giovedì 19 marzo 2026

- I nostri olivi, ieri,oggi e... domani? Uno sguardo da Malcesine.

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- I nostri olivi, ieri, oggi e.… domani? Uno sguardo da Malcesine.

Relatore: Benigno Barzoi.


I temi trattati in quest’Anno Accademico 2025-2026 hanno toccato, nella maggior parte dei casi, argomenti relativi ai capolavori artistici dell’umanità esistenti in Italia (dalla Cappella Sistina, alle meraviglie di Sabbioneta e Mantova, al Sacro Speco di San Benedetto), nonché ad altri argomenti storici e culturali (da Dante al Sacro Romano Impero) che hanno attraversato l’Italia intera nella sua millenaria esistenza.

Benigno Barzoi, oggi, ci parla di un argomento che ci interessa più da vicino e che riguarda la storia di Malcesine e il suo territorio: I nostri olivi.

Giuseppe Trimeloni, autore del volume “Malcesine, Toponimi e Memorie”, pubblicato nel 1999 a cura della Amministrazione Comunale di Malcesine – Assessorato alla Cultura, scrive che “Il territorio del Comune di Malcesine copre buona parte della costa occidentale del Monte Baldo che, con differente ripidità, si spinge fino alla riva del Lago di Garda per una lunghezza, da nord a sud, di una dozzina di chilometri.” Ci informa, poi, che il Monte Baldo separa Malcesine dal territorio di Brentonico e che è un territorio tutto in pendìo stretto fra il lago e le cime montane, con una vegetazione boscosa estesa ovunque.

Questa conformazione strutturale, la montagna e il lago, ha orientato l’economia degli anni passati di Malcesine (adesso retta da una attività prettamente turistica) determinata dai prodotti della terra: ulivi, gelsi, un po’ di viti e poi bosco, pascoli, malghe, legna da ardere. A margine la pesca, considerata “la pesca dei contadini-pescatori dell’Alto Garda da G. Vedovelli, buon memorialista della vita gardesana.

Il mar Mediterraneo, per il suo mite clima e per la sua collocazione geografica, è da sempre stato considerato il mare degli oliveti e i territori da esso bagnati depositari della enorme produzione dell’olio di oliva, utilizzato soprattutto in cucina per condire insalate, insaporire vari alimenti, per friggere, ed è uno dei principali componenti della dieta mediterranea.

Malcesine, trovandosi in questa meravigliosa zona orientale del Lago di Garda, ha goduto di un dolce clima mediterraneo che ha consentito la crescita di olivi rigogliosi e, conseguentemente, la produzione di olio d’oliva di alta qualità che ha contribuito, negli anni passati, all’economia del paese.

I malcesinesi tramandano di generazione in generazione i segreti di questo prezioso patrimonio che viene identificato come l’oro giallo.

Testimoni del tempo gli alberi secolari che si possono incontrare attraversando i vari sentieri collinari che consentono di visitare il territorio di Malcesine. Questi alberi, di cui uno Leonardo Sciascia definì “contorto attorcigliato di oscure crepe, come torturato quasi da sentirne il gemito”, comparvero a Malcesine già in epoca romana. Esistono, infatti, documenti del Novecento avanti Cristo che ne testimoniano la presenza.

L’avvio della produzione di olio si diffuse maggiormente quando i grandi monasteri del Nord Italia iniziarono a richiedere l’olio per scopi religiosi, come l’illuminazione delle chiese ed i riti sacri.

A Malcesine era comune piantare ogni anno nuovi olivi così da promuovere la produzione di olio, una delle principali fonti di sostentamento da quei tempi fino ai nostri giorni.

Oltretutto, la coltivazione delle olive nel Lago di Garda è particolarmente indicata, laddove non sarebbe possibile una diversa coltura. Infatti l’olivo riesce a crescere in un terreno sassoso e calcareo come questo.

L’olivo ha trovato sul Garda il suo abitat ideale e continua a crescere rigoglioso e magnifico.

I malcesinesi sono molto legati ai loro olivi e ne sono protettori e diffusori.

Immersi in questo clima amichevole, diventa difficile immaginare che 60 Km. a nord ci sono i nevai delle Dolomiti di Brenta e 60 Km. a sud ci sono le fredde nebbie della Pianura Padana.

I primi dati documentali della presenza di olivi sul Garda risalgono al 771 in quanto ci sono testimonianze scritte di oliveti nella zona di Sirmione. Anche a Malcesine esistono tali testimonianze, nell’844 (circa una quarantina di anni dopo la morte dei santi Benigno e Caro), dove si evince che l’Arcidiacono Pacifico possedeva oliveti.

Agli inizi del 900 il diacono veronese Dagiberto possedeva 100 olivi a Malcesine. Verso la fine del 900 sei uomini liberi di VICO SIONI (Val di Sogno o Cassone) ricevono dal Monastero di Santa Maria in organo terreni in affitto con l’obbligo di piantare ogni anno 24 olivi.

Nel 1709, a causa di un freddo polare, ghiacciarono tutti i fiumi europei e la stessa sorte toccò a laghi e lagune; il Lago di Garda venne attraversato da carri pesanti, unica volta nella storia, così come la Laguna Veneta e nemmeno il mare fu risparmiato, con le navi che rimasero intrappolate nei ghiacciati porti mediterranei come quelli di Genova e Marsiglia.

Solo una primavera tardiva e l’arrivo dei nuovi raccolti pose fine alla coltre di gelo e alla carestia che avvolse l’Europa per tre lunghissimi mesi, tra il gennaio e il marzo 1709, ed il pedaggio che l’Europa dovette pagare ai rigori del terribile inverno ammontò ad oltre un milione di morti.

Col passare dei secoli la pianta di olivo si è ben acclimatata al Garda, con alcune varietà che risultano le più diffuse: la Casaliva, il Grignàno, la Ràza e il Rossanèl. Queste varietà hanno qualità specifiche sia per quanto riguarda l’aspetto esteriore sia per quanto riguarda la qualità dell’olio prodotto.

L’olio di Malcesine, grazie alla conformazione del clima e del territorio, presenta peculiarità uniche e irripetibili.

Infatti, grazie alla cultivar casaliva, alla latitudine di coltivazione degli olivi, alla loro secolare età e al tipo di terreno, l’oro giallo di Malcesine presenta le seguenti caratteristiche: olio leggero, bassissimi gradi di acidità, profumo fruttato leggero, sapore di mandorla dolce, colore verde-oro da intenso a marcato per l’elevato contenuto di clorofilla; inoltre ha molte proprietà benefiche per la salute ed è ricco di antiossidanti.

Dal 1998 la D.O.P., Denominazione di Origine Protetta, denominata “Garda”, ne garantisce ulteriormente la provenienza e le caratteristiche organolettiche raffinate e superiori.

Nel 1946 venne fondato il Consorzio Olivicoltori di Malcesine, composto da circa 550 soci, piccoli produttori di olive e proprietari di oliveti nel Comune di Malcesine o Comuni limitrofi, che, per statuto, debbono lavorare solo olive dei soci e commercializzare solo il proprio olio.

Mediamente si moliscono circa 4000 quintali di olive l’anno, con 7-800 quintali di olio prodotto destinato all’autoconsumo e il rimanente prodotto destinato alla vendita.

Le olive vengono portate al frantoio per essere lavate e macinate; successivamente l’olio ottenuto è trattato con i guanti bianchi, analizzato partita per partita e stoccato in moderni contenitori refrigerati di acciaio inox dove la temperatura viene sempre tenuta sotto controllo.

L’olio resta in magazzino al massimo un anno, durante il quale viene tenuto sempre sotto controllo e periodicamente analizzato.

Nel corso dei tempi, l’oliveto ha sempre ricevuto una attenzione particolare per curare la corretta crescita delle piante, effettuandone la potatura, utilizzando arnesi adatti al taglio dei rami, e adottando le procedure necessarie per bruciare il fogliame ricavato; ciò ha consentito all’albero di crescere e produrre olive, con la meraviglia di avere anche oggi alberi centenari, meraviglioso esempio di longevità.

Da evidenziare che gli oliveti, come tutti i prodotti che producono ricchezza, assumono un loro valore nel caso di trasferimento di proprietà e, pertanto, si rende necessario dare un prezzo al “campo”; questa valutazione viene affidata a persone esperte che indicano, in base alla tradizione, il valore del campo tenendo conto del numero di piante esistenti e della zona (alta o bassa) nella quale il campo è allocato, trascurando la superficie del bene da valutare.

Oggi gli oliveti di Malcesine, grazie ai proprietari, resistono al passare del tempo, alle difficoltà di trovare mano d’opera specializzata alla coltivazione e al raccolto del prodotto, agli alti costi degli operai che siano capaci di coltivare un campo agricolo, tenuto conto che dopo il 1960 il borgo, sfruttando le sue pecularietà territoriali, ha cambiato pelle trasformandosi in un luogo altamente turistico, frequentato, soprattutto, da turisti del Nord Europa.

La tradizione, l’amore per la terra, la memoria dei propri cari che, con grossi sacrifici, hanno mantenuto la bellezza del territorio, aiutano i malcesinesi di adesso a far sì che l’albero di olivo e l’olio prodotto rimanga una identità sempre attuale per Malcesine e non diventi solo una storia da raccontare in un prossimo futuro.


                                                               Giuseppe Romano

Malcesine, 18 Marzo 2026


sabato 14 marzo 2026

Sacro speco di San Benedetto: la storia dell'antico monastero di Subiaco.

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Sacro Speco di San Benedetto: la storia dell’antico monastero di Subiaco.

Relatore: Prof.ssa Donatella Daniele.


A qualche chilometro da Roma, nel territorio di Subiaco, si trova il Monastero di San Benedetto, o Santuario del Sacro Speco.

La Prof.ssa Donatella Daniele ce ne parla oggi con dovizia di particolari, raccontando la vita di San Benedetto e dei suoi Monasteri, della “Regola” che i confratelli dovevano rispettare, dei miracoli a lui attribuiti.

San Benedetto e sua sorella gemella Santa Scolastica nacquero a Norcia intorno al 480 appena dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. La loro era una nobile famiglia cristiana che, secondo una certa tradizione apparteneva alla gens Anicia. Si tramanda, inoltre, che il padre si chiamasse Euprobo e la madre Claudia Abundantia Reguardati. Benedetto ebbe una educazione accurata con i migliori maestri della regione, studiando lettere, scienze e arti liberali. Munito di una vivissima intelligenza e di una memoria prodigiosa, aveva rettitudine morale e mostrava la sua compassione verso i meno fortunati, condividendo il suo cibo con i poveri mosso da una carità che sembrava soprannaturale data la sua giovane età.

A 12 anni fu mandato con la sorella a Roma a compiere i suoi studi, accompagnati dalla nutrice Cirilla, poiché Roma, seppur decadente, rimaneva sempre il centro culturale dove i giovani di buona famiglia imparavano l’istruzione che li avrebbe preparati ad occupare posizioni di responsabilità nella società. Sconvolto dalla vita dissoluta della Città, preferì abbandonare gli studi per abbracciare, lontano anche dalla casa e dai beni paterni, la vita monastica.

All’età di 17 anni, insieme alla nutrice Cirilla, si ritirò presso Eufide (attuale Affile) dove, secondo la leggenda devozionale, avrebbe compiuto il primo miracolo, riparando un vaglio rotto dalla nutrice. Il fatto suscitò l’ammirazione degli abitanti e la popolarità di Benedetto che preferì allontanarsi in una località solitaria e deserta chiamata Subiaco, luogo ricco di fresche e abbondanti acque.

Mentre si avviava verso questa località, incontrò un monaco di nome Romano che gli offrì il suo aiuto e, vestitolo degli abiti monastici, gli indicò una grotta impervia del monte Taleo (attualmente contenuta all’interno del Monastero del Sacro Speco), dove Benedetto visse da eremita per circa tre anni, fino alla Pasqua dell’anno 500.

La vita solitaria di Benedetto era conosciuta solo dal monaco Romano che dimorava in un piccolo monastero non lontano e che in alcuni giorni della settimana gli portava una parte della sua porzione di cibo. Poichè il luogo dove abitava Benedetto era difficile da raggiungere, il monaco, dall’alto di una rupe, calava il pane con una lunghissima fune, munita di un campanello per avvisare Benedetto che il cibo stava per arrivare; l’uomo di Dio sentiva, usciva fuori e lo prendeva. Tutto ciò non piaceva allo spirito maligno che un giorno scagliò un sasso che ruppe il campanello.

Nonostante la quasi inaccessibilità della grotta, Benedetto vi iniziò la sua vita da eremita intraprendendo un viaggio di estrema povertà che rafforzava il suo corpo di vigore spirituale e, non avendo libri, ripeteva a memoria passi delle Sacre scritture e i Salmi. Queste lunghe veglie di preghiera e meditazione lo avrebbero aiutato più tardi ad esprimere la sua “Regola”.

Nella grotta Benedetto dovette sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Inoltre il demonio lo assalì con tentazioni più intense con l’ossessione del ricordo di una giovane donna conosciuta a Roma. Benedetto per superare questi suoi desideri umani si gettò nudo su un roveto vincendo con le sofferenze la tentazione della carne. Queste esperienze aiutarono Benedetto a superare le tentazioni e il periodo di solitudine con Dio furono per lui un tempo di maturazione.

Al terzo anno del suo ritiro avvenne un fatto provvidenziale nella vita di Benedetto. Un sacerdote di un paese vicino stava preparando il suo pranzo pasquale, quando sentì dentro di sé una voce che gli ricordava che in una grotta il servo Benedetto soffriva la fame mentre lui era alle prese con saporiti manicaretti. Il sacerdote allora prese il cibo e, dopo avere girovagato per i boschi, trovata la grotta che ospitava Benedetto, lo divise con lui e gli annunciò che Dio lo destinava ad una missione più ampia perché la sua luce non doveva rimanere nascosta. Inoltre, anche l’incontro con i pastori, che avevano scoperto la grotta dove viveva Benedetto e che lo avevano eletto a guida spirituale, lo convinse a ritenere che la volontà di Dio non era quella che lui vivesse da eremita, ma che formasse una comunità di monaci.

Iniziò, così, per Benedetto una nuova vita come abate e maestro spirituale.

A Vicovaro, sede di un piccolo monastero, un gruppo di monaci, alla morte del loro abate, chiesero a Benedetto di far loro da guida spirituale; egli, dopo una breve riflessione, accettò trasferendosi nel monastero impegnandoli, però, a rispettare disciplina e obbedienza; ma la resistenza di alcuni monaci e il tentativo di avvelenarlo col vino (tentativo sventato da Benedetto che aveva fatto il segno della croce sulla coppa prima di bere, con la rottura immediata del recipiente) lo indussero a ritornare a Subiaco.

La notizia della presenza di un santuomo in una grotta a Subiaco ben presto si sparse e molti giovani, frequentandolo, gli chiesero di accettarli come discepoli. Fu così che Benedetto iniziò a organizzare una vita monastica e fondò 12 piccole comunità di 12 monaci, ciascuna con un proprio abate, distribuite nelle valli circostanti la sua grotta. In ogni comunità designò un monaco esperto come superiore con la sua supervisione.

Negli anni tra il 525 ed il 529, a seguito di un altro tentativo di assassinio con un pane avvelenato, Benedetto decise di abbandonare Subiaco per salvare i propri monaci. Si diresse verso Cassino dove, sopra un’altura, fondò il Monastero di Montecassino.

Molte famiglie patrizie mandavano i loro figli perché fossero educati e formati da Benedetto e tra questi discepoli due giovani patrizi, Mauro e Placido, divennero i suoi discepoli prediletti e grandi santi.

I due giovani furono condotti al monastero in giovane età e vennero educati da Benedetto a titolo di oblati, cioè offerti nei limiti richiesti dal rispetto della loro libertà futura.

Il giovane Placido sarebbe restato tutta la vita a Montecassino, ma suo padre fece dono a Benedetto di un dominio che possedeva in Sicilia e per rivendicarne il possesso fu necessario inviare laggiù Placido con alcuni compagni. Giunti a Messina vi costruirono un monastero sotto il titolo di San Giovanni di san Placido vivendo una vita da asceti, in silenzio perenne, mangiando solo tre volte a settimana. Quando Mamuscia, pirata saraceno, sbarcò sulla costa con la sua banda, invase il monastero e intimò ai religiosi di rinunciare a Cristo. Tutti rifiutarono e morirono fra crudeli tormenti.

Mauro seguì Benedetto a Montecassino con obbedienza e umiltà, diventando priore e amministratore del monastero. Quando, però, dalla Francia arrivò la richiesta per una fondazione benedettina, San Benedetto affidò a lui questo delicato incarico per diffondere il monachesimo benedettino in Francia.

Nella “Vita Sancti Benedicti” di Gregorio Magno sono narrati diversi momenti della vita di San Benedetto con alcuni episodi di punizioni corporali atti a liberare un monaco dallo spirito maligno. A seguito di tali episodi si sparse la fama di Benedetto come esorcista.

La fama di Benedetto e del suo monastero giunse fino al re goto Totila che invia uno dei suoi scudieri vestito delle insegne reali, ma Benedetto lo invita a deporre quelle vesti in quanto non sue. Totila, messo al corrente, decise di visitare Benedetto e, prostratosi ai suoi piedi, lo riconobbe come un vero uomo di Dio. Benedetto lo ammonì, profetizzandogli che gli restavano solo dieci anni di vita e invitandolo a porre rimedio al male che lui e le sue truppe facevano agli indifesi. Totila restò stravolto da quell’incontro, svoltosi tra il 542 e il 543, e nel 552, ossia dieci anni dopo da quell’incontro, morì come predetto da Benedetto.

L’abbazia di Montecassino rappresenta uno dei luoghi di culto più importanti d’Italia. L’Abbazia è stata distrutta per ben quattro volte e la struttura odierna è stata completamente ricostruita dopo la guerra.

Montecassino divenne non solo centro di vita spirituale, ma anche un faro di cultura in un periodo di buio intellettuale. I monaci si alternavano nella preghiera e nel lavoro e Benedetto istituì nel monastero degli “scriptoria” dove i monaci copiavano e preservavano antichi manoscritti contribuendo alla conservaziione del patrimonio culturale greco-romano.

Intorno al 525 Benedetto compose la sua “Regola”, riassunta nel famoso “Ora et labora et lege” dettando lo scandire delle ore all’interno dell monastero e un codice di vita mirato alla ricerca di Dio attraverso una vita incentrata su Cristo, con le giornate che iniziavano all’alba fino a sera tarda e con la comunità che interrompeva le proprie attività 7 volte al giorno e una alla notte per elevare a Dio dei Salmi.

A Montecassino Benedetto visse fino alla morte avvenuta il 21 marzo 547, lasciando l’esempio della sua vita e della sua opera che ha esercitato un influsso sullo sviluppo della civiltà europea.

Papa Paolo VI lo ha proclamato patrono d’Europa il 24 Ottobre 1964.

Benedetto concepì il monastero come una famiglia presieduta dall’abate che agisce da padre, maestro e pastore; giudicare ma non arbitrariamente i confratelli che non avevano rispettato la Regola, consultare i fratelli per le questioni importanti e rendere conto a Dio delle anime a lui affidate. Un monaco professava tre voti: “stabilità”, la “riforma” della propria vita e l’”obbedienza”, con l’ozio nemico dell’anima. Il lavoro non era visto come mera attività economica, ma come partecipazione all’opera creatrice di Dio e come mezzo di santificazione; necessari momenti di lettura con gli insegnamenti delle Sacre Scritture e dei Padri della Chiesa. Durante le invasioni barbariche i monasteri benedettini si trasformarono in isole di stabilità, cultura di spiritualità e biblioteche che custodivano i preziosi libri salvati dalla distruzione di barbari.

Indispensabili si dimostrarono gli “amanuensi”, monaci deputati ad un lungo e rigoroso lavoro di copiatura dei testi. Era un lavoro lento e faticoso che richiedeva anche la rilegatura dei testi e della decorazione (miniatura) e un intero libro poteva richiedere mesi o anni per essere completato.

I miniaturisti adornavano la lettera iniziale di ogni capitolo o di ogni pagina con dorature o vivaci colori, utilizzavano pergamene con lamine d’oro incollate sul foglio ed i libri diventavano quei capolavori che possiamo ammirare anche ai nostri tempi.

L’Abbazia era il complesso di beni ed insediamenti amministrati autonomamente dall’abate, mentre il Chiostro era la parte del monastero consistente in un giardino interno utilizzato per passeggiate contemplative.

La Sala del Capitolo era il luogo di riunione della comunità monastica, dove si leggeva ogni giorno un capitolo della regola, si svolgevano le assemblee dei monaci e dove si discutevano le questioni teologiche, con l’esclusione dei Novizi privi di “Voce in Capitolo”.

Ulteriori ambenti dell’Abbazia o Monastero sono il Refettorio, l’Infermeria, il Lavabo, il Dornitorio dove arde sempre una lampada ad olio, le Celle dei Monaci, l’Erboristeria e lo Scriptorium.

Per San Benedetto era importante l’”attenzione” dedicata alla persona del monaco, che deve essere sempre seguita in ogni sua attività, la ”concessione del tempo e dello spazio”, necessario alla preghiera, al lavoro, al ristoro e al riposo, con ogni attività tutte regolate dal tempo; importante, altresì, l’accoglienza di pellegrini e stranieri in quanto il pellegrino è equiparato a Cristo stesso e quindi, essendo ospiti, dovevano essere alloggiati in una parte del monastero chiamata foresteria, con le stanze solitamente riscaldate, per obbedire al precetto evangelico che recita “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto”.

I Benedettini, con la loro nuova mentalità e concezione di vita hanno tracciato un solco nella società e possono essere chiamati “padri dell’Europa”. Rifiutando ogni entrata di origine ecclesiastica o feduale, ogni aiuto servile o civile, isolati dal mondo, poveri e disarmati, dovettero provvedere alla loro sussistenza quotidiana con il lavoro da contadini e da pastori; con questa costanza riuscirono a rendere umane lande deserte, paludi senza fine, foreste selvagge ed incolte, assicurando il difficile avvio agricolo dell’Europa, creando automaticamente riserve di frutta, farina, cereali, latte, miele.

Per dedicare più tempo alla preghiera inventarono il mulino ad acqua, l’orologio ad acqua, gli occhiali, la contabilità; in agricoltura perfezionarono l’aratro pesante favorendo l’approccio all’agricoltura; produssero e diffusero la birra adottando nuove tecnologie di lavorazione, nonché nuove tipologie di formaggi tra i quali il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano, dedicandosi anche alla produzione del vino, bevanda cristiana per eccellenza, necessaria alla liturgia, ma anche all’ospitalità, dettando anche modi di comportamenti a tavola, come non bere con la bocca piena o pulirsi la bocca prima di bere.

Un interessante viaggio tra il mistico e il reale che ci ha fatto conoscere un mondo particolare, ma che ha tanto da insegnare alla gente e che deve fungere da faro per far vivere in pace l’umanità tutta.


                                                            Giuseppe Romano

Malcesine, 11 Marzo 2026


lunedì 9 marzo 2026

Sabbioneta: costruita dal nulla nel 1500 oggi fa parte del patrimonio dell'UNESCO.

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Sabbioneta: costruita dal nulla nel 1500 oggi fa parte del patrimonio dell’UNESCO.

Relatore: Prof.ssa Luciana Calzà.


Per riannodare le fila su Mantova ed i Gonzaga e proiettare il discorso successivo su Sabbioneta, costruita dal nulla da Vespasiano Gonzaga Colonna, la Prof.ssa Calzà nella lezione odierna ci parla di ulteriori bellezze di Mantova con particolare riferimento a Palazzo Te, costruito tra il 1524 e il 1534 dall’architetto e pittore Giulio Romano su commissione di Federico II Gonzaga.

Giulio Romano (1499 circa – 1546) è stato un importante pittore e architetto del Rinascimento italiano e tra i principali esponenti del Manierismo.

Nato a Roma intorno al 1499, fu allievo e collaboratore di Raffaello Sanzio con il quale lavorò nelle Stanze Vaticane. Dopo la morte di Raffaello completò diverse opere assimilando il linguaggio classico del maestro, sviluppando uno stile più dinamico e sperimentale.

Dopo il Sacco di Roma nel 1527, si trasferì a Mantova dove entrò a servizio dei Gonzaga come artista di corte, realizzando la sua opera più famosa: Palazzo Te, capolavoro del Manierismo architettonico e pittorico, caratterizzato da soluzioni anticonvenzionali, giochi prospettici e decorazioni illusionistiche (celebre la Sala dei Giganti).

Oltre Palazzo Te si occupò di altre opere per la città di Mantova dove morì nel 1546.

Giulio Romano ebbe un’influenza decisiva sullo sviluppo del Manierismo e sull’arte europea del XVI secolo.

Il termine “Manierismo” deriva da una parola che si trova negli scritti cinquecenteschi, ossia maniera.

Giorgio Vasari ne teorizzò i caratteri e nel corso del XVI secolo molti artisti e letterati adottarono il termine “maniera” nella stessa accezione con cui oggi è usata la parola “stile”.

L’arte di questo particolare filone architettonico e figurativo del Rinascimento venne subito accolta dalle grandi corti italiane ed europee.

Destinata a committenti ricchi ed eruditi, l’arte manieristica si allontanò presto dall’equilibrio e dalla giusta misura che, invece, aveva guidato l’opera dei classicisti.

Palazzo Te è il capolavoro del Manierismo, realizzato da Giulio Romano fu edificato sull’isola detta del Tejeto, al centro del lago Paiolo, interrato nel 1700, appena fuori le mura di Mantova dove i Gonzaga avevano le loro scuderie. Non nacque come residenza ufficiale, ma come villa suburbana destinata all’”onesto ozio” del principe e ai fastosi ricevimenti di ospiti illustri come l’imperatore Carlo V d’Asburgo.

Giulio Romano trasformò le vecchie scuderie in un palazzo monumentale curando ogni dettaglio dall’architettura agli affreschi. Il palazzo è celebre per i suoi cicli pittorici, tra cui spicca la Sala dei Giganti, un esempio estremo di illusionismo dove lo spettatore si sente travolto dal crollo dell’Olimpo, la Sala dei Cavalli e la Sala di Amore e Psiche.

Dopo il declino dei Gonzaga, il palazzo passò per varie mani fino a diventare proprietà del Comune di Mantova.

Completata la storia di Palazzo Te, la Prof.ssa Calzà ci parla di Sabbioneta, una gemma nascosta dell’architettura rinascimentale, situata nella Provincia di Mantova, dichiarata dall’UNESCO “Patrimonio dell’Umanità”, che fa parte del circuito dei Borghi più belli d’Italia.

Immersa nel Basso Mantovano, quasi a metà strada fra Mantova e Parma, confina con la Provincia di Cremona e a pochi chilometri dall’Emilia Romagna.

Il centro abitato è attraversato dal 45° parallelo e non molto distante dal territorio comunale scorre il fiume Po.

Il termine “Sabbioneta”, più che un singolo centro abitato, indicava storicamente un territorio governato nel X-XII secoli dalla famiglia dei conti di Sabbioneta.

La città attuale fu edificata da Vespasiano Gonzaga Colonna tra il 1554 e il 1591, anno della sua morte, nel luogo in cui sorgevano una rocca del nonno Ludovico e un antico insediamento.

Posta su un terreno alluvionale tra i fiumi Po e Oglio, nonché lungo il tracciato dell’antica via Vitelliana, occupava una posizione strategica nel cuore della Pianura padana. Per Vespasiano Gonzaga Sabbioneta doveva essere soprattutto una fortezza per renderla sicura dai nemici.

Vespasiano Gonzaga Colonna (1531-1591) è stato un nobile, condottiero, mecenate, celebre per avere fondato e costruito dal nulla la città di Sabbioneta, concepita come la “città ideale” del Rinascimento.

Nato a Fondi da Luigi Rodomonte Gonzaga e Isabella Colonna, trascorse gran parte della vita al servizio dell’Impero Asburgico e della Corona Spagnola.

Abile stratega e diplomatico, ottenne cariche di altissimo prestigio e nel 1585 fu insignito del Toson d’Oro, la massima onorificenza della casa reale spagnola. Nel 1577 l’Imperatore elevò Sabbioneta a Ducato autonomo, sancendo l’ascesa di Vespasiano ai vertici della gerarchia feudale.

Il Toson d’Oro è uno dei più antichi e prestigiosi ordini cavallereschi al mondo, fondato il 10 gennaio 1430 da Filippo III il Buono, duca di Borgogna, nato per difendere la Chiesa e i valori della cavalleria; era riservato a sovrani, principi e altissimi dignitari che entravano in un’elite ristrettissima di potere a livello europeo.

L’onorificenza non è una semplice medaglia, ma un collare d’oro composto da maglie a forma di acciarino e pietre focaie che sprigionano scintille. Al centro pende il caratteristico pendaglio a forma di ariete. A Sabbioneta è conservato l’esemplare originale, in oro 24 carati, ritrovato nel sarcofago di Vespasiano Gonzaga.

Il progetto più ambizioso di Vespasiano fu la trasformazione del borgo di Sabbioneta in una “nuova Roma” o “piccola Atene” tra il 1556 e il 1591. La città fu edificata seguendo i canoni dell’urbanistica rinascimentale.

Le sue strade lastricate, le piazze accoglienti e le sontuose residenze testimoniano il genio creativo di Vespasiano Gonzaga Colonna. La struttura urbana, a forma di stella a sei punte, è un esempio straordinario di pianificazione architettonica rinascimentale che la rendono unica nel suo genere, le strade sono disposte in un reticolo ortogonale, creando una griglia di strade larghe e diritte. I principali edifici e le piazze sono posizionati strategicamente lungo questo reticolo creando una struttura urbana armoniosa e funzionale.

Le forme, le proporzioni, le misure, rimandano a una bellezza segretamente alchemica (ritmata sui numeri 6 e 12).

Il cuore della città ospita la piazza principale e il Palazzo Ducale (Centro del potere politico), con i suoi cortili interni e le decorazioni eleganti.

Punto di grande rilievo è il Teatro all’Antica, progettato da Vincenzo Scamozzi e primo teatro stabile costruito appositamente per tale funzione in Italia; il Palazzo Giardino è stato realizzato come luogo di svago e riflessione del duca; la Cinta Muraria è, invece, una possente fortificazione a forma di stella che protegge l’intero abitato.

Vespasiano ebbe una vita segnata da tragedie familiari; sposatosi tre volte, non ebbe eredi maschi sopravvissuti e nominò sua erede universale la figlia Isabella, lasciandole la gestione del suo vasto patrimonio e del ducato.

Il Palazzo Ducale di Sabbioneta, costruito tra il 1560 e il 1561, fu il centro politico e amministrativo della sua “città ideale”, un’opera rinascimentale che trasformò un borgo medievale in una capitale fortificata, sede della sua corte e sede di sontuose sale decorate con affreschi, stucchi, soffitti lignei e tele che celebrano la famiglia Gonzaga.

Il Palazzo Ducale, insieme agli altri edifici di Sabbioneta (Palazzo Giardino, il Teatro Olimpico e la Chiesa dell’Incoronata) costituisce un insieme di straordinario valore storico-artistico, testimonianza della visione urbanistica e culturale di Vespasiano Gonzaga.

La visita a Sabbioneta è come un viaggio nel passato in cui ci si può immergere completamente nella vita e nell’arte del Rinascimento. La città è un invito a scoprire le connessioni tra architettura, cultura e storia, e a lasciarsi affascinare dalla bellezza intatta di questo gioiello italiano.

Per assaporare queste meraviglie della storia, il 6 Marzo abbiamo visitato Sabbioneta e Mantova per constatare con i nostri occhi questi splendidi luoghi. Assistiti da due competenti guide, noi partecipanti al viaggio abbiamo ammirato quanto ci era stato anticipato nelle due lezioni.

I nostri occhi non dimenticheranno facilmente ciò che hanno visto; i palazzi, le chiese, i monumenti con gli affreschi, le statue. Le storie che ci sono state trasmesse attraverso i dipinti sono la testimonianza di un’epoca che, probabilmente, non ritornerà più, ma anche la prova della genialità del popolo italico nel corso millenario della sua storia.

Un momento particolarmente commovente è stata la visita della Basilica di Sant’Andrea a Mantova.

Opera di Leon Battista Alberti si presenta nella sua maestosità architettonica rinascimentale e nella cripta si conservano due reliquari con terra intrisa di “sangue di Cristo”, che avrebbe portato il soldato romano Longino, proclamato santo il 2 dicembre 1340 sotto il papato di Innocenzo VI.

Avere avuto la possibilità di visitare la cripta è stato un attimo di silenzio, di partecipazione al dolore, di ammonizione per gli avvenimenti che in questo momento avvolgono il mondo intero.

Tornando a casa avremo tempo per ricordare e meditare sulle bellezze italiche, ma anche sulla brutalità di chi ha in mano le sorti del genere umano.

                                                                Giuseppe Romano

Malcesine, 4 - 6 Marzo 2026


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