UNIVERSITA’
DEL TEMPO LIBERO
MALCESINE
– PALAZZO DEI CAPITANI
ANNO
ACCADEMICO 2025-2026
-
Sacro Speco di San Benedetto: la storia dell’antico monastero di
Subiaco.
Relatore:
Prof.ssa Donatella
Daniele.
A
qualche chilometro da Roma, nel territorio di Subiaco, si trova il
Monastero di San Benedetto, o Santuario del Sacro Speco.
La
Prof.ssa Donatella Daniele ce ne parla oggi con dovizia di
particolari, raccontando la vita di San Benedetto e dei suoi
Monasteri, della
“Regola” che i confratelli dovevano rispettare, dei miracoli a
lui attribuiti.
San
Benedetto e sua sorella gemella Santa Scolastica nacquero a Norcia
intorno al 480 appena dopo la caduta dell’Impero Romano
d’Occidente. La loro era una nobile famiglia cristiana che,
secondo una certa tradizione apparteneva alla gens Anicia. Si
tramanda, inoltre, che il padre si chiamasse Euprobo e la madre
Claudia Abundantia Reguardati. Benedetto ebbe una educazione
accurata con i migliori maestri della regione, studiando
lettere, scienze e arti liberali.
Munito
di una vivissima intelligenza e di una memoria prodigiosa, aveva
rettitudine morale e mostrava la sua compassione verso i meno
fortunati, condividendo il suo cibo con i poveri mosso da una carità
che sembrava soprannaturale data la sua giovane età.
A
12 anni fu mandato con la sorella a Roma a compiere i suoi studi,
accompagnati dalla nutrice Cirilla, poiché Roma, seppur decadente,
rimaneva sempre il centro culturale dove i giovani di buona famiglia
imparavano l’istruzione che li avrebbe preparati ad occupare
posizioni di responsabilità nella società. Sconvolto dalla vita
dissoluta della
Città, preferì abbandonare gli studi per abbracciare, lontano
anche dalla casa e dai beni paterni, la vita monastica.
All’età
di 17 anni, insieme alla nutrice Cirilla, si ritirò presso Eufide
(attuale Affile) dove, secondo la leggenda devozionale, avrebbe
compiuto il primo miracolo, riparando un vaglio rotto dalla nutrice.
Il fatto suscitò l’ammirazione degli abitanti e la popolarità di
Benedetto che preferì allontanarsi in una località solitaria e
deserta chiamata Subiaco, luogo
ricco
di fresche e abbondanti acque.
Mentre
si avviava
verso questa località, incontrò un monaco di nome Romano che gli
offrì il suo aiuto e, vestitolo degli abiti monastici, gli indicò
una grotta impervia del monte Taleo (attualmente contenuta
all’interno del Monastero del Sacro Speco), dove Benedetto visse da
eremita per circa tre anni, fino alla Pasqua dell’anno 500.
La
vita
solitaria di Benedetto era conosciuta solo dal monaco Romano che
dimorava in un piccolo monastero non lontano e
che in alcuni giorni della settimana gli portava una parte della sua
porzione di cibo. Poichè il luogo dove abitava Benedetto era
difficile da raggiungere, il monaco, dall’alto di una rupe, calava
il pane con una lunghissima fune, munita di un campanello per
avvisare Benedetto che il cibo stava per arrivare; l’uomo
di Dio sentiva, usciva
fuori e lo prendeva. Tutto ciò non piaceva allo spirito maligno che
un giorno scagliò un sasso che ruppe il campanello.
Nonostante
la quasi inaccessibilità della grotta, Benedetto vi iniziò la sua
vita da eremita intraprendendo
un
viaggio di estrema povertà che rafforzava il suo corpo di vigore
spirituale
e, non avendo libri, ripeteva a memoria passi delle Sacre scritture
e i
Salmi.
Queste lunghe veglie di preghiera e meditazione lo avrebbero aiutato
più tardi ad esprimere la sua “Regola”.
Nella
grotta Benedetto dovette sopportare e superare le tre tentazioni
fondamentali di ogni essere umano: la tentazione
dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro,
la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e
della vendetta. Inoltre il demonio lo assalì con tentazioni più
intense con l’ossessione del ricordo di una giovane donna
conosciuta a Roma. Benedetto per superare questi suoi desideri umani
si gettò nudo su un roveto vincendo con le sofferenze la tentazione
della carne. Queste esperienze aiutarono Benedetto a superare le
tentazioni e il periodo di solitudine con Dio furono per lui un tempo
di maturazione.
Al
terzo anno del suo ritiro avvenne un fatto provvidenziale nella vita
di Benedetto. Un sacerdote di un paese vicino stava preparando il
suo pranzo pasquale, quando sentì dentro di sé una voce che gli
ricordava che in una grotta il servo Benedetto soffriva la fame
mentre lui era alle prese con saporiti manicaretti. Il sacerdote
allora prese il cibo e, dopo avere girovagato per i boschi, trovata
la grotta che ospitava Benedetto, lo divise con lui e gli annunciò
che Dio lo destinava ad una missione più ampia perché la sua luce
non doveva rimanere nascosta. Inoltre,
anche l’incontro con i pastori, che avevano scoperto la grotta dove
viveva Benedetto e che lo avevano eletto a guida spirituale, lo
convinse a ritenere che la volontà di Dio non era quella che lui
vivesse da eremita, ma che formasse una comunità di monaci.
Iniziò,
così, per Benedetto una nuova vita come abate e maestro spirituale.
A
Vicovaro, sede di un piccolo monastero, un gruppo di monaci, alla
morte del loro abate, chiesero
a Benedetto di far loro da guida spirituale; egli,
dopo
una breve riflessione, accettò
trasferendosi nel monastero impegnandoli, però,
a
rispettare disciplina e obbedienza; ma la resistenza di alcuni
monaci e il tentativo di avvelenarlo col vino (tentativo sventato da
Benedetto che aveva fatto il segno della croce sulla coppa prima di
bere, con
la rottura immediata del recipiente)
lo
indussero
a
ritornare a Subiaco.
La
notizia della presenza di un santuomo in una grotta a Subiaco ben
presto si sparse e molti giovani, frequentandolo, gli chiesero di
accettarli come discepoli. Fu così che Benedetto iniziò a
organizzare una vita monastica e fondò 12 piccole comunità di 12
monaci, ciascuna con un proprio abate, distribuite nelle valli
circostanti la sua grotta. In ogni comunità designò un monaco
esperto come superiore con la sua supervisione.
Negli
anni tra il 525 ed il 529, a seguito di un altro tentativo di
assassinio con un pane avvelenato, Benedetto decise di abbandonare
Subiaco per salvare i propri monaci. Si diresse verso Cassino dove,
sopra un’altura, fondò il Monastero di Montecassino.
Molte
famiglie patrizie mandavano i loro figli perché fossero educati e
formati da Benedetto e tra questi discepoli due giovani patrizi,
Mauro e Placido, divennero i suoi discepoli prediletti e grandi
santi.
I
due giovani furono condotti al monastero in giovane età e vennero
educati da Benedetto a titolo di oblati, cioè offerti nei limiti
richiesti dal rispetto della loro libertà futura.
Il
giovane Placido sarebbe restato tutta la vita a
Montecassino, ma suo padre fece dono a Benedetto di un dominio che
possedeva in Sicilia e per rivendicarne il possesso fu necessario
inviare laggiù Placido con alcuni compagni. Giunti a Messina vi
costruirono un monastero sotto
il titolo di San Giovanni di san Placido vivendo una vita da asceti,
in silenzio perenne, mangiando solo tre volte a settimana. Quando
Mamuscia, pirata saraceno, sbarcò sulla costa con la sua banda,
invase il monastero e intimò ai religiosi di rinunciare a Cristo.
Tutti rifiutarono e morirono fra crudeli tormenti.
Mauro
seguì Benedetto a Montecassino con obbedienza e umiltà, diventando
priore e amministratore del monastero. Quando, però,
dalla Francia arrivò la richiesta per una fondazione benedettina,
San
Benedetto affidò a lui questo delicato incarico
per
diffondere il monachesimo benedettino in Francia.
Nella
“Vita Sancti Benedicti” di Gregorio Magno sono narrati diversi
momenti della vita di San Benedetto con alcuni episodi di punizioni
corporali atti a liberare un
monaco dallo
spirito maligno. A
seguito di tali episodi si sparse la fama di Benedetto come
esorcista.
La
fama di Benedetto e del suo monastero giunse fino al re goto Totila
che invia uno dei suoi scudieri vestito delle insegne reali, ma
Benedetto lo invita a deporre quelle vesti in quanto non sue. Totila,
messo al corrente, decise di visitare Benedetto e, prostratosi ai
suoi piedi, lo riconobbe come un vero uomo di Dio. Benedetto lo
ammonì,
profetizzandogli che gli
restavano solo dieci anni di vita e
invitandolo a porre rimedio al male che lui e le sue truppe facevano
agli indifesi. Totila restò stravolto da quell’incontro, svoltosi
tra il 542 e il 543, e nel 552, ossia dieci anni dopo da
quell’incontro, morì come predetto da Benedetto.
L’abbazia
di Montecassino rappresenta uno dei luoghi di culto più importanti
d’Italia. L’Abbazia è stata distrutta per ben quattro volte e la
struttura odierna è stata completamente ricostruita dopo la guerra.
Montecassino
divenne non solo centro di vita spirituale, ma anche un faro di
cultura in un periodo di buio intellettuale. I monaci si alternavano
nella preghiera e nel lavoro e Benedetto istituì nel monastero degli
“scriptoria” dove i monaci copiavano e preservavano antichi
manoscritti contribuendo alla conservaziione del patrimonio culturale
greco-romano.
Intorno
al 525 Benedetto compose la sua “Regola”, riassunta nel famoso
“Ora et labora et lege” dettando lo scandire delle ore
all’interno dell monastero e un codice di vita mirato alla ricerca
di Dio attraverso una vita incentrata su Cristo, con le giornate che
iniziavano all’alba fino a sera tarda e con la comunità che
interrompeva le proprie attività 7 volte al giorno e una alla notte
per elevare a Dio dei Salmi.
A
Montecassino Benedetto visse fino alla morte avvenuta il 21 marzo
547, lasciando
l’esempio della sua vita e della sua opera che ha esercitato un
influsso sullo sviluppo della civiltà europea.
Papa
Paolo VI lo ha proclamato patrono d’Europa il 24 Ottobre 1964.
Benedetto
concepì il monastero come una famiglia presieduta dall’abate che
agisce da padre, maestro e pastore; giudicare ma non arbitrariamente
i confratelli che non avevano rispettato la Regola,
consultare
i fratelli per le questioni importanti e rendere conto a Dio delle
anime a lui affidate. Un monaco professava tre voti: “stabilità”,
la “riforma” della propria vita e l’”obbedienza”, con
l’ozio nemico dell’anima. Il lavoro non era visto come mera
attività economica, ma come partecipazione all’opera creatrice di
Dio e come mezzo di santificazione; necessari
momenti
di lettura con gli insegnamenti delle Sacre Scritture e dei Padri
della Chiesa. Durante
le invasioni barbariche i monasteri benedettini si trasformarono in
isole di stabilità, cultura di spiritualità e biblioteche che
custodivano i preziosi libri salvati dalla distruzione di barbari.
Indispensabili
si dimostrarono gli “amanuensi”, monaci deputati ad un lungo e
rigoroso lavoro di copiatura dei testi. Era un lavoro lento e
faticoso che richiedeva anche la rilegatura dei testi e della
decorazione (miniatura) e un intero libro poteva richiedere mesi o
anni per essere completato.
I
miniaturisti adornavano la lettera iniziale di ogni capitolo o di
ogni pagina con dorature o vivaci colori, utilizzavano
pergamene con lamine d’oro incollate sul foglio
ed
i libri diventavano quei capolavori che possiamo ammirare anche ai
nostri tempi.
L’Abbazia
era il complesso di beni ed insediamenti amministrati autonomamente
dall’abate, mentre il Chiostro era la parte del monastero
consistente in un giardino interno utilizzato per passeggiate
contemplative.
La
Sala del Capitolo era il luogo di riunione della comunità monastica,
dove si leggeva
ogni giorno un capitolo della regola, si svolgevano
le assemblee dei monaci e dove si discutevano
le questioni teologiche, con
l’esclusione dei Novizi privi
di
“Voce in Capitolo”.
Ulteriori
ambenti dell’Abbazia o Monastero sono il Refettorio, l’Infermeria,
il Lavabo, il Dornitorio dove arde sempre una lampada ad olio, le
Celle dei Monaci, l’Erboristeria
e lo Scriptorium.
Per
San Benedetto era importante l’”attenzione” dedicata alla
persona del monaco, che deve essere sempre seguita in ogni sua
attività, la ”concessione del tempo e dello spazio”, necessario
alla preghiera, al lavoro, al ristoro e al riposo, con ogni attività
tutte regolate dal tempo; importante,
altresì, l’accoglienza di pellegrini e stranieri in quanto il
pellegrino è equiparato a Cristo stesso e quindi, essendo ospiti,
dovevano essere alloggiati in una parte del monastero chiamata
foresteria, con le stanze solitamente riscaldate, per obbedire al
precetto evangelico che recita “Ho avuto fame e mi avete dato da
mangiare, sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete
accolto”.
I
Benedettini, con la loro nuova mentalità e concezione di vita hanno
tracciato un solco nella società e possono essere chiamati “padri
dell’Europa”. Rifiutando ogni entrata di origine ecclesiastica o
feduale, ogni aiuto servile o civile, isolati dal mondo, poveri e
disarmati, dovettero provvedere alla loro sussistenza quotidiana con
il lavoro da contadini e da pastori; con questa costanza riuscirono
a rendere umane lande deserte, paludi senza fine, foreste selvagge ed
incolte, assicurando
il difficile avvio agricolo dell’Europa, creando automaticamente
riserve di frutta, farina, cereali, latte, miele.
Per
dedicare più tempo alla preghiera inventarono il mulino ad acqua,
l’orologio ad acqua, gli occhiali, la contabilità; in agricoltura
perfezionarono l’aratro pesante favorendo l’approccio
all’agricoltura; produssero
e diffusero la birra adottando
nuove tecnologie di lavorazione, nonché nuove
tipologie
di formaggi tra i quali il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano,
dedicandosi anche alla produzione del vino, bevanda cristiana per
eccellenza, necessaria alla liturgia, ma anche all’ospitalità,
dettando
anche modi di comportamenti a tavola, come non bere con la bocca
piena o pulirsi la bocca prima di bere.
Un
interessante viaggio tra il mistico e il reale che ci ha fatto
conoscere un mondo particolare, ma che ha tanto da insegnare alla
gente e che deve fungere da faro per far vivere in pace l’umanità
tutta.
Giuseppe
Romano
Malcesine, 11 Marzo 2026