sabato 14 marzo 2026

Sacro speco di San Benedetto: la storia dell'antico monastero di Subiaco.

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Sacro Speco di San Benedetto: la storia dell’antico monastero di Subiaco.

Relatore: Prof.ssa Donatella Daniele.


A qualche chilometro da Roma, nel territorio di Subiaco, si trova il Monastero di San Benedetto, o Santuario del Sacro Speco.

La Prof.ssa Donatella Daniele ce ne parla oggi con dovizia di particolari, raccontando la vita di San Benedetto e dei suoi Monasteri, della “Regola” che i confratelli dovevano rispettare, dei miracoli a lui attribuiti.

San Benedetto e sua sorella gemella Santa Scolastica nacquero a Norcia intorno al 480 appena dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. La loro era una nobile famiglia cristiana che, secondo una certa tradizione apparteneva alla gens Anicia. Si tramanda, inoltre, che il padre si chiamasse Euprobo e la madre Claudia Abundantia Reguardati. Benedetto ebbe una educazione accurata con i migliori maestri della regione, studiando lettere, scienze e arti liberali. Munito di una vivissima intelligenza e di una memoria prodigiosa, aveva rettitudine morale e mostrava la sua compassione verso i meno fortunati, condividendo il suo cibo con i poveri mosso da una carità che sembrava soprannaturale data la sua giovane età.

A 12 anni fu mandato con la sorella a Roma a compiere i suoi studi, accompagnati dalla nutrice Cirilla, poiché Roma, seppur decadente, rimaneva sempre il centro culturale dove i giovani di buona famiglia imparavano l’istruzione che li avrebbe preparati ad occupare posizioni di responsabilità nella società. Sconvolto dalla vita dissoluta della Città, preferì abbandonare gli studi per abbracciare, lontano anche dalla casa e dai beni paterni, la vita monastica.

All’età di 17 anni, insieme alla nutrice Cirilla, si ritirò presso Eufide (attuale Affile) dove, secondo la leggenda devozionale, avrebbe compiuto il primo miracolo, riparando un vaglio rotto dalla nutrice. Il fatto suscitò l’ammirazione degli abitanti e la popolarità di Benedetto che preferì allontanarsi in una località solitaria e deserta chiamata Subiaco, luogo ricco di fresche e abbondanti acque.

Mentre si avviava verso questa località, incontrò un monaco di nome Romano che gli offrì il suo aiuto e, vestitolo degli abiti monastici, gli indicò una grotta impervia del monte Taleo (attualmente contenuta all’interno del Monastero del Sacro Speco), dove Benedetto visse da eremita per circa tre anni, fino alla Pasqua dell’anno 500.

La vita solitaria di Benedetto era conosciuta solo dal monaco Romano che dimorava in un piccolo monastero non lontano e che in alcuni giorni della settimana gli portava una parte della sua porzione di cibo. Poichè il luogo dove abitava Benedetto era difficile da raggiungere, il monaco, dall’alto di una rupe, calava il pane con una lunghissima fune, munita di un campanello per avvisare Benedetto che il cibo stava per arrivare; l’uomo di Dio sentiva, usciva fuori e lo prendeva. Tutto ciò non piaceva allo spirito maligno che un giorno scagliò un sasso che ruppe il campanello.

Nonostante la quasi inaccessibilità della grotta, Benedetto vi iniziò la sua vita da eremita intraprendendo un viaggio di estrema povertà che rafforzava il suo corpo di vigore spirituale e, non avendo libri, ripeteva a memoria passi delle Sacre scritture e i Salmi. Queste lunghe veglie di preghiera e meditazione lo avrebbero aiutato più tardi ad esprimere la sua “Regola”.

Nella grotta Benedetto dovette sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Inoltre il demonio lo assalì con tentazioni più intense con l’ossessione del ricordo di una giovane donna conosciuta a Roma. Benedetto per superare questi suoi desideri umani si gettò nudo su un roveto vincendo con le sofferenze la tentazione della carne. Queste esperienze aiutarono Benedetto a superare le tentazioni e il periodo di solitudine con Dio furono per lui un tempo di maturazione.

Al terzo anno del suo ritiro avvenne un fatto provvidenziale nella vita di Benedetto. Un sacerdote di un paese vicino stava preparando il suo pranzo pasquale, quando sentì dentro di sé una voce che gli ricordava che in una grotta il servo Benedetto soffriva la fame mentre lui era alle prese con saporiti manicaretti. Il sacerdote allora prese il cibo e, dopo avere girovagato per i boschi, trovata la grotta che ospitava Benedetto, lo divise con lui e gli annunciò che Dio lo destinava ad una missione più ampia perché la sua luce non doveva rimanere nascosta. Inoltre, anche l’incontro con i pastori, che avevano scoperto la grotta dove viveva Benedetto e che lo avevano eletto a guida spirituale, lo convinse a ritenere che la volontà di Dio non era quella che lui vivesse da eremita, ma che formasse una comunità di monaci.

Iniziò, così, per Benedetto una nuova vita come abate e maestro spirituale.

A Vicovaro, sede di un piccolo monastero, un gruppo di monaci, alla morte del loro abate, chiesero a Benedetto di far loro da guida spirituale; egli, dopo una breve riflessione, accettò trasferendosi nel monastero impegnandoli, però, a rispettare disciplina e obbedienza; ma la resistenza di alcuni monaci e il tentativo di avvelenarlo col vino (tentativo sventato da Benedetto che aveva fatto il segno della croce sulla coppa prima di bere, con la rottura immediata del recipiente) lo indussero a ritornare a Subiaco.

La notizia della presenza di un santuomo in una grotta a Subiaco ben presto si sparse e molti giovani, frequentandolo, gli chiesero di accettarli come discepoli. Fu così che Benedetto iniziò a organizzare una vita monastica e fondò 12 piccole comunità di 12 monaci, ciascuna con un proprio abate, distribuite nelle valli circostanti la sua grotta. In ogni comunità designò un monaco esperto come superiore con la sua supervisione.

Negli anni tra il 525 ed il 529, a seguito di un altro tentativo di assassinio con un pane avvelenato, Benedetto decise di abbandonare Subiaco per salvare i propri monaci. Si diresse verso Cassino dove, sopra un’altura, fondò il Monastero di Montecassino.

Molte famiglie patrizie mandavano i loro figli perché fossero educati e formati da Benedetto e tra questi discepoli due giovani patrizi, Mauro e Placido, divennero i suoi discepoli prediletti e grandi santi.

I due giovani furono condotti al monastero in giovane età e vennero educati da Benedetto a titolo di oblati, cioè offerti nei limiti richiesti dal rispetto della loro libertà futura.

Il giovane Placido sarebbe restato tutta la vita a Montecassino, ma suo padre fece dono a Benedetto di un dominio che possedeva in Sicilia e per rivendicarne il possesso fu necessario inviare laggiù Placido con alcuni compagni. Giunti a Messina vi costruirono un monastero sotto il titolo di San Giovanni di san Placido vivendo una vita da asceti, in silenzio perenne, mangiando solo tre volte a settimana. Quando Mamuscia, pirata saraceno, sbarcò sulla costa con la sua banda, invase il monastero e intimò ai religiosi di rinunciare a Cristo. Tutti rifiutarono e morirono fra crudeli tormenti.

Mauro seguì Benedetto a Montecassino con obbedienza e umiltà, diventando priore e amministratore del monastero. Quando, però, dalla Francia arrivò la richiesta per una fondazione benedettina, San Benedetto affidò a lui questo delicato incarico per diffondere il monachesimo benedettino in Francia.

Nella “Vita Sancti Benedicti” di Gregorio Magno sono narrati diversi momenti della vita di San Benedetto con alcuni episodi di punizioni corporali atti a liberare un monaco dallo spirito maligno. A seguito di tali episodi si sparse la fama di Benedetto come esorcista.

La fama di Benedetto e del suo monastero giunse fino al re goto Totila che invia uno dei suoi scudieri vestito delle insegne reali, ma Benedetto lo invita a deporre quelle vesti in quanto non sue. Totila, messo al corrente, decise di visitare Benedetto e, prostratosi ai suoi piedi, lo riconobbe come un vero uomo di Dio. Benedetto lo ammonì, profetizzandogli che gli restavano solo dieci anni di vita e invitandolo a porre rimedio al male che lui e le sue truppe facevano agli indifesi. Totila restò stravolto da quell’incontro, svoltosi tra il 542 e il 543, e nel 552, ossia dieci anni dopo da quell’incontro, morì come predetto da Benedetto.

L’abbazia di Montecassino rappresenta uno dei luoghi di culto più importanti d’Italia. L’Abbazia è stata distrutta per ben quattro volte e la struttura odierna è stata completamente ricostruita dopo la guerra.

Montecassino divenne non solo centro di vita spirituale, ma anche un faro di cultura in un periodo di buio intellettuale. I monaci si alternavano nella preghiera e nel lavoro e Benedetto istituì nel monastero degli “scriptoria” dove i monaci copiavano e preservavano antichi manoscritti contribuendo alla conservaziione del patrimonio culturale greco-romano.

Intorno al 525 Benedetto compose la sua “Regola”, riassunta nel famoso “Ora et labora et lege” dettando lo scandire delle ore all’interno dell monastero e un codice di vita mirato alla ricerca di Dio attraverso una vita incentrata su Cristo, con le giornate che iniziavano all’alba fino a sera tarda e con la comunità che interrompeva le proprie attività 7 volte al giorno e una alla notte per elevare a Dio dei Salmi.

A Montecassino Benedetto visse fino alla morte avvenuta il 21 marzo 547, lasciando l’esempio della sua vita e della sua opera che ha esercitato un influsso sullo sviluppo della civiltà europea.

Papa Paolo VI lo ha proclamato patrono d’Europa il 24 Ottobre 1964.

Benedetto concepì il monastero come una famiglia presieduta dall’abate che agisce da padre, maestro e pastore; giudicare ma non arbitrariamente i confratelli che non avevano rispettato la Regola, consultare i fratelli per le questioni importanti e rendere conto a Dio delle anime a lui affidate. Un monaco professava tre voti: “stabilità”, la “riforma” della propria vita e l’”obbedienza”, con l’ozio nemico dell’anima. Il lavoro non era visto come mera attività economica, ma come partecipazione all’opera creatrice di Dio e come mezzo di santificazione; necessari momenti di lettura con gli insegnamenti delle Sacre Scritture e dei Padri della Chiesa. Durante le invasioni barbariche i monasteri benedettini si trasformarono in isole di stabilità, cultura di spiritualità e biblioteche che custodivano i preziosi libri salvati dalla distruzione di barbari.

Indispensabili si dimostrarono gli “amanuensi”, monaci deputati ad un lungo e rigoroso lavoro di copiatura dei testi. Era un lavoro lento e faticoso che richiedeva anche la rilegatura dei testi e della decorazione (miniatura) e un intero libro poteva richiedere mesi o anni per essere completato.

I miniaturisti adornavano la lettera iniziale di ogni capitolo o di ogni pagina con dorature o vivaci colori, utilizzavano pergamene con lamine d’oro incollate sul foglio ed i libri diventavano quei capolavori che possiamo ammirare anche ai nostri tempi.

L’Abbazia era il complesso di beni ed insediamenti amministrati autonomamente dall’abate, mentre il Chiostro era la parte del monastero consistente in un giardino interno utilizzato per passeggiate contemplative.

La Sala del Capitolo era il luogo di riunione della comunità monastica, dove si leggeva ogni giorno un capitolo della regola, si svolgevano le assemblee dei monaci e dove si discutevano le questioni teologiche, con l’esclusione dei Novizi privi di “Voce in Capitolo”.

Ulteriori ambenti dell’Abbazia o Monastero sono il Refettorio, l’Infermeria, il Lavabo, il Dornitorio dove arde sempre una lampada ad olio, le Celle dei Monaci, l’Erboristeria e lo Scriptorium.

Per San Benedetto era importante l’”attenzione” dedicata alla persona del monaco, che deve essere sempre seguita in ogni sua attività, la ”concessione del tempo e dello spazio”, necessario alla preghiera, al lavoro, al ristoro e al riposo, con ogni attività tutte regolate dal tempo; importante, altresì, l’accoglienza di pellegrini e stranieri in quanto il pellegrino è equiparato a Cristo stesso e quindi, essendo ospiti, dovevano essere alloggiati in una parte del monastero chiamata foresteria, con le stanze solitamente riscaldate, per obbedire al precetto evangelico che recita “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto”.

I Benedettini, con la loro nuova mentalità e concezione di vita hanno tracciato un solco nella società e possono essere chiamati “padri dell’Europa”. Rifiutando ogni entrata di origine ecclesiastica o feduale, ogni aiuto servile o civile, isolati dal mondo, poveri e disarmati, dovettero provvedere alla loro sussistenza quotidiana con il lavoro da contadini e da pastori; con questa costanza riuscirono a rendere umane lande deserte, paludi senza fine, foreste selvagge ed incolte, assicurando il difficile avvio agricolo dell’Europa, creando automaticamente riserve di frutta, farina, cereali, latte, miele.

Per dedicare più tempo alla preghiera inventarono il mulino ad acqua, l’orologio ad acqua, gli occhiali, la contabilità; in agricoltura perfezionarono l’aratro pesante favorendo l’approccio all’agricoltura; produssero e diffusero la birra adottando nuove tecnologie di lavorazione, nonché nuove tipologie di formaggi tra i quali il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano, dedicandosi anche alla produzione del vino, bevanda cristiana per eccellenza, necessaria alla liturgia, ma anche all’ospitalità, dettando anche modi di comportamenti a tavola, come non bere con la bocca piena o pulirsi la bocca prima di bere.

Un interessante viaggio tra il mistico e il reale che ci ha fatto conoscere un mondo particolare, ma che ha tanto da insegnare alla gente e che deve fungere da faro per far vivere in pace l’umanità tutta.


                                                            Giuseppe Romano

Malcesine, 11 Marzo 2026


lunedì 9 marzo 2026

Sabbioneta: costruita dal nulla nel 1500 oggi fa parte del patrimonio dell'UNESCO.

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Sabbioneta: costruita dal nulla nel 1500 oggi fa parte del patrimonio dell’UNESCO.

Relatore: Prof.ssa Luciana Calzà.


Per riannodare le fila su Mantova ed i Gonzaga e proiettare il discorso successivo su Sabbioneta, costruita dal nulla da Vespasiano Gonzaga Colonna, la Prof.ssa Calzà nella lezione odierna ci parla di ulteriori bellezze di Mantova con particolare riferimento a Palazzo Te, costruito tra il 1524 e il 1534 dall’architetto e pittore Giulio Romano su commissione di Federico II Gonzaga.

Giulio Romano (1499 circa – 1546) è stato un importante pittore e architetto del Rinascimento italiano e tra i principali esponenti del Manierismo.

Nato a Roma intorno al 1499, fu allievo e collaboratore di Raffaello Sanzio con il quale lavorò nelle Stanze Vaticane. Dopo la morte di Raffaello completò diverse opere assimilando il linguaggio classico del maestro, sviluppando uno stile più dinamico e sperimentale.

Dopo il Sacco di Roma nel 1527, si trasferì a Mantova dove entrò a servizio dei Gonzaga come artista di corte, realizzando la sua opera più famosa: Palazzo Te, capolavoro del Manierismo architettonico e pittorico, caratterizzato da soluzioni anticonvenzionali, giochi prospettici e decorazioni illusionistiche (celebre la Sala dei Giganti).

Oltre Palazzo Te si occupò di altre opere per la città di Mantova dove morì nel 1546.

Giulio Romano ebbe un’influenza decisiva sullo sviluppo del Manierismo e sull’arte europea del XVI secolo.

Il termine “Manierismo” deriva da una parola che si trova negli scritti cinquecenteschi, ossia maniera.

Giorgio Vasari ne teorizzò i caratteri e nel corso del XVI secolo molti artisti e letterati adottarono il termine “maniera” nella stessa accezione con cui oggi è usata la parola “stile”.

L’arte di questo particolare filone architettonico e figurativo del Rinascimento venne subito accolta dalle grandi corti italiane ed europee.

Destinata a committenti ricchi ed eruditi, l’arte manieristica si allontanò presto dall’equilibrio e dalla giusta misura che, invece, aveva guidato l’opera dei classicisti.

Palazzo Te è il capolavoro del Manierismo, realizzato da Giulio Romano fu edificato sull’isola detta del Tejeto, al centro del lago Paiolo, interrato nel 1700, appena fuori le mura di Mantova dove i Gonzaga avevano le loro scuderie. Non nacque come residenza ufficiale, ma come villa suburbana destinata all’”onesto ozio” del principe e ai fastosi ricevimenti di ospiti illustri come l’imperatore Carlo V d’Asburgo.

Giulio Romano trasformò le vecchie scuderie in un palazzo monumentale curando ogni dettaglio dall’architettura agli affreschi. Il palazzo è celebre per i suoi cicli pittorici, tra cui spicca la Sala dei Giganti, un esempio estremo di illusionismo dove lo spettatore si sente travolto dal crollo dell’Olimpo, la Sala dei Cavalli e la Sala di Amore e Psiche.

Dopo il declino dei Gonzaga, il palazzo passò per varie mani fino a diventare proprietà del Comune di Mantova.

Completata la storia di Palazzo Te, la Prof.ssa Calzà ci parla di Sabbioneta, una gemma nascosta dell’architettura rinascimentale, situata nella Provincia di Mantova, dichiarata dall’UNESCO “Patrimonio dell’Umanità”, che fa parte del circuito dei Borghi più belli d’Italia.

Immersa nel Basso Mantovano, quasi a metà strada fra Mantova e Parma, confina con la Provincia di Cremona e a pochi chilometri dall’Emilia Romagna.

Il centro abitato è attraversato dal 45° parallelo e non molto distante dal territorio comunale scorre il fiume Po.

Il termine “Sabbioneta”, più che un singolo centro abitato, indicava storicamente un territorio governato nel X-XII secoli dalla famiglia dei conti di Sabbioneta.

La città attuale fu edificata da Vespasiano Gonzaga Colonna tra il 1554 e il 1591, anno della sua morte, nel luogo in cui sorgevano una rocca del nonno Ludovico e un antico insediamento.

Posta su un terreno alluvionale tra i fiumi Po e Oglio, nonché lungo il tracciato dell’antica via Vitelliana, occupava una posizione strategica nel cuore della Pianura padana. Per Vespasiano Gonzaga Sabbioneta doveva essere soprattutto una fortezza per renderla sicura dai nemici.

Vespasiano Gonzaga Colonna (1531-1591) è stato un nobile, condottiero, mecenate, celebre per avere fondato e costruito dal nulla la città di Sabbioneta, concepita come la “città ideale” del Rinascimento.

Nato a Fondi da Luigi Rodomonte Gonzaga e Isabella Colonna, trascorse gran parte della vita al servizio dell’Impero Asburgico e della Corona Spagnola.

Abile stratega e diplomatico, ottenne cariche di altissimo prestigio e nel 1585 fu insignito del Toson d’Oro, la massima onorificenza della casa reale spagnola. Nel 1577 l’Imperatore elevò Sabbioneta a Ducato autonomo, sancendo l’ascesa di Vespasiano ai vertici della gerarchia feudale.

Il Toson d’Oro è uno dei più antichi e prestigiosi ordini cavallereschi al mondo, fondato il 10 gennaio 1430 da Filippo III il Buono, duca di Borgogna, nato per difendere la Chiesa e i valori della cavalleria; era riservato a sovrani, principi e altissimi dignitari che entravano in un’elite ristrettissima di potere a livello europeo.

L’onorificenza non è una semplice medaglia, ma un collare d’oro composto da maglie a forma di acciarino e pietre focaie che sprigionano scintille. Al centro pende il caratteristico pendaglio a forma di ariete. A Sabbioneta è conservato l’esemplare originale, in oro 24 carati, ritrovato nel sarcofago di Vespasiano Gonzaga.

Il progetto più ambizioso di Vespasiano fu la trasformazione del borgo di Sabbioneta in una “nuova Roma” o “piccola Atene” tra il 1556 e il 1591. La città fu edificata seguendo i canoni dell’urbanistica rinascimentale.

Le sue strade lastricate, le piazze accoglienti e le sontuose residenze testimoniano il genio creativo di Vespasiano Gonzaga Colonna. La struttura urbana, a forma di stella a sei punte, è un esempio straordinario di pianificazione architettonica rinascimentale che la rendono unica nel suo genere, le strade sono disposte in un reticolo ortogonale, creando una griglia di strade larghe e diritte. I principali edifici e le piazze sono posizionati strategicamente lungo questo reticolo creando una struttura urbana armoniosa e funzionale.

Le forme, le proporzioni, le misure, rimandano a una bellezza segretamente alchemica (ritmata sui numeri 6 e 12).

Il cuore della città ospita la piazza principale e il Palazzo Ducale (Centro del potere politico), con i suoi cortili interni e le decorazioni eleganti.

Punto di grande rilievo è il Teatro all’Antica, progettato da Vincenzo Scamozzi e primo teatro stabile costruito appositamente per tale funzione in Italia; il Palazzo Giardino è stato realizzato come luogo di svago e riflessione del duca; la Cinta Muraria è, invece, una possente fortificazione a forma di stella che protegge l’intero abitato.

Vespasiano ebbe una vita segnata da tragedie familiari; sposatosi tre volte, non ebbe eredi maschi sopravvissuti e nominò sua erede universale la figlia Isabella, lasciandole la gestione del suo vasto patrimonio e del ducato.

Il Palazzo Ducale di Sabbioneta, costruito tra il 1560 e il 1561, fu il centro politico e amministrativo della sua “città ideale”, un’opera rinascimentale che trasformò un borgo medievale in una capitale fortificata, sede della sua corte e sede di sontuose sale decorate con affreschi, stucchi, soffitti lignei e tele che celebrano la famiglia Gonzaga.

Il Palazzo Ducale, insieme agli altri edifici di Sabbioneta (Palazzo Giardino, il Teatro Olimpico e la Chiesa dell’Incoronata) costituisce un insieme di straordinario valore storico-artistico, testimonianza della visione urbanistica e culturale di Vespasiano Gonzaga.

La visita a Sabbioneta è come un viaggio nel passato in cui ci si può immergere completamente nella vita e nell’arte del Rinascimento. La città è un invito a scoprire le connessioni tra architettura, cultura e storia, e a lasciarsi affascinare dalla bellezza intatta di questo gioiello italiano.

Per assaporare queste meraviglie della storia, il 6 Marzo abbiamo visitato Sabbioneta e Mantova per constatare con i nostri occhi questi splendidi luoghi. Assistiti da due competenti guide, noi partecipanti al viaggio abbiamo ammirato quanto ci era stato anticipato nelle due lezioni.

I nostri occhi non dimenticheranno facilmente ciò che hanno visto; i palazzi, le chiese, i monumenti con gli affreschi, le statue. Le storie che ci sono state trasmesse attraverso i dipinti sono la testimonianza di un’epoca che, probabilmente, non ritornerà più, ma anche la prova della genialità del popolo italico nel corso millenario della sua storia.

Un momento particolarmente commovente è stata la visita della Basilica di Sant’Andrea a Mantova.

Opera di Leon Battista Alberti si presenta nella sua maestosità architettonica rinascimentale e nella cripta si conservano due reliquari con terra intrisa di “sangue di Cristo”, che avrebbe portato il soldato romano Longino, proclamato santo il 2 dicembre 1340 sotto il papato di Innocenzo VI.

Avere avuto la possibilità di visitare la cripta è stato un attimo di silenzio, di partecipazione al dolore, di ammonizione per gli avvenimenti che in questo momento avvolgono il mondo intero.

Tornando a casa avremo tempo per ricordare e meditare sulle bellezze italiche, ma anche sulla brutalità di chi ha in mano le sorti del genere umano.

                                                                Giuseppe Romano

Malcesine, 4 - 6 Marzo 2026


giovedì 5 marzo 2026

La pace finta

 

Lo spazio abitato da

vocii incontrollabili

che sanno di niente.


Radar celano droni

destinati a colpire i

cieli di terre remote.


Finti statisti giurano

pace perenne a gente

che sopporta la fame.

 

Un bimbo, seppellito

tra le antiche macerie

di un palazzo piegato,


brama la madre persa

nel nulla, con il cielo

che regalava la morte.


Senza fermarsi sirene

urlano truci messaggi

a etnìe piene di nulla.


Fantasmi a richiamare

battaglie raccontate in

volumi di fatti cruenti.


Rintocchi di campane

che evocano cadaveri

figli di spogli domani.


              Giuseppe Romano


05/03/2026

domenica 1 marzo 2026

Non dimentico

                                                                

Ci possiamo dimenticare di

qualcuno, ma non di chi si ama.


Anche di notte, quando sogni le

anime sante che ti hanno guidato

tenendoti per mano lungo anonimi

sentieri calpestati per la prima volta.


I silenzi diventano angoscianti se il

passato ritorna e non accarezzi più

i volti di chi hai amato e ti ha amato.


Non dimentico mia madre che mi ha

cullato con tenerezza e la donna che,

insieme a me, ha scoperto la voluttà

del proibito e la complicità d’amare.


E non dimentico il mio sole che sa

di primavera, fonte di turbamenti ed

estasi, da attraversare con innocenza.


Sospiro per l’incertezza che mi sta accanto

e non completo i passi per salire sull’altare.

 

                         Giuseppe Romano


1/03/2026



 

sabato 28 febbraio 2026

Mantova, da Mantegna a Rubens: una città vicina con tanta storia da raccontare.

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Mantova, da Mantegna a Rubens: una città vicina con tanta storia da raccontare.

Relatore: Prof.ssa Luciana Calzà.


L’interessante argomento che l’Università del Tempo Libero propone nella lezione di oggi riguarda la storia di Mantova, una città nota per le bellezze artistiche legate ai suoi monumenti e ai Gonzaga che ne furono i Signori dal 1328 fino al 1707.

Mantova nacque su due isolette create dai detriti del Mincio e tutt’ora è bagnata per tre lati dal fiume che forma a nord-ovest il Lago Superiore, a nord-est il Lago di Mezzo, ad est il Lago Inferiore.

Il luogo fu occupato prima dei Romani e, in età non precisabile, III o IV Secolo, si ebbe a Mantova la diffusione del Cristianesimo, come attestano la tradizione di San Longino e il culto delle reliquie del Sangue di Cristo, custodite nei Sacri Vasi nella Basilica di Sant’Andrea.

Caduto l’Impero Romano, la città subì le invasioni dei barbari e le diverse denominazioni di Goti, Bizantini, Longobardi e Franchi, finché, intorno all’anno Mille, entrò a far parte dei domini feudali della famiglia degli Attoni, detta Canossa, la cui ultima rappresentante fu la Contessa Matilde (1046-1115).

Dopo la morte di Matilde di Canossa, Mantova si resse a libero Comune e, difendendo la propria libertà dalle forze imperiali, si abbellì di magnifici edifici (Palazzi del Broletto e della Ragione), prosciugò le acque palustri del Mincio e si cinse di mura.

Nel 1273 Pinamonte Bonacolsi si impadronì del potere e la sua famiglia signoreggiò su Mantova per oltre mezzo secolo accrescendone la floridezza e la bellezza artistica e realizzando Palazzo Bonacolsi, quello del Capitano, l’Arengarlo, la Magna Domus e le chiese del Gradaro e di S. Francesco.

Nel 1323 fu ucciso Rainaldo, l’ultimo dei Bonacolsi, a seguito di una rivolta popolare, e i Corradi da Gonzaga acquisiscono il potere sottraendolo alle ambizioni degli Scaligeri.

Sotto i Gonzaga, nominati marchesi nel 1433 dall’Imperatore Sigismondo e duchi nel 1530 da CarloV, Mantova divenne capoluogo di un notevole stato e conobbe un periodo di gloria militare e di splendore artistico durato circa quattro secoli. In questo periodo furono costruiti diversi edifici, veri capolavori d’arte, fra i quali il Castello di San Giorgio e il Santuario delle Grazie, e molti illustri artisti (Ariosto, il Tasso, il Correggio, il Tiziano e il Cellini), chiamati da Gianfranco Gonzaga, arricchirono i monumenti della città delle loro opere. Ludovico Gonzaga accolse ed esaltò la nuova arte rinascimentale ospitando il Brunelleschi, il Farnelli, l’Alberti, il Laurana, il Mantegna e il Poliziano.

Furono Leon Battista Alberti e Andrea Mantegna a dare l’impronta alla Mantova dei tempi d’oro; dopo, trascorsi gli anni fecondi in cui Isabella d’Este teneva corrispondenza con i massimi artisti e letterati di tutta la penisola, s’aprirà una splendida e generale decadenza con il lungo regno di Giulio Romano, che, oltre alla creazione del Palazzo del Te, si occupò del riordino urbanistico della città .

Nel 1627 si estinse la linea primogenita dei Gonzaga ed iniziò così anche la lenta decadenza di Mantova finché nel 1707, deposto l’ultimo discendente della dinastia, la città passò sotto il dominio austriaco.

Il palazzo Ducale è stata la residenza principale dei Gonzaga e assunse la denominazione di Palazzo Reale durante la dominazione austriaca a partire dall’epoca di Maria Teresa d’Austria regnante.

Ambienti distinti e separati tra loro, furono costruiti in epoche diverse a partire dal XIII secolo, inizialmente per opera della famiglia Bonacolsi e successivamente su impulso dei Gonzaga. Fu il duca Guglielmo ad incaricare il prefetto delle fabbriche Giovan Battista Bertani perché collegasse i vari edifici al fine di creare, a partire dal 1556, un unico grandioso complesso monumentale e architettonico. Morto Bertani nel 1576, l’opera fu proseguita e completata da Bernardino Facciotto. L’interno del palazzo è quasi spoglio perché i Gonzaga, una volta impoveritisi, dovettero vendere opere d’arte e arredi, sottratti in parte successivamente da Napoleone.

Il palazzo del Capitano, che si affaccia su piazza Sordello, è l’edificio più antico del palazzo Ducale. Voluto da Guido Bonacolsi sul finire del duecento, inizialmente è stato costruito su due piani e nei primi anni del 1300 fu rialzato di un piano ed unito alla Magna Domus dalla monumentale facciata con portico. Il secondo piano aggiunto è costituito da un unico enorme salone, detto dell’Armeria, o Salone della Dieta, in quanto ospitò la Dieta di Mantova del 1459.

Altri nuclei dell’edificio sono:

- Corte Vecchia, che si affaccia su piazza Sordello;

- Corte Nuova, che si affaccia sul lago;

- Castello di San Giorgio, che si affaccia sul lago.

Il Castello di San Giorgio è uno dei monumenti più rappresentativi della città di Mantova e fa parte della Reggia dei Gonzaga.

Costruito sulle macerie della chiesa di Santa Maria di Capo di Bove a partire dal 1395 e concluso nel 1406 è un edificio a pianta quadrata costituito da quattro torri angolari e cinto da un fossato con tre porte e relativi ponti levatoi.

Isabella d’Este, moglie di Francesco II Gonzaga, chiamò presso la corte numerosi artisti (Andrea Mantegna, il Perugino, Leonardo da Vinci, Ludovico Ariosto e Baldassare Castiglione) contribuendo a fare di Mantova una delle maggiori corti europee e centro artistico letterario.

Il Castello rimane per circa un secolo la residenza del principe ed è famoso per le sue sale (de Soli, degli Stemmi, degli Affreschi, ecc.), tra le quali la più famosa è la “Camera degli Sposi” , meravigliosa stanza del piano nobile del torrione nord-est opera di Andrea Mantegna.

Realizzata nell’arco di nove anni (1465–1475) riadatta lo spazio augusto della stanza cubica con volte su lunette in un susseguirsi di realtà e finzione conferendo all’ambiente un’atmosfera “en plein air”, dando l’idea di trovarsi in un finto loggiato. Lo spazio di ogni parete della camera è stato diviso dall’artista in tre aperture che trasmettono allo spettatore, attraverso ampi archi, paesaggi bucolici e tende mosse dal vento.Gli affreschi sono stati realizzati sia a secco, sia a fresco.

Due sono le scene raffiguranti componenti della famiglia Gonzaga: la “Scena della Corte” e la “Scena dell’Incontro”. In esse il Mantegna rende omaggio ai mecenati che tante committenze gli hanno procurato.

La volta è composta da un soffitto ribassato e al centro si trova il bellissimo “oculo di cielo” dal quale si affacciano putti stupiti e belle donne che osservano dall’alto e sono raffigurati alcuni momenti e fatti della vita dei Gonzaga; si vede una balaustra dalla quale si sporgono una dama di corte, accompagnata dalla serva di colore, un gruppo di domestiche, una dozzina di putti, un pavone e un vaso. La varietà delle pose è estremamente ricca, improntata ad una totale libertà di movimento dei corpi nello spazio, dando un effetto illusionistico eccezionale.

La “Scena della Corte” è un’immagine domestica, dove il Gonzaga Ludovico III è seduto su uno scranno, sotto il quale c’è il suo cane preferito, dietro di lui sta in piedi il terzogenito Gianfrancesco, con sulle spalle un bambino, al centro Vittorino da Feltre, precettore del marchese e dei figli, al centro la moglie Barbara di Braganza con una bambina alle ginocchia, inoltre altri personaggi e in basso sta la nana di corte Lucia che guarda direttamente lo spettatore.

Rappresentato è un servo che si avvicina per consegnarli una lettera, che il Gonzaga tiene fra le mani. In questa lettera viene data notizia che il figlio Francesco viene fatto cardinale.

La “Scena dell’Incontro” ci narra l’incontro di Ludovico III con il figlio Francesco eletto cardinale. Nella scena due bambine in basso e in alto si intravede una città, con dei tratti di Roma, dove si nota il Colosseo. Una città ideale che sta al di sopra della città reale.

In questi affreschi troviamo tutto: il cielo e la terra, l’alto e il basso, gli uomini e gli animali, e tutti i contrasti trovano un’armonizzazione assoluta, come succede nella grande arte.

Sono affreschi importanti per due motivi:

1) - Mantegna è un pittore famoso per essere innamorato dell’antichità, quindi un classicista e dipinge i suoi quadri con capitelli e colonne. In questa stanza fa una cosa diversa, supera questa rigidezza classicista e in primo piano vi sono i volti delle persone note che ha voluto ritrarre.

2) – Le pareti dipinte dell’epoca si basavano su eventi biblici, su fatti mitici, mentre in questo caso vengono descritti avvenimenti connotati alla realtà, al presente, diventando così arte universale e assoluta.

Andrea Mantegna (Isola di Carturo, oggi Isola Mantegna, 1431 – Mantova , 1506) si formò a Padova nella bottega di Francesco Squarcione, dove sviluppò un forte interesse per l’arte classica, la prospettiva e lo studio dell’anatomia. Dal 1460 lavorò stabilmemnte a Mantova come pittore di corte dei Gonzaga, realizzando il suo capolavoro (la Camera degli Sposi), celebre per l’illusionismo prospettico e il famoso oculo dipinto. Tra le sue opere si ricordano anche il Cristo morto, la Pala di San Zeno e numerose incisioni, ebbe una grande influenza sull’arte rinascimentale e lasciò una eredità fondamentale per lo sviluppo della prospettiva e del linguaggio classico.

Scesi dalla Camera degli Sposi si può accedere alla Corte Nuova, salendo lo scalone di Enea, edificata nel 1536 da Giulio Romano. L’appartamento Grande è composto da varie stanze fra cui la Sala di Troia con il soffitto e le pareti affrescati con vicende della Guerra di Troia.

La Corte Vecchia ha anch’essa splendide sale decorate e affrescate, con la Sala di Amore e Psiche.

Il Palazzo della Ragione e la Torre dell’Orologio si trovano in Piazza delle Erbe e fanno ombra alla piccola Rotonda di San Lorenzo, chiesa romanica dell’anno 1000 circa. Sempre in Piazza Erbe c’è la Casa del Mercante del 1455 che rammenta i viaggi del mercante Boniforte da Concorezzo.

Una figura che ha segnato profondamente il Rinascimento a Mantova è stato Leon Battista Alberti, nato a Genova nel 1404 da famiglia fiorentina in esilio, che studiò diritto canonico all’Università di Bologna, ma con una formazione più ampia che comprendette letteratura, matematica, filosofia, scienze e arti figurative. Fu architetto, teorico dell’arte, scrittore e matematico e collaborò col marchese Ludovico III Gonzaga, rinnovando la città di Mantova e progettando la Basilica di Sant’Andrea e il Tempio di San Sebastiano.

Alberti fu una delle figure artistiche più poliedriche del Rinascimento per il suo interesse nelle più varie discipline, alla ricerca continua di regole teoriche e pratiche, in grado di guidare il lavoro degli artisti fino alla morte nel 1472.

A Mantova, nel 1600, giunge, come pittore ufficiale di Vincenzo I Gonzaga, Pieter Paul Rubens per iniziare un nuovo rapporto artistico con la Città, Palazzo Te, i Gonzaga.

Un nuovo momento da vivere e raccontare al prossimo incontro con la Prof.ssa Calzà.



                                                                         Giuseppe Romano


Malcesine, 25 Febbraio 2026

 

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