UNIVERSITA’
DEL TEMPO LIBERO
MALCESINE
– PALAZZO DEI CAPITANI
ANNO
ACCADEMICO 2025-2026
-
Continuiamo il nostro cammino attraverso Il Purgatorio
(II^ Parte).
Relatore:
Prof.ssa Luciana Calzà.
Ancora
un pomeriggio con Dante e la sua Divina Commedia nella esposizione
illuminante della Prof.ssa Calzà.
Il
viaggio di Dante e Virgilio continua.
I
due grandi Poeti, superata la Porta del Purgatorio, in cima
troveranno il Paradiso Terrestre.
Nell’Antipurgatorio,
come descritto nella lezione prcedente, hanno incontrato gli Spiriti
distratti da cure terrene (Prìncipi), Spiriti morti violentemente,
Spiriti negligenti, Spiriti morti scomunicati; alle porte del
Purgatorio l’Angelo Nocchiero, che traghetta le anime appena morte
verso la spiaggia dell’Antipurgatorio per sbarcarle velocemente e
ripartire per un altro viaggio; nel Purgatorio, suddiviso in 7
cornici, incontreranno altre anime, ciascuna di esse punita di uno
dei sette peccati capitali. I sette peccati capitali puniti nelle 7
cornici del Purgatorio sono, a cominciare dai più gravi fino a
quelli meno gravi: la superbia, l’invidia, l’ira, l’accidia,
l’avarizia, la gola e la lussuria; per la Chiesa sono i peccati più
gravi.
Giunti
alle soglie della valletta dei prìncipi negligenti, Dante e Virgilio
incontrano Sordello da Goito, importante trovatore italiano, nato
agli inizi del XIII secolo, il quale, non appena apprende che anche
il poeta latino è originario della sua stessa città, lo abbraccia
festosamente. Tale gesto colpisce molto Dante che prorompe in una
violenta invettiva contro l’Italia del Trecento i cui cittadini
sono perennemente in guerra tra di loro e spesso le lotte divampano
anche all’interno dello stesso Comune.
Il
poeta attribuisce tale situazione di instabilità politica e di
anarchia all’assenza di un potere centrale, che secondo lui
dovrebbe essere occupato dall’imperatore ed accusa i membri della
casata degli Asburgo, colpevoli di trascurare l’Italia per
“cupidigia” dei loro possessi tedeschi. Il frazionamento del
potere comunale non assicura il rispetto delle leggi ed è la fonte
del suo esilio da Firenze. Il VI° Canto è di argomento politico ed
è noto per i versi che risuonano come violenti schiaffi a tutti i
politici del suo tempo: “Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave
senza nocchiero in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma
bordello!”.
Per
Dante, Firenze ed fiorentini saranno contenti di questa digressione
perché loro sono a conoscenza della reale situazione e non accettano
incarichi pubblici.
In
cammino sopraggiunge la sera, un’ora che riempie di nostalgia chi è
lontano dalla propria terra. Un’anima si volge ad oriente con le
mani giunte e intona un dolce canto (Te lucis ante); dal cielo
scendono due angeli con vesti e ali di colore verde e si posano ai
lati opposti della valletta per difendere, come spiega Sordello, gli
spiriti dal serpente che sta per arrivare. Dante si accorge che uno
spirito lo sta fissando: è l’amico Nino Visconti, nipote del Conte
Ugolino da lui incontrato nell’Inferno.
Il
Canto IX della Divina Commedia apre un nuovo punto simbolo del
viaggio di Dante e Virgilio: La Porta del Purgatorio. L’ingresso è
parte del percorso di purificazione dei due poeti, è custodito da un
angelo e si accede tramite tre gradini (esame di coscienza,
confessione, riparazione) e due chiavi (potere divino e sapienza
sacerdotale) che aprono la porta.
Sulla fronte di Dante vengono
incise sette “P” per i peccati capitali”, dopo essere stato
trasportato in sogno alla porta da Santa Lucia (che simboleggia la
grazia illuminante)
Sulla
porta del Purgatorio non vi è alcuna scritta perché qui regna la
speranza della salvezza, del pentimento e della redenzione. Aperta la
porta con le due chiavi (una d’argento, che simboleggia il
giudizio, e una d’oro, simbolo dell’autorità divina), si sente
il canto del Te Deum quale Inno di ringraziamento per accogliere i
pellegrini nel regno della purificazione; l’angelo invita i poeti
ad entrare con un severo ammonimento: chiunque si volti indietro a
guardare ciò che ha lasciato, tornerà fuori immediatamente.
Nella
I^ cornice Dante trova i superbi che in vita peccarono di
presunzione. Essi espiano la loro arroganza portando massi pesanti
sulla schiena; camminano curvi e recitano il Padre Nostro per
imparare l’umiltà, sono costretti a tenere lo sguardo basso e a
lodare Dio per contrastare la loro passata presunzione.
Dante dialoga con tre figure
che rappresentano diverse declinazioni di superbia: Omberto
Aldobrandeschi, Oderisi da Gubbio e Provenzan Salvani che
rappresentano a Dante le loro origini ed i peccati di superbia che li
hanno destinati al Purgatorio (Canti X – XI – XII).
Sulle
pareti delle cornici sono scolpiti esempi di umiltà (come
l’Annunciazione), mentre sui pavimenti sono raffigurati esempi di
superbia punita che i penitenti calpestano guardando in basso.
Al
termine del percorso, l’Angelo dell’Umiltà cancella dalla fronte
di Dante la prima delle sette “P”, rendendo la salita verso la
cornice successiva più leggera.
Nei
Canti XIII e XIV Dante parla dell’invidia. E’ vista come vizio
che genera discordia, che impedisce di gioire del bene altrui e come
forma di malevolenza che si oppone alla carità e all’amore di
Dio. Gli invidiosi sono le anime punite nella seconda cornice del
Purgatorio con gli occhi cuciti da filo di ferro perché in vita
hanno guardato con malizia il bene altrui, subendo il contrappasso di
non vedere più bene, piangendo lacrime attraverso le cuciture e
pregando i Santi per chiedere carità e speranza.
Il
contrappasso perchè l’invidioso prova piacere nel vedere le
sventure altrui e soffre nel vederne la felicità: la loro punizione
che consiste nell’avere gli occhi cuciti con fili di ferro, sono
vestiti di cilicio e si sostengono a vicenda come i ciechi che
chiedono l’elemosima, simboleggiando la solidarietà che non hanno
avuto in vita.
Nei
Canti XV e XVI è l’ira protagonista e Dante pone gli iracondi
nella terza cornice; le anime scontano la pena immersi in un denso e
acre fumo che acceca loro la vista, causando un’esperienza
sensoriale simile alla cecità. Questo buio è paragonato
all’oscurità infernale o a una notte senza stelle, ed è descritto
come estremamente irritante. Il contrappasso è una punizione per
analogia: come in vita l’ira ha annebbiato la loro mente e impedito
loro di vedere la realtà e la luce della ragione, così ora
nell’aldilà sono fisicamente accecati dal fumo.
Mentre
si trovano in questa cornice, Dante e Virgilio incontrano Marco
Lombardo, saggio cortigiano col quale Dante intrattiene una profonda
discussione sul libero arbitrio e sulla corruzione politica e morale
dell’Italia del suo tempo. Marco spiega che se le azioni umane
fossero determinate dal Cielo, il libero arbitrio sarebbe distrutto
e non sarebbe giusto premiare la virtù e punire le colpe. Il Cielo
fornisce l’impulso iniziale, ma l’uomo, dotato di ragione ed
intelletto, può vincere le influenze astrali e scegliere il bene.
La
vera causa della corruzione è la mancanza di una guida forte e la
mescolanza fra potere spiritale (Chiesa) e temporale (Impero).
La
Chiesa, invece di guidare, si è dedita ai beni terreni, allontanando
gli uomini dalle virtù.
Il
mondo è davvero del tutto abbandonato da ogni virtù, invaso e
ricoperto dalla malvagità e Dante chiede di sapere se questo
abbandono sia da attribuire al cielo o alla responsabilità degli
uomini.
Marco
risponde che non tutto può essere attribuito al cielo e che se tutto
fosse così non esisterebbe il libero arbitrio anche perché al
genere umano è data facoltà di distinguere il bene dal male.
Il
dialogo sottolinea l’importanza della responsabilità individuale
e della necessità di un giusto ordine politico e morale.
Dante
solleva un dubbio fondamentale: Se l’amore è un’inclinazione
naturale e necessaria verso ciò che piace, come può l’uomo avere
merito o colpa?
Virgilio
risponde che, sebbene il primo impulso sia innato e non libero (come
l’istinto delle api di fare il miele), l’uomo possiede la
ragione. Questa facoltà ha il compito di vagliare i desideri,
accogliendo quelli buoni e frenando quelli malvagi.
Il
libero arbitrio è il fondamento della moralità e della capacità di
scelta, ma Virgilio, per approfondimenti che superano i limiti della
ragione umana, rimanda a Beatrice, simbolo della Grazia e della
Teologia.
Nella
IV Cornice (Canti XVIII e XIX) Dante incontra gli accidiosi che in
vita furono pigri o tiepidi nel perseguire il bene spirituale.
Per
contrappasso, ora corrono freneticamente senza sosta, incitandosi per
recuperare il tempo perduto e vengono ricordati coloro che fallirono
per pigrizia, come gli Ebrei che non arrivarono alla Terra Promessa o
i compagni di Enea che rimasero in Sicilia.
Dante,
stanco e immerso in pensieri confusi, scivola gradualmente in un
sonno profondo.
Nel
canto XX la dimensione teologica e morale si unisce a quella storica
e politica con le anime degli avari e dei prodighi che espiano le
loro colpe. L’anima guida è quella di Ugo Capeto, fondatore della
dinastia francese che rappresenta la degenerazione del potere
temporale subordinato non più a ideali di giustizia e servizio, ma
a ricchezza, dominio e sangue.
L’anima
non si limita a raccontare la propria vita, ma denuncia le nefandezze
compiute dai suoi discendenti: assassinii, tradimenti, usurpazioni e
soprusi perpetrati per interessi economici.
Una
vera e propria invettiva storica che descrive come l’avidità
abbia distrutto il senso del potere come servizio e come i re abbiano
tradito la loro missione, trasformando il trono in un mezzo per il
dominio e non per la giustizia, con le anime distese per terra,
rivolte prone e con le mani e il volto premuti contro la roccia.
Dante,
benchè desideroso di continuare il colloquio, si allontana insieme a
Virgilio; i due camminano rasentando la roccia per evitare i
penitenti distesi a terra e Dante scaglia una invettiva contro la
“antica lupa” che simboleggia la cupidigia.
L’invocazione
alla giustizia divina che chiude il discorso di Ugo Capeto è un
grido potente e drammatico, con la speranza di un rinnovamento, di
una restaurazione dell’ordine morale, di un ritorno alla verità.
All’improvviso
appare un’anima – quella di Stazio (poeta romano nato a Napoli
intorno al 45 d.C. e morto il 96 circa) - che segue i due poeti
intenti a camminare tra i penitenti. Augura loro la pace e Virgilio
augura all’anima di raggiungere la salvezza. Stazio si aggrega a
Dante e Virgilio fino al Paradiso Terrestre.
Nella
VI cornice Dante incontra le anime dei golosi che subiscono una pena
per contrasto: Sono ridotte a una magrezza estrema, apparendo come
scheletri tanto che Dante non li riconosce. Sono continuamente
stimolati dal profumo di frutti dolci che pendono da due alberi
particolari e dal rumore di un’acqua limpida che scorre su di essi.
Tuttavia non possono toccare nulla, rendendo il loro patimento una
purificazione divina.
Nella
cornice si trovano due alberi simbolici e Dante sente una voce tra i
rami del primo albero che dichiara gli esempi di temperanza, ovvero
quelli di Maria che invitò Gesù a compiere il miracolo delle nozze
di Cana, delle donne dell’antica Roma che si accontentavano
sobriamente di bere acqua, del profeta Daniele che si rifiutò i
cibi della mensa regale babilonese, dell’età dell’oro in cui la
fame e la sete resero appetibili le ghiande e le acque dei ruscelli,
di Giovanni Battista che nel deserto su nutrì di miele e locuste.
Gli esempi di gola punita verranno dichiarati da un’altra voce
vicino al secondo albero e sono relativi ai centauri che alle nozze
di Piritoo e Ippodamia si ubriacarono e tentarono di far violenza
alla sposa venendo uccisi da Teseo.
Al
centro del canto si colloca uno degli episodi più toccanti del
Purgatorio: l’incontro tra Dante e Forese Donati. Amico stretto di
Dante e poeta, Forese spiega la condizione dei penitenti e loda la
moglie Nella che, con le sue preghiere, gli ha abbreviato il tempo di
permanenza in Purgatorio. All’interno del dialogo con Forese, Dante
inserisce una critica aspra alla Firenze del suo tempo, come già
fatto in precedenti occasioni.
Nella
cornice dei golosi Dante incontra anche il poeta lucchese Bonagiunta
Orbicciani e Papa Martino, noto per la sua predilizione per le
anguille di Bolsena affogate nella vernaccia.
Prima
di lasciare la Cornice, Dante incontra l'Angelo della temperanza che
cancella la sesta P dalla sua fronte per proseguire il cammino verso
la Cornice dei lussuriosi.
Il
Canto XXV del Purgatorio si svolge nella settima cornice, dove
espiano le anime dei lussuriosi che camminano in mezzo alle fiamme,
come contrappasso per essersi lasciati travolgere in vita dalla
passione amorosa.
La
parete rocciosa sprigiona una fiamma che occupa tutto il girone,
consentendo solo uno stretto passaggio; i poeti sono pertanto
costretti a camminare sul bordo uno dietro l’altro, per evitare di
cadere nel fuoco o giù dal monte.
Il
corpo di Dante proietta ombra sul fuoco, rendendola più rossa,
rivelando così alle anime che egli è vivo. Una delle anime si fa
coraggio e gliene chiede ragione, ma proprio in quel momento, dalla
parte opposta, arriva un’altra schiera di anime. Incrociandosi, le
anime delle due schiere si baciano festosamente.
Passata
la schiera dei sodomiti, l’altra si accosta a Dante e un’anima
chiede perché il suo corpo interrompe i raggi del sole: Dante spiega
che egli è vivo e che sta facendo il viaggio per purificarsi dei
suoi peccati e raggiungere, con la visione finale di Dio in Paradiso,
la salvezza.
Augurando
loro di raggiungere presto la beatidudine, Dante chiede di rivelare i
loro nomi per poterne scrivere al suo ritorno sulla Terra.
Una
delle anime gli rivela di essere Guido Guinizzelli che si è pentito
prima di morire ed è per questo motivo che si trova in quel luogo;
Dante vorrebbe abbracciarlo e Guido lo ringrazia dicendogli che non
dimenticherà mai le sue parole e lo prega di recitare per lui
davanti a Cristo parte del Padre Nostro perché i penitenti non
possono peccare e dunque non sono esposti alle tentazioni. Poi
scompare nel fuoco purificatore.
Per
arrivare al Paradiso Terrestre Dante deve attraversare un muro di
fuoco. Il muro si trova alla fine della settima cornice, dove i
lussuriosi espiano le proprie colpe. L’Angelo della Castità appare
fuori dalle fiamme cantando e invita i tre poeti (Dante, Virgilio e
Stazio) a entrare nel fuoco.
Dante,
terrorizzato, si rifiuta e si convince solo quando Virgilio gli
ricorda che al di là di quel muro lo attende Beatrice.
Giuseppe
Romano
Malcesine,
21 Gennaio 2026