lunedì 9 marzo 2026

Sabbioneta: costruita dal nulla nel 1500 oggi fa parte del patrimonio dell'UNESCO.

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Sabbioneta: costruita dal nulla nel 1500 oggi fa parte del patrimonio dell’UNESCO.

Relatore: Prof.ssa Luciana Calzà.


Per riannodare le fila su Mantova ed i Gonzaga e proiettare il discorso successivo su Sabbioneta, costruita dal nulla da Vespasiano Gonzaga Colonna, la Prof.ssa Calzà nella lezione odierna ci parla di ulteriori bellezze di Mantova con particolare riferimento a Palazzo Te, costruito tra il 1524 e il 1534 dall’architetto e pittore Giulio Romano su commissione di Federico II Gonzaga.

Giulio Romano (1499 circa – 1546) è stato un importante pittore e architetto del Rinascimento italiano e tra i principali esponenti del Manierismo.

Nato a Roma intorno al 1499, fu allievo e collaboratore di Raffaello Sanzio con il quale lavorò nelle Stanze Vaticane. Dopo la morte di Raffaello completò diverse opere assimilando il linguaggio classico del maestro, sviluppando uno stile più dinamico e sperimentale.

Dopo il Sacco di Roma nel 1527, si trasferì a Mantova dove entrò a servizio dei Gonzaga come artista di corte, realizzando la sua opera più famosa: Palazzo Te, capolavoro del Manierismo architettonico e pittorico, caratterizzato da soluzioni anticonvenzionali, giochi prospettici e decorazioni illusionistiche (celebre la Sala dei Giganti).

Oltre Palazzo Te si occupò di altre opere per la città di Mantova dove morì nel 1546.

Giulio Romano ebbe un’influenza decisiva sullo sviluppo del Manierismo e sull’arte europea del XVI secolo.

Il termine “Manierismo” deriva da una parola che si trova negli scritti cinquecenteschi, ossia maniera.

Giorgio Vasari ne teorizzò i caratteri e nel corso del XVI secolo molti artisti e letterati adottarono il termine “maniera” nella stessa accezione con cui oggi è usata la parola “stile”.

L’arte di questo particolare filone architettonico e figurativo del Rinascimento venne subito accolta dalle grandi corti italiane ed europee.

Destinata a committenti ricchi ed eruditi, l’arte manieristica si allontanò presto dall’equilibrio e dalla giusta misura che, invece, aveva guidato l’opera dei classicisti.

Palazzo Te è il capolavoro del Manierismo, realizzato da Giulio Romano fu edificato sull’isola detta del Tejeto, al centro del lago Paiolo, interrato nel 1700, appena fuori le mura di Mantova dove i Gonzaga avevano le loro scuderie. Non nacque come residenza ufficiale, ma come villa suburbana destinata all’”onesto ozio” del principe e ai fastosi ricevimenti di ospiti illustri come l’imperatore Carlo V d’Asburgo.

Giulio Romano trasformò le vecchie scuderie in un palazzo monumentale curando ogni dettaglio dall’architettura agli affreschi. Il palazzo è celebre per i suoi cicli pittorici, tra cui spicca la Sala dei Giganti, un esempio estremo di illusionismo dove lo spettatore si sente travolto dal crollo dell’Olimpo, la Sala dei Cavalli e la Sala di Amore e Psiche.

Dopo il declino dei Gonzaga, il palazzo passò per varie mani fino a diventare proprietà del Comune di Mantova.

Completata la storia di Palazzo Te, la Prof.ssa Calzà ci parla di Sabbioneta, una gemma nascosta dell’architettura rinascimentale, situata nella Provincia di Mantova, dichiarata dall’UNESCO “Patrimonio dell’Umanità”, che fa parte del circuito dei Borghi più belli d’Italia.

Immersa nel Basso Mantovano, quasi a metà strada fra Mantova e Parma, confina con la Provincia di Cremona e a pochi chilometri dall’Emilia Romagna.

Il centro abitato è attraversato dal 45° parallelo e non molto distante dal territorio comunale scorre il fiume Po.

Il termine “Sabbioneta”, più che un singolo centro abitato, indicava storicamente un territorio governato nel X-XII secoli dalla famiglia dei conti di Sabbioneta.

La città attuale fu edificata da Vespasiano Gonzaga Colonna tra il 1554 e il 1591, anno della sua morte, nel luogo in cui sorgevano una rocca del nonno Ludovico e un antico insediamento.

Posta su un terreno alluvionale tra i fiumi Po e Oglio, nonché lungo il tracciato dell’antica via Vitelliana, occupava una posizione strategica nel cuore della Pianura padana. Per Vespasiano Gonzaga Sabbioneta doveva essere soprattutto una fortezza per renderla sicura dai nemici.

Vespasiano Gonzaga Colonna (1531-1591) è stato un nobile, condottiero, mecenate, celebre per avere fondato e costruito dal nulla la città di Sabbioneta, concepita come la “città ideale” del Rinascimento.

Nato a Fondi da Luigi Rodomonte Gonzaga e Isabella Colonna, trascorse gran parte della vita al servizio dell’Impero Asburgico e della Corona Spagnola.

Abile stratega e diplomatico, ottenne cariche di altissimo prestigio e nel 1585 fu insignito del Toson d’Oro, la massima onorificenza della casa reale spagnola. Nel 1577 l’Imperatore elevò Sabbioneta a Ducato autonomo, sancendo l’ascesa di Vespasiano ai vertici della gerarchia feudale.

Il Toson d’Oro è uno dei più antichi e prestigiosi ordini cavallereschi al mondo, fondato il 10 gennaio 1430 da Filippo III il Buono, duca di Borgogna, nato per difendere la Chiesa e i valori della cavalleria; era riservato a sovrani, principi e altissimi dignitari che entravano in un’elite ristrettissima di potere a livello europeo.

L’onorificenza non è una semplice medaglia, ma un collare d’oro composto da maglie a forma di acciarino e pietre focaie che sprigionano scintille. Al centro pende il caratteristico pendaglio a forma di ariete. A Sabbioneta è conservato l’esemplare originale, in oro 24 carati, ritrovato nel sarcofago di Vespasiano Gonzaga.

Il progetto più ambizioso di Vespasiano fu la trasformazione del borgo di Sabbioneta in una “nuova Roma” o “piccola Atene” tra il 1556 e il 1591. La città fu edificata seguendo i canoni dell’urbanistica rinascimentale.

Le sue strade lastricate, le piazze accoglienti e le sontuose residenze testimoniano il genio creativo di Vespasiano Gonzaga Colonna. La struttura urbana, a forma di stella a sei punte, è un esempio straordinario di pianificazione architettonica rinascimentale che la rendono unica nel suo genere, le strade sono disposte in un reticolo ortogonale, creando una griglia di strade larghe e diritte. I principali edifici e le piazze sono posizionati strategicamente lungo questo reticolo creando una struttura urbana armoniosa e funzionale.

Le forme, le proporzioni, le misure, rimandano a una bellezza segretamente alchemica (ritmata sui numeri 6 e 12).

Il cuore della città ospita la piazza principale e il Palazzo Ducale (Centro del potere politico), con i suoi cortili interni e le decorazioni eleganti.

Punto di grande rilievo è il Teatro all’Antica, progettato da Vincenzo Scamozzi e primo teatro stabile costruito appositamente per tale funzione in Italia; il Palazzo Giardino è stato realizzato come luogo di svago e riflessione del duca; la Cinta Muraria è, invece, una possente fortificazione a forma di stella che protegge l’intero abitato.

Vespasiano ebbe una vita segnata da tragedie familiari; sposatosi tre volte, non ebbe eredi maschi sopravvissuti e nominò sua erede universale la figlia Isabella, lasciandole la gestione del suo vasto patrimonio e del ducato.

Il Palazzo Ducale di Sabbioneta, costruito tra il 1560 e il 1561, fu il centro politico e amministrativo della sua “città ideale”, un’opera rinascimentale che trasformò un borgo medievale in una capitale fortificata, sede della sua corte e sede di sontuose sale decorate con affreschi, stucchi, soffitti lignei e tele che celebrano la famiglia Gonzaga.

Il Palazzo Ducale, insieme agli altri edifici di Sabbioneta (Palazzo Giardino, il Teatro Olimpico e la Chiesa dell’Incoronata) costituisce un insieme di straordinario valore storico-artistico, testimonianza della visione urbanistica e culturale di Vespasiano Gonzaga.

La visita a Sabbioneta è come un viaggio nel passato in cui ci si può immergere completamente nella vita e nell’arte del Rinascimento. La città è un invito a scoprire le connessioni tra architettura, cultura e storia, e a lasciarsi affascinare dalla bellezza intatta di questo gioiello italiano.

Per assaporare queste meraviglie della storia, il 6 Marzo abbiamo visitato Sabbioneta e Mantova per constatare con i nostri occhi questi splendidi luoghi. Assistiti da due competenti guide, noi partecipanti al viaggio abbiamo ammirato quanto ci era stato anticipato nelle due lezioni.

I nostri occhi non dimenticheranno facilmente ciò che hanno visto; i palazzi, le chiese, i monumenti con gli affreschi, le statue. Le storie che ci sono state trasmesse attraverso i dipinti sono la testimonianza di un’epoca che, probabilmente, non ritornerà più, ma anche la prova della genialità del popolo italico nel corso millenario della sua storia.

Un momento particolarmente commovente è stata la visita della Basilica di Sant’Andrea a Mantova.

Opera di Leon Battista Alberti si presenta nella sua maestosità architettonica rinascimentale e nella cripta si conservano due reliquari con terra intrisa di “sangue di Cristo”, che avrebbe portato il soldato romano Longino, proclamato santo il 2 dicembre 1340 sotto il papato di Innocenzo VI.

Avere avuto la possibilità di visitare la cripta è stato un attimo di silenzio, di partecipazione al dolore, di ammonizione per gli avvenimenti che in questo momento avvolgono il mondo intero.

Tornando a casa avremo tempo per ricordare e meditare sulle bellezze italiche, ma anche sulla brutalità di chi ha in mano le sorti del genere umano.

                                                                Giuseppe Romano

Malcesine, 4 - 6 Marzo 2026


giovedì 5 marzo 2026

La pace finta

 

Lo spazio abitato da

vocii incontrollabili

che sanno di niente.


Radar celano droni

destinati a colpire i

cieli di terre remote.


Finti statisti giurano

pace perenne a gente

che sopporta la fame.

 

Un bimbo, seppellito

tra le antiche macerie

di un palazzo piegato,


brama la madre persa

nel nulla, con il cielo

che regalava la morte.


Senza fermarsi sirene

urlano truci messaggi

a etnìe piene di nulla.


Fantasmi a richiamare

battaglie raccontate in

volumi di fatti cruenti.


Rintocchi di campane

che evocano cadaveri

figli di spogli domani.


              Giuseppe Romano


05/03/2026

domenica 1 marzo 2026

Non dimentico

                                                                

Ci possiamo dimenticare di

qualcuno, ma non di chi si ama.


Anche di notte, quando sogni le

anime sante che ti hanno guidato

tenendoti per mano lungo anonimi

sentieri calpestati per la prima volta.


I silenzi diventano angoscianti se il

passato ritorna e non accarezzi più

i volti di chi hai amato e ti ha amato.


Non dimentico mia madre che mi ha

cullato con tenerezza e la donna che,

insieme a me, ha scoperto la voluttà

del proibito e la complicità d’amare.


E non dimentico il mio sole che sa

di primavera, fonte di turbamenti ed

estasi, da attraversare con innocenza.


Sospiro per l’incertezza che mi sta accanto

e non completo i passi per salire sull’altare.

 

                         Giuseppe Romano


1/03/2026



 

sabato 28 febbraio 2026

Mantova, da Mantegna a Rubens: una città vicina con tanta storia da raccontare.

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Mantova, da Mantegna a Rubens: una città vicina con tanta storia da raccontare.

Relatore: Prof.ssa Luciana Calzà.


L’interessante argomento che l’Università del Tempo Libero propone nella lezione di oggi riguarda la storia di Mantova, una città nota per le bellezze artistiche legate ai suoi monumenti e ai Gonzaga che ne furono i Signori dal 1328 fino al 1707.

Mantova nacque su due isolette create dai detriti del Mincio e tutt’ora è bagnata per tre lati dal fiume che forma a nord-ovest il Lago Superiore, a nord-est il Lago di Mezzo, ad est il Lago Inferiore.

Il luogo fu occupato prima dei Romani e, in età non precisabile, III o IV Secolo, si ebbe a Mantova la diffusione del Cristianesimo, come attestano la tradizione di San Longino e il culto delle reliquie del Sangue di Cristo, custodite nei Sacri Vasi nella Basilica di Sant’Andrea.

Caduto l’Impero Romano, la città subì le invasioni dei barbari e le diverse denominazioni di Goti, Bizantini, Longobardi e Franchi, finché, intorno all’anno Mille, entrò a far parte dei domini feudali della famiglia degli Attoni, detta Canossa, la cui ultima rappresentante fu la Contessa Matilde (1046-1115).

Dopo la morte di Matilde di Canossa, Mantova si resse a libero Comune e, difendendo la propria libertà dalle forze imperiali, si abbellì di magnifici edifici (Palazzi del Broletto e della Ragione), prosciugò le acque palustri del Mincio e si cinse di mura.

Nel 1273 Pinamonte Bonacolsi si impadronì del potere e la sua famiglia signoreggiò su Mantova per oltre mezzo secolo accrescendone la floridezza e la bellezza artistica e realizzando Palazzo Bonacolsi, quello del Capitano, l’Arengarlo, la Magna Domus e le chiese del Gradaro e di S. Francesco.

Nel 1323 fu ucciso Rainaldo, l’ultimo dei Bonacolsi, a seguito di una rivolta popolare, e i Corradi da Gonzaga acquisiscono il potere sottraendolo alle ambizioni degli Scaligeri.

Sotto i Gonzaga, nominati marchesi nel 1433 dall’Imperatore Sigismondo e duchi nel 1530 da CarloV, Mantova divenne capoluogo di un notevole stato e conobbe un periodo di gloria militare e di splendore artistico durato circa quattro secoli. In questo periodo furono costruiti diversi edifici, veri capolavori d’arte, fra i quali il Castello di San Giorgio e il Santuario delle Grazie, e molti illustri artisti (Ariosto, il Tasso, il Correggio, il Tiziano e il Cellini), chiamati da Gianfranco Gonzaga, arricchirono i monumenti della città delle loro opere. Ludovico Gonzaga accolse ed esaltò la nuova arte rinascimentale ospitando il Brunelleschi, il Farnelli, l’Alberti, il Laurana, il Mantegna e il Poliziano.

Furono Leon Battista Alberti e Andrea Mantegna a dare l’impronta alla Mantova dei tempi d’oro; dopo, trascorsi gli anni fecondi in cui Isabella d’Este teneva corrispondenza con i massimi artisti e letterati di tutta la penisola, s’aprirà una splendida e generale decadenza con il lungo regno di Giulio Romano, che, oltre alla creazione del Palazzo del Te, si occupò del riordino urbanistico della città .

Nel 1627 si estinse la linea primogenita dei Gonzaga ed iniziò così anche la lenta decadenza di Mantova finché nel 1707, deposto l’ultimo discendente della dinastia, la città passò sotto il dominio austriaco.

Il palazzo Ducale è stata la residenza principale dei Gonzaga e assunse la denominazione di Palazzo Reale durante la dominazione austriaca a partire dall’epoca di Maria Teresa d’Austria regnante.

Ambienti distinti e separati tra loro, furono costruiti in epoche diverse a partire dal XIII secolo, inizialmente per opera della famiglia Bonacolsi e successivamente su impulso dei Gonzaga. Fu il duca Guglielmo ad incaricare il prefetto delle fabbriche Giovan Battista Bertani perché collegasse i vari edifici al fine di creare, a partire dal 1556, un unico grandioso complesso monumentale e architettonico. Morto Bertani nel 1576, l’opera fu proseguita e completata da Bernardino Facciotto. L’interno del palazzo è quasi spoglio perché i Gonzaga, una volta impoveritisi, dovettero vendere opere d’arte e arredi, sottratti in parte successivamente da Napoleone.

Il palazzo del Capitano, che si affaccia su piazza Sordello, è l’edificio più antico del palazzo Ducale. Voluto da Guido Bonacolsi sul finire del duecento, inizialmente è stato costruito su due piani e nei primi anni del 1300 fu rialzato di un piano ed unito alla Magna Domus dalla monumentale facciata con portico. Il secondo piano aggiunto è costituito da un unico enorme salone, detto dell’Armeria, o Salone della Dieta, in quanto ospitò la Dieta di Mantova del 1459.

Altri nuclei dell’edificio sono:

- Corte Vecchia, che si affaccia su piazza Sordello;

- Corte Nuova, che si affaccia sul lago;

- Castello di San Giorgio, che si affaccia sul lago.

Il Castello di San Giorgio è uno dei monumenti più rappresentativi della città di Mantova e fa parte della Reggia dei Gonzaga.

Costruito sulle macerie della chiesa di Santa Maria di Capo di Bove a partire dal 1395 e concluso nel 1406 è un edificio a pianta quadrata costituito da quattro torri angolari e cinto da un fossato con tre porte e relativi ponti levatoi.

Isabella d’Este, moglie di Francesco II Gonzaga, chiamò presso la corte numerosi artisti (Andrea Mantegna, il Perugino, Leonardo da Vinci, Ludovico Ariosto e Baldassare Castiglione) contribuendo a fare di Mantova una delle maggiori corti europee e centro artistico letterario.

Il Castello rimane per circa un secolo la residenza del principe ed è famoso per le sue sale (de Soli, degli Stemmi, degli Affreschi, ecc.), tra le quali la più famosa è la “Camera degli Sposi” , meravigliosa stanza del piano nobile del torrione nord-est opera di Andrea Mantegna.

Realizzata nell’arco di nove anni (1465–1475) riadatta lo spazio augusto della stanza cubica con volte su lunette in un susseguirsi di realtà e finzione conferendo all’ambiente un’atmosfera “en plein air”, dando l’idea di trovarsi in un finto loggiato. Lo spazio di ogni parete della camera è stato diviso dall’artista in tre aperture che trasmettono allo spettatore, attraverso ampi archi, paesaggi bucolici e tende mosse dal vento.Gli affreschi sono stati realizzati sia a secco, sia a fresco.

Due sono le scene raffiguranti componenti della famiglia Gonzaga: la “Scena della Corte” e la “Scena dell’Incontro”. In esse il Mantegna rende omaggio ai mecenati che tante committenze gli hanno procurato.

La volta è composta da un soffitto ribassato e al centro si trova il bellissimo “oculo di cielo” dal quale si affacciano putti stupiti e belle donne che osservano dall’alto e sono raffigurati alcuni momenti e fatti della vita dei Gonzaga; si vede una balaustra dalla quale si sporgono una dama di corte, accompagnata dalla serva di colore, un gruppo di domestiche, una dozzina di putti, un pavone e un vaso. La varietà delle pose è estremamente ricca, improntata ad una totale libertà di movimento dei corpi nello spazio, dando un effetto illusionistico eccezionale.

La “Scena della Corte” è un’immagine domestica, dove il Gonzaga Ludovico III è seduto su uno scranno, sotto il quale c’è il suo cane preferito, dietro di lui sta in piedi il terzogenito Gianfrancesco, con sulle spalle un bambino, al centro Vittorino da Feltre, precettore del marchese e dei figli, al centro la moglie Barbara di Braganza con una bambina alle ginocchia, inoltre altri personaggi e in basso sta la nana di corte Lucia che guarda direttamente lo spettatore.

Rappresentato è un servo che si avvicina per consegnarli una lettera, che il Gonzaga tiene fra le mani. In questa lettera viene data notizia che il figlio Francesco viene fatto cardinale.

La “Scena dell’Incontro” ci narra l’incontro di Ludovico III con il figlio Francesco eletto cardinale. Nella scena due bambine in basso e in alto si intravede una città, con dei tratti di Roma, dove si nota il Colosseo. Una città ideale che sta al di sopra della città reale.

In questi affreschi troviamo tutto: il cielo e la terra, l’alto e il basso, gli uomini e gli animali, e tutti i contrasti trovano un’armonizzazione assoluta, come succede nella grande arte.

Sono affreschi importanti per due motivi:

1) - Mantegna è un pittore famoso per essere innamorato dell’antichità, quindi un classicista e dipinge i suoi quadri con capitelli e colonne. In questa stanza fa una cosa diversa, supera questa rigidezza classicista e in primo piano vi sono i volti delle persone note che ha voluto ritrarre.

2) – Le pareti dipinte dell’epoca si basavano su eventi biblici, su fatti mitici, mentre in questo caso vengono descritti avvenimenti connotati alla realtà, al presente, diventando così arte universale e assoluta.

Andrea Mantegna (Isola di Carturo, oggi Isola Mantegna, 1431 – Mantova , 1506) si formò a Padova nella bottega di Francesco Squarcione, dove sviluppò un forte interesse per l’arte classica, la prospettiva e lo studio dell’anatomia. Dal 1460 lavorò stabilmemnte a Mantova come pittore di corte dei Gonzaga, realizzando il suo capolavoro (la Camera degli Sposi), celebre per l’illusionismo prospettico e il famoso oculo dipinto. Tra le sue opere si ricordano anche il Cristo morto, la Pala di San Zeno e numerose incisioni, ebbe una grande influenza sull’arte rinascimentale e lasciò una eredità fondamentale per lo sviluppo della prospettiva e del linguaggio classico.

Scesi dalla Camera degli Sposi si può accedere alla Corte Nuova, salendo lo scalone di Enea, edificata nel 1536 da Giulio Romano. L’appartamento Grande è composto da varie stanze fra cui la Sala di Troia con il soffitto e le pareti affrescati con vicende della Guerra di Troia.

La Corte Vecchia ha anch’essa splendide sale decorate e affrescate, con la Sala di Amore e Psiche.

Il Palazzo della Ragione e la Torre dell’Orologio si trovano in Piazza delle Erbe e fanno ombra alla piccola Rotonda di San Lorenzo, chiesa romanica dell’anno 1000 circa. Sempre in Piazza Erbe c’è la Casa del Mercante del 1455 che rammenta i viaggi del mercante Boniforte da Concorezzo.

Una figura che ha segnato profondamente il Rinascimento a Mantova è stato Leon Battista Alberti, nato a Genova nel 1404 da famiglia fiorentina in esilio, che studiò diritto canonico all’Università di Bologna, ma con una formazione più ampia che comprendette letteratura, matematica, filosofia, scienze e arti figurative. Fu architetto, teorico dell’arte, scrittore e matematico e collaborò col marchese Ludovico III Gonzaga, rinnovando la città di Mantova e progettando la Basilica di Sant’Andrea e il Tempio di San Sebastiano.

Alberti fu una delle figure artistiche più poliedriche del Rinascimento per il suo interesse nelle più varie discipline, alla ricerca continua di regole teoriche e pratiche, in grado di guidare il lavoro degli artisti fino alla morte nel 1472.

A Mantova, nel 1600, giunge, come pittore ufficiale di Vincenzo I Gonzaga, Pieter Paul Rubens per iniziare un nuovo rapporto artistico con la Città, Palazzo Te, i Gonzaga.

Un nuovo momento da vivere e raccontare al prossimo incontro con la Prof.ssa Calzà.



                                                                         Giuseppe Romano


Malcesine, 25 Febbraio 2026

 

giovedì 19 febbraio 2026

L'universo femminile di Klimt fra sensualità e raffinatezza.

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- L’universo femminile di Klimt fra sensualità e raffinatezza.

Relatore: Prof.ssa Claudia Petrucci.


Il percorso culturale proposto in quest’Anno Accademico dell’Università del tempo libero riguarda oggi un artista che ha segnato gli anni a cavallo tra il 1800 e il 1900 con le sue opere e le sue intuizioni. Anni che avevano affrontato i movimenti patriottici di indipendenza in Europa, nonché diverse scoperte scientifiche che avrebbero rivoluzionato il mondo iindustriale mondiale, indirizzando la vita di popoli verso nuovi sentieri, dando inizio all’era moderna.

L’autore che conosceremo è Gustav Klimt, pittore viennese, e ad accompagnarci in questa nuova conoscenza sarà la Prof.ssa Claudia Petrucci che, attraverso alcune opere dell’autore, ci farà un’analisi critica della pittura di Klimt, con la tecnica da lui utilizzata che ha segnato un percorso unico nella pittura mondiale.

Gustav Klimt nacque il 14 luglio 1862 a Baumgarten, sobborgo di Vienna, secondo di sette fratelli. Il padre Ernst, nativo della Boemia, era un orafo e si presume che il figlio, per mezzo di lui, imparò l’arte di usare l’oro nella pittura. Nel 1876 Gustav venne ammesso a frequentare la scuola d’arte e mestieri dell’Austria, dove studiò arte applicata fino al 1883, imparando diverse tecniche artistiche e formando alcuni personali orientamenti di gusto.

I frutti di tanto arricchimento lo portano ad avere commissionati alcuni lavori (decorazione di un cortile del Kunsthistoriches Museum, pittura di quattro allegorie del Palazzo Sturany a Vienna e del soffitto della Kurhaus di Karlsbad), che lo aiutarono ad avere presto notorietà negli ambienti artistici, nonché la tranquillità economica.

Nel 1888 Klimt riceve, a riconoscimento del suo talento artistico, una benemerenza ufficiale dall’imperatore Francesco Giuseppe e la nomina a Membro Onorario dalle Università di Monaco e Vienna.

L’attività artistica favorisce relazioni amorose con diverse donne (Klimt sarà riconosciuto padre di quattordici figli), anche se l’unica donna che gli sarà compagna fino alla sua morte sarà Emilie Floge.

Nel 1897 Klimt fonda, insieme ad altri diciannove artisti, la “Secessione Viennese”, movimento che, attuando anche il progetto di un periodico-manifesto del gruppo (Primavera sacra) che venne pubblicato mensilmente fino al 1903, aspirava a portare l’arte al di fuori dei confini della tradizione accademica, nonché alla rinascita delle arti e mestieri.

Nel 1903 Klimt si recò due volte a Ravenna dove conobbe lo sfarzo dei mosaici bizantini che gli suggerì, con l’esperienza fatta in oreficeria con il padre ed il fratello, un nuovo modo di trasfigurare la realtà.

Ha inizio il “periodo aureo” con la nascita di alcuni capolavori più celebri come “Giuditta”, “Ritratto di Adele Bloch-Baurer”, “Il bacio”, dove Klimt si presenta convertito all’oro di Bisanzio.

Le tele dell’artista, oramai prossimo ai quarant’anni, si arricchiscono di una spiccata dimensionalità del loro stile e di pregnanti simbolismi con la prevalenza di figure femminili arricchite di un armonioso erotismo.

Il periodo aureo si chiude nel 1909 con l’opera “Giuditta II^”, un’opera caratterizzata da cromie più scure e forti che danno l’avvio al “periodo maturo” dell’artista.

Dopo la stesura di “Giuditta II^ Klimt ebbe un periodo di crisi esistenziale e artistica, l’impero austriaco collassa definitivamente con la prima guerra mondiale e molte certezze artistiche in Klimt cominciano a venir meno; il “periodo maturo” è caratterizzato dall’abbandono del fulgore dell’oro e delle eleganti linee Art Nouveau.

Tra il 1916 e il 1917 dipinge il “Ritratto di Signora”, acquistato successivamente da un industriale piacentino, e il 6 febbrario 1918, colpito da ictus e polmonite, muore a Vienna dove viene sepolto.


Come ci ha illustrato la Prof.ssa Petrucci, per Klimt la donna è stata sempre protagonista nei suoi quadri, dalle prime allegorie al periodo d’oro, agli ultimi dipinti caretterizzati da cromatismo di gusto Espressionista. E dipingere una donna bella, famosa e facoltosa, oltre che fonte di guadagno, costituiva possibilità di instaurare con lei un rapporto privilegiato, una amicizia amorosa utile ad esplorare il mistero dell’universo femminile; una tematica molto vivace nella cultura decadentista di fine ottocento.

A differenza della pittura di fine secolo, dove la donna assume i connotati di un idolo malefico, Klimt guarda al femminile con idolatria, dipigendo la donna con realismo; in Giuditta l’espressione della donna è carica di torbida voluttà, con la bocca dischiusa e gli occhi socchiusi e dietro la testa, sul fondo oro è disegnato un paesaggio arcaico di alberi, montagne e viti.

Del periodo d’oro anche “Il Bacio”, l’opera più famosa di Klimt, è un quadro dove l’uso dell’oro e di frammenti preziosi rendono magica l’atmosfera; emergono i volti di due giovani amanti, sprofondati l’uno nell’altro e uniti dall’estasi amorosa. Una nuvola d’oro li confina lontani dal tempo e dallo spazio dove l’unione carnale è sublimata dall’oro e la donna diventa fonte di vita e di speranza.

Le donne assumono con disinvoltura pose plastiche e accattivanti, emergono, come incastonate nell’oro, con sguardi languidi, talvolta spietati, sempre velatamente e inesorabilmente consapevoli. Corpi femminei sottili e sinuosi, che culminano in un tripudio di chiome rigogliose e conturbanti. Donne decise e indipendenti a testimoniare l’evoluzione del nuovo tempo; donne giovani raffigurate in atteggiamenti erotici, in gravidanza o al crepuscolo della vita seguendo il ciclo naturale del divenire e del trascorrere, testimoniando splendori e consunzione dell’impero austriaco in dissoluzione.


A conclusione dell’analisi sulla pittura di Gustav Klimt, si ritiene opportuno dire, considerato il luogo che ospita i nostri incontri culturali, che il pittore nel 1903, in occasione di un suo breve viaggio in Italia, giunse per la prima volta sul Lago di Garda e, in una successiva visita (1913), tornò per una vacanza che lo condusse a Malcesine in Val di Sogno dove soggiornò nell’allora “Villa Gruber”.

Da una stanza della villa realizzò, sicuramente con l’aiuto di un cannocchiale, “Malcesine am Gardasee” e “Kirche in Cassone”, mentre da zona del “Dos de Feri” “Italienische Gartenlandschaft” che, sullo sfondo mostra le ripide pareti della sponda occidentale del lago.

Sono questi gli unici tre dipinti fatti all’estero.


                                                                             Giuseppe Romano


Malcesine, 18 Febbraio 2026

venerdì 13 febbraio 2026

Federico Barbarossa: la storia dell'Imperatore del Sacro Romano Impero.

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Federico Barbarossa: la storia dell’Imperatore del Sacro Romano Impero.

Relatore: Prof.ssa Donatella Danieli.


Nel vasto panorama della storia medievale, un personaggio che ha condizionato il percorso dei popoli europei negli anni 1.000 è stato l’Imperatore del Sacro Romano Impero Federico Barbarossa.

Sarà la Prof.ssa Donatella Danieli a narrarcene la vita e la storia al fine di illuminarci sul cammino che questo condottiero ha percorso.

A metà del XII secolo, in una Europa frammentata da diversi territori, nasce nel Castello di Waibligen in Germania Federico, figlio del Duca di Svevia Federico II di Homenstalfen (1090-1147); sua madre Giuditta era figlia del Duca di Baviera, detto Il Superbo, appartenente alla potente dinastia dei Guelfi.

Federico poteva pacificare le due grandi famiglie rivali (Guelfi e Ghibellini), ma quando Corrado III, re di Germania, morì prematuramente designò il nipote Federico a suo successore; Federico venne eletto all’unanimità re di Germania e, memore dei propri natali, ricondusse l’ordine nella Nazione per sottrarre la monarchia tedesca all’influenza della Curia Romana.

L’ambizioso progetto politico del nuovo Re era quello di restaurare l’unità imperiale, indebolita dall’autonomia dei Comuni italiani e dalla forza politica, oltre che religiosa, del Pontefice, al fine di riaffermare l’autorità imperiale sui comuni che, diventati autonomi, riscuotevano le tasse e coniavano una propria moneta appropriandosi delle cosidette “Regalie Imperiali”.

Nel 1153 Federico indice una Dieta a Costanza con l’ausilio dei nobili tedeschi e la partecipazione di Emissari del Papa.

Federico riceve la promessa di essere incoronato Imperatore a Roma se avesse ripristinato in Città il potere papale, minacciato dai romani e da Arnaldo da Brescia, e se fosse intervenuto contro la Città di Milano che voleva espandersi verso il Comune di Lodi che verrà distrutto dai milanesi

per la seconda volta nel 1158.

La Dieta di Costanza diviene, pertanto, l’occasione per preparare una spedizione in Italia con lo scopo di ottenere la corona imperiale dal Papa ed imporre ai comuni italiani un maggiore controllo per impedirne una piena autonomia.

Nel 1154 convoca una Dieta a Roncaglia per riprendere il controllo sui comuni e ribadire il diritto imperiale a riscuotere le regalie, ma provoca il malcontento dei comuni lombardi che chiedono anzi una maggiore autonomia. La risposta di Federico è feroce e nell’aprile del 1155 rade al suolo Tortona colpevole di essere amica di Milano.

Nel 1155 viene incoronato Re d’Italia a Pavia (15 Aprile) e Imperatore dal Papa a Roma (18 Giugno).

Arnaldo da Brescia viene condannato dal Papa al rogo e viene messo fine al Comune di Roma con i romani che affibbiano a Federico il soprannome di “Barbarossa” dal colore della sua barba.

Federico ritorna in Germania, attraversando le Alpi, con un appellativo che, per le credenze dell’epoca, richiamavano vari pregiudizi negativi attribuiti a quel colore rosso che incorniciava il volto e i capelli dell’Imperatore.

Nel 1157 il Papa invia a Federico Barbarossa, che si trovava a Besancon, un legato pontificio per chiedere la liberazione dell’Arcivescovo di Luni ricordandogli che gli aveva concesso la corona imperiale e che avrebbe potuto concedergli altri “Benefici”, con ciò facendo intendere che considerava l’Impero un Feudo della Santa Sede. Federico, sdegnato, fa sapere al Papa che lui l’Impero lo aveva ricevuto direttamente da Dio per il tramite del Papa.

Nel 1158 Federico torna nuovamente in Italia, convoca una seconda Dieta a Roncaglia, redige un elenco di diritti regi di cui si erano appropriati i Comuni italiani ed emana la “Constitutio de Regalibus” e la “Constitutio Pacis” al fine di costruire uno stato in cui tutti i poteri derivano dall’Imperatore sulla base del diritto.

La frattura definitiva tra il Barbarossa e i Comuni avviene con la nomina di Podestà Imperiali in ogni città.

Le nuove imposizioni dell’Imperatore suscitano la ribellione di molti comuni guidati da Milano e sostenuti dal Papa Alessandro III; l’Imperatore allora nomina un antipapa, scomunicato dal Papa Alessandro III, e nel 1162 rade al suolo Milano e successivamente, con l’arrivo dell’inverno, si acquartiera prima a Pavia e poi a Lodi. Dopo circa un anno la città si arrende e i milanesi vengono costretti all’esilio per 5 anni.

Per controllare i Comuni l’Imperatore invia Ufficiali Imperiali fidati che, però, vengono cacciati via da molte città a causa della tirannia alla quale venivano sottoposte.

Nel 1167 diversi comuni si alleano e formano la “Lega Lombarda”, sostenuta da Papa Alessandro III, iniziando una guerra che dura diversi anni.

Federico scende in ottobre per la quarta volta in Italia e indice la Dieta a Lodi; le Città presentano all’Imperatore numerose lagnanze che non vengono da lui raccolte. Al suo ritorno in Germania la Lega fonda, contro le prerogative dell’Imperatore, sfidandolo, una nuova Città in onore del Papa battenzandola Alessandria.

Intanto alcune città venete si erano alleate nella “Lega Veneta” e con i Comuni della “Lega Lombarda”. stringono una alleanza con il Giuramento di Pontida.

Il Giuramento di Pontida è messo in dubbio dagli storici perché non compare sui documenti dell’epoca e viene citato solo nel 1505; è certo che l’accordo tra i comuni prevede la difesa dall’Imperatore e dalle vessazioni dei ministri imperiali.

La storia del Giuramento di Pontida viene ripresa durante il Risorgimento dai “patrioti” italiani come esempio di liberazione dallo straniero per la conquista dell’indipendenza nazionale.

Federico Barbarossa nel 1174 annuncia, in una Dieta convocata a Ratisbona, una spedizione (la quinta) in Italia, ma il cugino “Enrico il Leone” si rifiuta di sostenere militarmente la spedizione.

Con solo 10.000 uomini, conquista alcune città del Piemonte e cinge d’assedio Alessandria per 7 mesi. La città resiste respingendo gli assalti imperiali, dando la possibilità alle milizie della Lega di correre in soccorso e costringendo l’Imperatore ad abbandonare il campo. Il 28 Maggio 1176 a Legnano la Lega sconfigge l’esercito imperiale.

Dopo la sconfitta di Legnano viene firmata a Venezia una tregua di 6 anni, con il riconoscimento di Papa Alessandro III come unico Papa. La Repubblica di Venezia assurge a mediatrice di livello internazionale, conquistando patti commerciali e la garanzia imperiale per i propri cittadini.

La tregua ridimensiona sul piano politico-militare la figura dell’Imperatore pur riconoscendolo sul piano diplomatico.

Preludio alla pace di Costanza, segna il fallimento del sogno universalistico di Federico e del suo tentativo di imporre un controllo diretto ai comuni italiani, riconoscendone l’autonomia.

Il 25 Giugno 1183, a Costanza, viene firmata la pace tra Federico Barbarossa ed i Rappresentanti della Lega Lombarda con il riconoscimento ai Comuni dell’autonomia politica e giuridica e la possibilità di emanare statuti; i Comuni si obbligano a prestare giuramento di fedeltà all’Imperatore, sottoponendo alla sua approvazione i nomi dei Consoli eletti.

Caduta Gerusalemme (1189) nelle mani dell’Emiro Salh-Ed-Din, Papa Gregorio VIII indice una nuova crociata e Federico Barbarossa, consapevole del suo ruolo di difensore della Chiesa, decide di raggiungere la Terrasanta alla testa di 12.000 uomini e 3.000 cavalieri, insieme al secondo figlio Federico Duca di Svezia e molti Vassalli.

Giunti sulle sponde del fiume Saleph (noto anche come Goksu), l’Imperatore, mentre stava attraversando il fiume, cadde improvvisamente nelle basse acque del fiume anatolico non riuscendo più a riemergere.

La morte giunge, quindi, in circostanze poco chiare (disarcionamento da cavallo, infarto, shock termico dovuto alla bassa temperatura delle acque del fiume); per lo storico arabo Ibn al-Athir Federico muore annegato a causa della pesante armatura indossata e l’esercito perde la sua compattezza per seguire in parte il figlio, che porta lo stesso nome Federico, fino ad Acri dove trova la morte anche lui.

La morte di Federico Barbarossa dà adito a diverse leggende, con l’Imperatore che, svegliatosi dopo una straordinaria battaglia, sorge il giorno del giudizio.


                                                                   Giuseppe Romano


Malcesine, 11 Febbraio 2026

Pausa

 

 

La vita, tiranna, si perde

nell’infinito dei ricordi e

sbiadisce simile a sabbia.


L’odore della pelle sento

quando respiro e il vento

che alza le onde del mare.

Le parole non sono vuote,

e le mie mani accarezzano

il tuo viso colmo d’amore.


Mi chiedo se incontrerai lo

stesso vento in uno sfocato

domani, ricordando ombre

elise oramai dal tuo tempo.


                     Giuseppe Romano


11/02/2026






Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...