che l’accordo tra i comuni prevede la difesa dall’Imperatore e dalle vessazioni dei ministri imperiali.

La storia del Giuramento di Pontida viene ripresa durante il Risorgimento dai “patrioti” italiani come esempio di liberazione dallo straniero per la conquista dell’indipendenza nazionale.

Federico Barbarossa nel 1174 annuncia, in una Dieta convocata a Ratisbona, una spedizione (la quinta) in Italia, ma il cugino “Enrico il Leone” si rifiuta di sostenere militarmente la spedizione.

Con solo 10.000 uomini, conquista alcune città del Piemonte e cinge d’assedio Alessandria per 7 mesi. La città resiste respingendo gli assalti imperiali, dando la possibilità alle milizie della Lega di correre in soccorso e costringendo l’Imperatore ad abbandonare il campo. Il 28 Maggio 1176 a Legnano la Lega sconfigge l’esercito imperiale.

Dopo la sconfitta di Legnano viene firmata a Venezia una tregua di 6 anni, con il riconoscimento di Papa Alessandro III come unico Papa. La Repubblica di Venezia assurge a mediatrice di livello internazionale, conquistando patti commerciali e la garanzia imperiale per i propri cittadini.

La tregua ridimensiona sul piano politico-militare la figura dell’Imperatore pur riconoscendolo sul piano diplomatico.

Preludio alla pace di Costanza, segna il fallimento del sogno universalistico di Federico e del suo tentativo di imporre un controllo diretto ai comuni italiani, riconoscendone l’autonomia.

Il 25 Giugno 1183, a Costanza, viene firmata la pace tra Federico Barbarossa ed i Rappresentanti della Lega Lombarda con il riconoscimento ai Comuni dell’autonomia politica e giuridica e la possibilità di emanare statuti; i Comuni si obbligano a prestare giuramento di fedeltà all’Imperatore, sottoponendo alla sua approvazione i nomi dei Consoli eletti.

Caduta Gerusalemme (1189) nelle mani dell’Emiro Salh-Ed-Din, Papa Gregorio VIII indice una nuova crociata e Federico Barbarossa, consapevole del suo ruolo di difensore della Chiesa, decide di raggiungere la Terrasanta alla testa di 12.000 uomini e 3.000 cavalieri, insieme al secondo figlio Federico Duca di Svezia e molti Vassalli.

Giunti sulle sponde del fiume Saleph (noto anche come Goksu), l’Imperatore, mentre stava attraversando il fiume, cadde improvvisamente nelle basse acque del fiume anatolico non riuscendo più a riemergere.

La morte giunge, quindi, in circostanze poco chiare (disarcionamento da cavallo, infarto, shock termico dovuto alla bassa temperatura delle acque del fiume); per lo storico arabo Ibn al-Athir Federico muore annegato a causa della pesante armatura indossata e l’esercito perde la sua compattezza per seguire in parte il figlio, che porta lo stesso nome Federico, fino ad Acri dove trova la morte anche lui.

La morte di Federico Barbarossa dà adito a diverse leggende, con l’Imperatore che, svegliatosi dopo una straordinaria battaglia, sorge il giorno del giudizio.


                                                                   Giuseppe Romano


Malcesine, 11 Febbraio 2026

Pausa

 

 

La vita, tiranna, si perde

nell’infinito dei ricordi e

sbiadisce simile a sabbia.


L’odore della pelle sento

quando respiro e il vento

che alza le onde del mare.

Le parole non sono vuote,

e le mie mani accarezzano

il tuo viso colmo d’amore.


Mi chiedo se incontrerai lo

stesso vento in uno sfocato

domani, ricordando ombre

elise oramai dal tuo tempo.


                     Giuseppe Romano


11/02/2026






mercoledì 11 febbraio 2026

Il Carnevale di Verona "Bacanal del Gnoco": la storia di uno dei carnevali più antichi d'Italia.

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Il Carnevale di Verona “Bacanal del Gnoco”: la storia di uno dei carnevali più antichi d’Italia.

Relatore: Dott.ssa Rebecca Basso.



Il Carnevale è una festa le cui origini sono da ricercare nella notte dei tempi: già gli Antichi Egizi, infatti, onoravano la dea Iside con feste in maschera. Il carnevale come lo conosciamo oggi, però, è arrivato fino a noi dalla tradizione cristiana, dove era abitudine organizzare un ultimo banchetto prima dell’inizio del periodo di Quaresima. Festa variopinta, in cui ogni scherzo è concesso, questa ricorrenza è diffusa ed amata in tutto il mondo da grandi e piccini e milioni di turisti da ogni continente (da Venezia a Rio de Janeiro) si ritrovano per coloratissimi festeggiamenti. Il termine “carnevale” deriva dal latino “carnem levare”, letteralmente “privarsi della carne”, proprio a indicare l’ultimo banchetto che, come voleva la tradizione, si teneva il giorno prima del Mercoledì delle Ceneri ossia il Martedì Grasso con protagoniste assolute le maschere.

La Dott.ssa Rebecca Basso esperta, con Formazione Umanistica, Conservazione dei Beni Culturali e Gestione del Museo Luigi D’Agostino Ginetto, Certificazione Storicità del Carnevale di Verona al Ministero della Cultura, Fondatore del Progetto RIEVOC e del Costume Storico, nonchè Fondatrice dell’Accademia in Lessinia di Arti e Mestieri ALAM, ci parlerà del “Bacanal del Gnocco”, maschera storica di Verona e del patrimonio culturale che rappresenta per mantenere viva la memoria di un popolo, trasmettendo in tal modo alle future generazioni i valori e le conoscenze.

Dopo la visione di un breve filmato, con immagini relative ai festeggiamenti a New York da parte di italo-americani originari del veronese del Carnevale di Verona, a testimoniare l’amore che l’immigrato ha sempre per la propria terra di origine, la Dott.ssa Basso ci presenta la maschera di Verona, nota come “Bacanal del Gnocco”, spiegandoci che il Carnevale di Verona è uno dei più antichi Carnevali d’Italia, unitamente a Putignano, Fano, Soldà, Venezia. Il suo svolgimento è stato regolamentato dal doge di Venezia con un editto del 1094 e, rispetto ad altri carnevali, ha una continuità storica di 6 secoli.

Il vocabolo “Carnevale” viene citato per la prima volta a Venezia in un documento del Doge Vitale Falier del 1094 dove si parla di “divertimenti pubblici per intrattenere e distrarre il popolo”.

Il primo documento ufficiale che dichiara il Carnevale di Venezia una “festa pubblica” è un editto del 1296 quando il Senato della Repubblica attesta come festivo il giorno precedente la Quaresima.

La Serenissima decise di codificare e dare al popolo un periodo dedicato al divertimento.

Le origini del Carnevale di Verona (Bacanal del Gnoco) si perdono, come detto, nei tempi (tardo medioevo) e affonda le sue radici ai tempi di Tommaso Da Vico, medico del XVI secolo che lasciò nel suo legato testamentario l’obbligo di distribuire annualmente alla popolazione del quartiere San Zeno viveri ed alimenti. Essendoci scarsità di risorse monetarie per l’acquisto del pane da parte della popolazione, i fornai decisero di bloccare la produzione, ma il 18 giugno 1531 il popolo insorse dando l’assalto ai fornai accaparrandosi pane e grano. Grazie all’intervento di alcuni cittadini, che a loro spese decisero di contribuire al rifocillamento degli abitanti più poveri, la rivolta fu scongiurata. La tradizione dice che uno dei cittadini che contribuirono alla fine della rivolta fu Tommaso Da Vico, indicato come “istruttore e restauratore” del “Baccanale del Gnocco” e nella piazza di San Zeno esiste un tavolo in pietra detto “pietra del Gnocco” dove venivano invitati i poveri nel venerdì precedente la Quaresima.

La organizzazione del Carnevale di Verona segue particolari procedure a cura del Comitato del Bacanal del Gnoco, si elegge il Papà del Gnoco che è la principale maschera e viene rappresentata come un uomo anziano, rubicondo e con barba lunga bianca, vestito di broccato nocciola e mantello, con una tuba rossa e a cui sono attaccati dei sonagli, cappello e scarpe di pelle bianca. Essendo considerato il re del Bacanal del Gnoco ha come scettro una grande forchetta dorata, in cui è infilzato uno gnocco di patata. Si muove a cavallo di una mula e durante la sfilata, assieme ai suoi servitori, dispensa caramelle per i bambini e porzioni di gnocchi per gli adulti. Attraversa il centro di Verona con un corteo composto da vari gruppi provenienti anche da altri stati europei e dal sudamerica.

L’elezione del Papà del Gnoco ha una procedura particolare: Dopo la presentazione delle candidature, che devono essere accettate dal Senato, (quest’anno si è eletto il 496esimo Papà del Gnoco), si effettua la votazione pubblica e viene eletto il “Sire di Carnevale” che si presenta al Sindaco per la consegna delle chiavi della Città con successiva visita al Prefetto e al Vescovo.

Papà del Gnoco 2026 è stato eletto Karim Grigoli che, dopo la proclamazione ufficiale, inizierà le manifestazioni programmate per il Carnevale 2026.

Un interessante viaggio attraverso una tradizione veronese, incastonata tra i diversi Carnevali che si svolgono ogni anno in Italia, a dimostrazione che l’Italia è una Nazione che non dimentica gli usi ed i costumi dei territori di cui è composta.

Per chiudere magnificamente il pomeriggio, la Dott.ssa Basso ha invitato a Malcesine il Papà del Gnoco che ha volentieri accettato di farci visita indossando il suo variopinto costume simbolo del Carnevale di Verona.

 

                                                                                 Giuseppe Romano


Malcesine, 4 Febbraio 2026

venerdì 30 gennaio 2026

Concludiamo il nostro passaggio attraverso Il Purgatorio di Dante (III Parte)

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Concludiamo il nostro passaggio attraverso Il Purgatorio di Dante (III^ Parte).

Relatore: Prof.ssa Luciana Calzà.


Il viaggio di Dante attraverso il Purgatorio sta per giungere al termine.

La Prof.ssa Calzà ci illustra l’ultimo percorso che completerà la purificazione del poeta prima di incontrare Beatrice e che gli consentirà di salire la scala che lo condurrà al Paradiso.

Dante, Virgilio e Stazio iniziano a salire la scala che conduce al Paradiso Terrestre; il sole sta per tramontare e i tre si sdraiano a terra con Dante che, vinto dalla stanchezza, si addormenta. Il sole e la luce dell’alba lo fanno svegliare e Virgilio lo informa che, finalmente, oggi potrà ottenere quella felicità terrena cercata affannosamente dai mortali.

Queste parole riempiono di gioia Dante aiutandolo a percorrere gli ultimi gradini con grande rapidità.

Virgilio, giunti alla fine della scala, spiega al discepolo che gli sono stati mostrati sia le pene eterne dei dannati dell’Inferno sia quelle temporanee dei penitenti del Purgatorio, ma ora non può più guardare oltre con le sue solo forze. Dante vede il sole che brilla, l’erba, i fiori e le piante del giardino dell’Eden e, invitato da Virgilio, entra nel Paradiso Terrestre in attesa dell’arrivo di Beatrice. Da ora in poi non dovrà più ricevere indicazioni e dovrà affidarsi a se stesso perché Virgilio, non essendo battezzato, dovrà ritornare nel Limbo.

Dante si trova nel Paradiso terrestre, rappresentato come una bellissima foresta, ricca di profumi, ricca di pace e di silenzio. Inoltrandosi nel bosco arriva presso un fiume dal quale traspare una limpidezza che ne rivela la natura divina. Sulla sponda opposta una bellissima donna, Matelda, raccoglie fiori e canta spiegando che, al momento della Creazione, Dio donò all’uomo quel luogo che preannuncia la beatitudine eterna; l’uomo, con la sua colpa, trasformò la beatitudine in dolore non meritandosi di restare in quel Paradiso.

Nella foresta scorrono due fiumi, il Lete, le cui acque hanno la facoltà di cancellare la memoria del peccato, e l’Eunoè che, invece, restituisce il ricordo del bene compiuto in vita. Entrambi nascono da una medesima fonte voluta e creata da Dio. Il vento, invece, proviene dal movimento dei nove celi del Paradiso che girano vicino all’Eden. Matelda conclude il proprio discorso sottolineando che il Paradiso terrestre corrisponde a quell’età dell’oro che i poeti hanno sempre immaginato nella loro fantasia.

Il Lete è un fiume della Campania noto sia per la sua realtà geografica, che per la sua leggenda mitologica, noto come il “fiume dell’oblio”, da cui le anime si abbeveravano per dimenticare le vite passate prima di reincarnarsi; è celebre anche per l’omonima acqua minerale ricca di calcio e con basso contenuto di sodio, attraversa i territori di Letino, Prata Sannita e Pratella, per poi confluire nel fiume Volturno.

Virgilio nell’Eneide e Dante nel Purgatorio lo descrivono come il fiume dell’oblio, dove le anime bevono per dimenticare le loro colpe e vite precedenti.

L’Eunoè è un fiume immaginario situato in cima alla montagna del Purgatorio da Dante e la sua funzione è di restituire alle anime la memoria del bene compiuto nella vita.

Matelda, che accoglie Dante nel Paradiso terrestre, è il simbolo della felicità umana originaria prima del peccato e molti la identificano con Matilde di Canossa; inizia a camminare lungo il fiume Lete risalendolo in senso contrario, con Dante che la segue a piccoli passi. Ad un tratto si ferma e invita Dante a guardare e ad ascoltare. Un forte bagliore attraversa la foresta mentre si diffonde una dolce melodia. Inizia una lenta, festosa e solenne processione che sfila sotto gli occhi di Dante: E’ l’allegoria del manifestarsi di Dio nella storia attraverso l‘Antico Testamento, Cristo, la Chiesa e il Nuovo Testamento.

La processione è composta da ventiquattro anziani (i ventiquattro libri del Vecchio Testamento), dietro quattro animali (simbolo dei quattro vangeli) ed in mezzo un carro trionfale (simbolo della chiesa) trainato da un grifone con le ali alzate (Cristo); accanto alla ruota destra del carro avanzano tre donne (una rossa, una verde e l’altra bianca) immagine delle virtù teologali ( Fede, Speranza e Carità) e altre quattro alla sinistra, vestite di rosso, che rappresentano le virtù cardinali (Giustizia, Fortezza, Prudenza e Temperanza). Seguono altre figure di anziani che rappresentano San Luca, San Paolo, Pietro, Giovanni, Giacomo e Giuda e, infine, San Giovanni, autore dell’Apocalisse, che chiude la processione. Si ode un tuono e la processione si ferma: sta per avvenire l’incontro con Beatrice (Canto 30 del Purgatorio).

Beatrice appare tra un tripudio di fiori ed un coro di angeli, è vestita di rosso, con un mantello verde, un velo bianco che le copre il viso e una corona di ulivo, simbolo di pace e sapienza; Dante, nel vederla, viene sopraffatto dall’antica passione, resta turbato e cerca l’aiuto di Virgilio che, però, è scomparso; allora Dante scoppia a piangere. (E lo spirito mio, che già cotanto/ tempo era stato ch’a la sua presenza/ non era di stupor, tremando, affranto,// sanza de li occhi aver più conoscenza,/ per occulta virtù che da lei mosse,/ d’antico amor sentì la gran potenza.).

Beatrice rimprovera Dante con parole dure perché mentre lei era in vita si era comportato bene, dopo lei morta invece si era rivolto ad altri amori e altri interessi, abbandonando la retta via. Il poeta abbassa lo sguardo e le lacrime iniziano a scorrere copiose; per questo motivo si era resa necessaria la discesa nel Limbo al fine di chiedere a Virgilio di guidare Dante nel viaggio tra i dannati per mostrargli i loro tormenti e poi guidarlo fino a lei. E’ necessario adesso spargere lacrime di pentimento sincero e ricevere un secondo battesimo purificatore nel fiume Lete che cancellerà il ricordo del male compiuto. Beatrice insiste ancora nei rimproveri e invita a seguirla nei suoi discorsi per comprendere come la sua morte avrebbe dovuto guidarlo, comprendendo che le cose terrene sono fallaci e che si sarebbe dovuto rivolgere alle cose celesti ed eterne anzicchè dedicarsi ad altre donne e ad altri piaceri. Dante rimane muto e con gli occhi bassi e Beatrice lo invita ad alzarsi e a guardarla. La visione della fanciulla e la sua bellezza provocano nel poeta uno stordimento e un rimorso così profondo che lo fanno cadere svenuto. Ripresi i sensi, si trova immerso nel fiume Leto. Matelda lo sostiene, trascinandolo nell’acqua fino alla riva opposta, dove gli immerge il capo obbligandolo a bere, mentre il poeta ode il canto degli angeli Asperges me (“Mi aspergerai”). Ancora bagnato, viene affidato da Matelda alle quattro donne (le virtù cardinali) che, danzando intorno a lui, lo conducono davanti al grifone della processione celeste. Beatrice sta immobile e fissa la fiera. Grazie alle tre donne (le virtù teologali) riesce a scorgere il grifone che si rivela avere una duplice natura come Cristo (uomo di Dio). Poi, le tre donne supplicano Beatrice di sollevare il velo e di mostrare la divina bellezza del suo sorriso oltre a quella degli occhi. Al suo apparire Dante scrive che nessuno sarebbe capace di descriverne la suprema perfezione.

Nel canto XXXII la processione continua e Beatrice sale su un carro trionfale. La processione si ferma sotto l’albero della conoscenza del bene e del malee il grifone lega il carro all’albero che rifiorisce miracolosamente per indicare la redenzione portata da Cristo.

A questo punto Dante assiste a una visione allegorica complessa che rappresenta la storia della Chiesa.

- un’aquila (l’impero romano) piomba sul carro richiamando le persecuzioni della Chiesa nei primi secoli;

- una volpe (simbolo dell’eresia) tenta di entrare nel carro, ma viene scacciata da Beatrice;

- un drago (simbolo di Satana o della corruzione) colpisce il carro, che ne risulta danneggiato;

- infine il carro viene trasformato da una prostituta e da un gigante: la prostituta rappresenta la Chiesa corrotta, il gigante il potere politico che la domina.

Dante rimane profondamente turbato da questa visione che denuncia la decadenza morale e spirituale della Chiesa.

Con le ultime istruzioni di Beatrice si conclude il viaggio di Dante nel Purgatorio (Canto XXXIII); Dante, purificato e ormai pronto a salire al Paradiso, viene condotto da Matelda al fiume Eunoè e dopo avervi bevuto è completamente purificato, dimenticato il male (grazie al fiume Lete) e rafforzato la memoria del bene.

Il Canto si chiude con Dante puro e pronto a salire alle stelle verso il Paradiso, completando così il cammino di redenzione iniziato nell’Inferno.

(Io ritornai da la santissima/ rifatto sì come piante novelle/ rinovellate di novella fronda,/ puro e disposto a salire le stelle.//)


Dopo il viaggio attraverso l’Inferno, anche quest’anno la Prof.ssa Calzà ci ha condotto per mano per potere approfondire la nostra conoscenza della Divina Commedia.

Un percorso sempre lucido e lineare, corredato da illustrazioni antiche che hanno ancora più esplicitato il pensiero illuminato del grande poeta.


Ci aspetta il Paradiso che, siamo certi, sarà nuova fonte di istruzione per il nostro sapere.


                                                                           Giuseppe Romano


Malcesine, 28 Gennaio 2026

venerdì 23 gennaio 2026

Continuiamo il nostro cammino attraverso il Purgatorio.

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Continuiamo il nostro cammino attraverso Il Purgatorio (II^ Parte).

Relatore: Prof.ssa Luciana Calzà.


Ancora un pomeriggio con Dante e la sua Divina Commedia nella esposizione illuminante della Prof.ssa Calzà.

Il viaggio di Dante e Virgilio continua.

I due grandi Poeti, superata la Porta del Purgatorio, in cima troveranno il Paradiso Terrestre.

Nell’Antipurgatorio, come descritto nella lezione prcedente, hanno incontrato gli Spiriti distratti da cure terrene (Prìncipi), Spiriti morti violentemente, Spiriti negligenti, Spiriti morti scomunicati; alle porte del Purgatorio l’Angelo Nocchiero, che traghetta le anime appena morte verso la spiaggia dell’Antipurgatorio per sbarcarle velocemente e ripartire per un altro viaggio; nel Purgatorio, suddiviso in 7 cornici, incontreranno altre anime, ciascuna di esse punita di uno dei sette peccati capitali. I sette peccati capitali puniti nelle 7 cornici del Purgatorio sono, a cominciare dai più gravi fino a quelli meno gravi: la superbia, l’invidia, l’ira, l’accidia, l’avarizia, la gola e la lussuria; per la Chiesa sono i peccati più gravi.

Giunti alle soglie della valletta dei prìncipi negligenti, Dante e Virgilio incontrano Sordello da Goito, importante trovatore italiano, nato agli inizi del XIII secolo, il quale, non appena apprende che anche il poeta latino è originario della sua stessa città, lo abbraccia festosamente. Tale gesto colpisce molto Dante che prorompe in una violenta invettiva contro l’Italia del Trecento i cui cittadini sono perennemente in guerra tra di loro e spesso le lotte divampano anche all’interno dello stesso Comune.

Il poeta attribuisce tale situazione di instabilità politica e di anarchia all’assenza di un potere centrale, che secondo lui dovrebbe essere occupato dall’imperatore ed accusa i membri della casata degli Asburgo, colpevoli di trascurare l’Italia per “cupidigia” dei loro possessi tedeschi. Il frazionamento del potere comunale non assicura il rispetto delle leggi ed è la fonte del suo esilio da Firenze. Il VI° Canto è di argomento politico ed è noto per i versi che risuonano come violenti schiaffi a tutti i politici del suo tempo: “Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave senza nocchiero in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello!”.

Per Dante, Firenze ed fiorentini saranno contenti di questa digressione perché loro sono a conoscenza della reale situazione e non accettano incarichi pubblici.

In cammino sopraggiunge la sera, un’ora che riempie di nostalgia chi è lontano dalla propria terra. Un’anima si volge ad oriente con le mani giunte e intona un dolce canto (Te lucis ante); dal cielo scendono due angeli con vesti e ali di colore verde e si posano ai lati opposti della valletta per difendere, come spiega Sordello, gli spiriti dal serpente che sta per arrivare. Dante si accorge che uno spirito lo sta fissando: è l’amico Nino Visconti, nipote del Conte Ugolino da lui incontrato nell’Inferno.


Il Canto IX della Divina Commedia apre un nuovo punto simbolo del viaggio di Dante e Virgilio: La Porta del Purgatorio. L’ingresso è parte del percorso di purificazione dei due poeti, è custodito da un angelo e si accede tramite tre gradini (esame di coscienza, confessione, riparazione) e due chiavi (potere divino e sapienza sacerdotale) che aprono la porta.

Sulla fronte di Dante vengono incise sette “P” per i peccati capitali”, dopo essere stato trasportato in sogno alla porta da Santa Lucia (che simboleggia la grazia illuminante)

Sulla porta del Purgatorio non vi è alcuna scritta perché qui regna la speranza della salvezza, del pentimento e della redenzione. Aperta la porta con le due chiavi (una d’argento, che simboleggia il giudizio, e una d’oro, simbolo dell’autorità divina), si sente il canto del Te Deum quale Inno di ringraziamento per accogliere i pellegrini nel regno della purificazione; l’angelo invita i poeti ad entrare con un severo ammonimento: chiunque si volti indietro a guardare ciò che ha lasciato, tornerà fuori immediatamente.

Nella I^ cornice Dante trova i superbi che in vita peccarono di presunzione. Essi espiano la loro arroganza portando massi pesanti sulla schiena; camminano curvi e recitano il Padre Nostro per imparare l’umiltà, sono costretti a tenere lo sguardo basso e a lodare Dio per contrastare la loro passata presunzione.

Dante dialoga con tre figure che rappresentano diverse declinazioni di superbia: Omberto Aldobrandeschi, Oderisi da Gubbio e Provenzan Salvani che rappresentano a Dante le loro origini ed i peccati di superbia che li hanno destinati al Purgatorio (Canti X – XI – XII).

Sulle pareti delle cornici sono scolpiti esempi di umiltà (come l’Annunciazione), mentre sui pavimenti sono raffigurati esempi di superbia punita che i penitenti calpestano guardando in basso.

Al termine del percorso, l’Angelo dell’Umiltà cancella dalla fronte di Dante la prima delle sette “P”, rendendo la salita verso la cornice successiva più leggera.

Nei Canti XIII e XIV Dante parla dell’invidia. E’ vista come vizio che genera discordia, che impedisce di gioire del bene altrui e come forma di malevolenza che si oppone alla carità e all’amore di Dio. Gli invidiosi sono le anime punite nella seconda cornice del Purgatorio con gli occhi cuciti da filo di ferro perché in vita hanno guardato con malizia il bene altrui, subendo il contrappasso di non vedere più bene, piangendo lacrime attraverso le cuciture e pregando i Santi per chiedere carità e speranza.

Il contrappasso perchè l’invidioso prova piacere nel vedere le sventure altrui e soffre nel vederne la felicità: la loro punizione che consiste nell’avere gli occhi cuciti con fili di ferro, sono vestiti di cilicio e si sostengono a vicenda come i ciechi che chiedono l’elemosima, simboleggiando la solidarietà che non hanno avuto in vita.

Nei Canti XV e XVI è l’ira protagonista e Dante pone gli iracondi nella terza cornice; le anime scontano la pena immersi in un denso e acre fumo che acceca loro la vista, causando un’esperienza sensoriale simile alla cecità. Questo buio è paragonato all’oscurità infernale o a una notte senza stelle, ed è descritto come estremamente irritante. Il contrappasso è una punizione per analogia: come in vita l’ira ha annebbiato la loro mente e impedito loro di vedere la realtà e la luce della ragione, così ora nell’aldilà sono fisicamente accecati dal fumo.

Mentre si trovano in questa cornice, Dante e Virgilio incontrano Marco Lombardo, saggio cortigiano col quale Dante intrattiene una profonda discussione sul libero arbitrio e sulla corruzione politica e morale dell’Italia del suo tempo. Marco spiega che se le azioni umane fossero determinate dal Cielo, il libero arbitrio sarebbe distrutto e non sarebbe giusto premiare la virtù e punire le colpe. Il Cielo fornisce l’impulso iniziale, ma l’uomo, dotato di ragione ed intelletto, può vincere le influenze astrali e scegliere il bene.

La vera causa della corruzione è la mancanza di una guida forte e la mescolanza fra potere spiritale (Chiesa) e temporale (Impero).

La Chiesa, invece di guidare, si è dedita ai beni terreni, allontanando gli uomini dalle virtù.

Il mondo è davvero del tutto abbandonato da ogni virtù, invaso e ricoperto dalla malvagità e Dante chiede di sapere se questo abbandono sia da attribuire al cielo o alla responsabilità degli uomini.

Marco risponde che non tutto può essere attribuito al cielo e che se tutto fosse così non esisterebbe il libero arbitrio anche perché al genere umano è data facoltà di distinguere il bene dal male.

Il dialogo sottolinea l’importanza della responsabilità individuale e della necessità di un giusto ordine politico e morale.

Dante solleva un dubbio fondamentale: Se l’amore è un’inclinazione naturale e necessaria verso ciò che piace, come può l’uomo avere merito o colpa?

Virgilio risponde che, sebbene il primo impulso sia innato e non libero (come l’istinto delle api di fare il miele), l’uomo possiede la ragione. Questa facoltà ha il compito di vagliare i desideri, accogliendo quelli buoni e frenando quelli malvagi.

Il libero arbitrio è il fondamento della moralità e della capacità di scelta, ma Virgilio, per approfondimenti che superano i limiti della ragione umana, rimanda a Beatrice, simbolo della Grazia e della Teologia.

Nella IV Cornice (Canti XVIII e XIX) Dante incontra gli accidiosi che in vita furono pigri o tiepidi nel perseguire il bene spirituale.

Per contrappasso, ora corrono freneticamente senza sosta, incitandosi per recuperare il tempo perduto e vengono ricordati coloro che fallirono per pigrizia, come gli Ebrei che non arrivarono alla Terra Promessa o i compagni di Enea che rimasero in Sicilia.

Dante, stanco e immerso in pensieri confusi, scivola gradualmente in un sonno profondo.

Nel canto XX la dimensione teologica e morale si unisce a quella storica e politica con le anime degli avari e dei prodighi che espiano le loro colpe. L’anima guida è quella di Ugo Capeto, fondatore della dinastia francese che rappresenta la degenerazione del potere temporale subordinato non più a ideali di giustizia e servizio, ma a ricchezza, dominio e sangue.

L’anima non si limita a raccontare la propria vita, ma denuncia le nefandezze compiute dai suoi discendenti: assassinii, tradimenti, usurpazioni e soprusi perpetrati per interessi economici.

Una vera e propria invettiva storica che descrive come l’avidità abbia distrutto il senso del potere come servizio e come i re abbiano tradito la loro missione, trasformando il trono in un mezzo per il dominio e non per la giustizia, con le anime distese per terra, rivolte prone e con le mani e il volto premuti contro la roccia.

Dante, benchè desideroso di continuare il colloquio, si allontana insieme a Virgilio; i due camminano rasentando la roccia per evitare i penitenti distesi a terra e Dante scaglia una invettiva contro la “antica lupa” che simboleggia la cupidigia.

L’invocazione alla giustizia divina che chiude il discorso di Ugo Capeto è un grido potente e drammatico, con la speranza di un rinnovamento, di una restaurazione dell’ordine morale, di un ritorno alla verità.

All’improvviso appare un’anima – quella di Stazio (poeta romano nato a Napoli intorno al 45 d.C. e morto il 96 circa) - che segue i due poeti intenti a camminare tra i penitenti. Augura loro la pace e Virgilio augura all’anima di raggiungere la salvezza. Stazio si aggrega a Dante e Virgilio fino al Paradiso Terrestre.

Nella VI cornice Dante incontra le anime dei golosi che subiscono una pena per contrasto: Sono ridotte a una magrezza estrema, apparendo come scheletri tanto che Dante non li riconosce. Sono continuamente stimolati dal profumo di frutti dolci che pendono da due alberi particolari e dal rumore di un’acqua limpida che scorre su di essi. Tuttavia non possono toccare nulla, rendendo il loro patimento una purificazione divina.

Nella cornice si trovano due alberi simbolici e Dante sente una voce tra i rami del primo albero che dichiara gli esempi di temperanza, ovvero quelli di Maria che invitò Gesù a compiere il miracolo delle nozze di Cana, delle donne dell’antica Roma che si accontentavano sobriamente di bere acqua, del profeta Daniele che si rifiutò i cibi della mensa regale babilonese, dell’età dell’oro in cui la fame e la sete resero appetibili le ghiande e le acque dei ruscelli, di Giovanni Battista che nel deserto su nutrì di miele e locuste. Gli esempi di gola punita verranno dichiarati da un’altra voce vicino al secondo albero e sono relativi ai centauri che alle nozze di Piritoo e Ippodamia si ubriacarono e tentarono di far violenza alla sposa venendo uccisi da Teseo.

Al centro del canto si colloca uno degli episodi più toccanti del Purgatorio: l’incontro tra Dante e Forese Donati. Amico stretto di Dante e poeta, Forese spiega la condizione dei penitenti e loda la moglie Nella che, con le sue preghiere, gli ha abbreviato il tempo di permanenza in Purgatorio. All’interno del dialogo con Forese, Dante inserisce una critica aspra alla Firenze del suo tempo, come già fatto in precedenti occasioni.

Nella cornice dei golosi Dante incontra anche il poeta lucchese Bonagiunta Orbicciani e Papa Martino, noto per la sua predilizione per le anguille di Bolsena affogate nella vernaccia.

Prima di lasciare la Cornice, Dante incontra l'Angelo della temperanza che cancella la sesta P dalla sua fronte per proseguire il cammino verso la Cornice dei lussuriosi.

Il Canto XXV del Purgatorio si svolge nella settima cornice, dove espiano le anime dei lussuriosi che camminano in mezzo alle fiamme, come contrappasso per essersi lasciati travolgere in vita dalla passione amorosa.

La parete rocciosa sprigiona una fiamma che occupa tutto il girone, consentendo solo uno stretto passaggio; i poeti sono pertanto costretti a camminare sul bordo uno dietro l’altro, per evitare di cadere nel fuoco o giù dal monte.

Il corpo di Dante proietta ombra sul fuoco, rendendola più rossa, rivelando così alle anime che egli è vivo. Una delle anime si fa coraggio e gliene chiede ragione, ma proprio in quel momento, dalla parte opposta, arriva un’altra schiera di anime. Incrociandosi, le anime delle due schiere si baciano festosamente.

Passata la schiera dei sodomiti, l’altra si accosta a Dante e un’anima chiede perché il suo corpo interrompe i raggi del sole: Dante spiega che egli è vivo e che sta facendo il viaggio per purificarsi dei suoi peccati e raggiungere, con la visione finale di Dio in Paradiso, la salvezza.

Augurando loro di raggiungere presto la beatidudine, Dante chiede di rivelare i loro nomi per poterne scrivere al suo ritorno sulla Terra.

Una delle anime gli rivela di essere Guido Guinizzelli che si è pentito prima di morire ed è per questo motivo che si trova in quel luogo; Dante vorrebbe abbracciarlo e Guido lo ringrazia dicendogli che non dimenticherà mai le sue parole e lo prega di recitare per lui davanti a Cristo parte del Padre Nostro perché i penitenti non possono peccare e dunque non sono esposti alle tentazioni. Poi scompare nel fuoco purificatore.

Per arrivare al Paradiso Terrestre Dante deve attraversare un muro di fuoco. Il muro si trova alla fine della settima cornice, dove i lussuriosi espiano le proprie colpe. L’Angelo della Castità appare fuori dalle fiamme cantando e invita i tre poeti (Dante, Virgilio e Stazio) a entrare nel fuoco.

Dante, terrorizzato, si rifiuta e si convince solo quando Virgilio gli ricorda che al di là di quel muro lo attende Beatrice.

                                                                                   Giuseppe Romano


Malcesine, 21 Gennaio 2026

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