venerdì 23 gennaio 2026

Continuiamo il nostro cammino attraverso il Purgatorio.

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Continuiamo il nostro cammino attraverso Il Purgatorio (II^ Parte).

Relatore: Prof.ssa Luciana Calzà.


Ancora un pomeriggio con Dante e la sua Divina Commedia nella esposizione illuminante della Prof.ssa Calzà.

Il viaggio di Dante e Virgilio continua.

I due grandi Poeti, superata la Porta del Purgatorio, in cima troveranno il Paradiso Terrestre.

Nell’Antipurgatorio, come descritto nella lezione prcedente, hanno incontrato gli Spiriti distratti da cure terrene (Prìncipi), Spiriti morti violentemente, Spiriti negligenti, Spiriti morti scomunicati; alle porte del Purgatorio l’Angelo Nocchiero, che traghetta le anime appena morte verso la spiaggia dell’Antipurgatorio per sbarcarle velocemente e ripartire per un altro viaggio; nel Purgatorio, suddiviso in 7 cornici, incontreranno altre anime, ciascuna di esse punita di uno dei sette peccati capitali. I sette peccati capitali puniti nelle 7 cornici del Purgatorio sono, a cominciare dai più gravi fino a quelli meno gravi: la superbia, l’invidia, l’ira, l’accidia, l’avarizia, la gola e la lussuria; per la Chiesa sono i peccati più gravi.

Giunti alle soglie della valletta dei prìncipi negligenti, Dante e Virgilio incontrano Sordello da Goito, importante trovatore italiano, nato agli inizi del XIII secolo, il quale, non appena apprende che anche il poeta latino è originario della sua stessa città, lo abbraccia festosamente. Tale gesto colpisce molto Dante che prorompe in una violenta invettiva contro l’Italia del Trecento i cui cittadini sono perennemente in guerra tra di loro e spesso le lotte divampano anche all’interno dello stesso Comune.

Il poeta attribuisce tale situazione di instabilità politica e di anarchia all’assenza di un potere centrale, che secondo lui dovrebbe essere occupato dall’imperatore ed accusa i membri della casata degli Asburgo, colpevoli di trascurare l’Italia per “cupidigia” dei loro possessi tedeschi. Il frazionamento del potere comunale non assicura il rispetto delle leggi ed è la fonte del suo esilio da Firenze. Il VI° Canto è di argomento politico ed è noto per i versi che risuonano come violenti schiaffi a tutti i politici del suo tempo: “Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave senza nocchiero in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello!”.

Per Dante, Firenze ed fiorentini saranno contenti di questa digressione perché loro sono a conoscenza della reale situazione e non accettano incarichi pubblici.

In cammino sopraggiunge la sera, un’ora che riempie di nostalgia chi è lontano dalla propria terra. Un’anima si volge ad oriente con le mani giunte e intona un dolce canto (Te lucis ante); dal cielo scendono due angeli con vesti e ali di colore verde e si posano ai lati opposti della valletta per difendere, come spiega Sordello, gli spiriti dal serpente che sta per arrivare. Dante si accorge che uno spirito lo sta fissando: è l’amico Nino Visconti, nipote del Conte Ugolino da lui incontrato nell’Inferno.


Il Canto IX della Divina Commedia apre un nuovo punto simbolo del viaggio di Dante e Virgilio: La Porta del Purgatorio. L’ingresso è parte del percorso di purificazione dei due poeti, è custodito da un angelo e si accede tramite tre gradini (esame di coscienza, confessione, riparazione) e due chiavi (potere divino e sapienza sacerdotale) che aprono la porta.

Sulla fronte di Dante vengono incise sette “P” per i peccati capitali”, dopo essere stato trasportato in sogno alla porta da Santa Lucia (che simboleggia la grazia illuminante)

Sulla porta del Purgatorio non vi è alcuna scritta perché qui regna la speranza della salvezza, del pentimento e della redenzione. Aperta la porta con le due chiavi (una d’argento, che simboleggia il giudizio, e una d’oro, simbolo dell’autorità divina), si sente il canto del Te Deum quale Inno di ringraziamento per accogliere i pellegrini nel regno della purificazione; l’angelo invita i poeti ad entrare con un severo ammonimento: chiunque si volti indietro a guardare ciò che ha lasciato, tornerà fuori immediatamente.

Nella I^ cornice Dante trova i superbi che in vita peccarono di presunzione. Essi espiano la loro arroganza portando massi pesanti sulla schiena; camminano curvi e recitano il Padre Nostro per imparare l’umiltà, sono costretti a tenere lo sguardo basso e a lodare Dio per contrastare la loro passata presunzione.

Dante dialoga con tre figure che rappresentano diverse declinazioni di superbia: Omberto Aldobrandeschi, Oderisi da Gubbio e Provenzan Salvani che rappresentano a Dante le loro origini ed i peccati di superbia che li hanno destinati al Purgatorio (Canti X – XI – XII).

Sulle pareti delle cornici sono scolpiti esempi di umiltà (come l’Annunciazione), mentre sui pavimenti sono raffigurati esempi di superbia punita che i penitenti calpestano guardando in basso.

Al termine del percorso, l’Angelo dell’Umiltà cancella dalla fronte di Dante la prima delle sette “P”, rendendo la salita verso la cornice successiva più leggera.

Nei Canti XIII e XIV Dante parla dell’invidia. E’ vista come vizio che genera discordia, che impedisce di gioire del bene altrui e come forma di malevolenza che si oppone alla carità e all’amore di Dio. Gli invidiosi sono le anime punite nella seconda cornice del Purgatorio con gli occhi cuciti da filo di ferro perché in vita hanno guardato con malizia il bene altrui, subendo il contrappasso di non vedere più bene, piangendo lacrime attraverso le cuciture e pregando i Santi per chiedere carità e speranza.

Il contrappasso perchè l’invidioso prova piacere nel vedere le sventure altrui e soffre nel vederne la felicità: la loro punizione che consiste nell’avere gli occhi cuciti con fili di ferro, sono vestiti di cilicio e si sostengono a vicenda come i ciechi che chiedono l’elemosima, simboleggiando la solidarietà che non hanno avuto in vita.

Nei Canti XV e XVI è l’ira protagonista e Dante pone gli iracondi nella terza cornice; le anime scontano la pena immersi in un denso e acre fumo che acceca loro la vista, causando un’esperienza sensoriale simile alla cecità. Questo buio è paragonato all’oscurità infernale o a una notte senza stelle, ed è descritto come estremamente irritante. Il contrappasso è una punizione per analogia: come in vita l’ira ha annebbiato la loro mente e impedito loro di vedere la realtà e la luce della ragione, così ora nell’aldilà sono fisicamente accecati dal fumo.

Mentre si trovano in questa cornice, Dante e Virgilio incontrano Marco Lombardo, saggio cortigiano col quale Dante intrattiene una profonda discussione sul libero arbitrio e sulla corruzione politica e morale dell’Italia del suo tempo. Marco spiega che se le azioni umane fossero determinate dal Cielo, il libero arbitrio sarebbe distrutto e non sarebbe giusto premiare la virtù e punire le colpe. Il Cielo fornisce l’impulso iniziale, ma l’uomo, dotato di ragione ed intelletto, può vincere le influenze astrali e scegliere il bene.

La vera causa della corruzione è la mancanza di una guida forte e la mescolanza fra potere spiritale (Chiesa) e temporale (Impero).

La Chiesa, invece di guidare, si è dedita ai beni terreni, allontanando gli uomini dalle virtù.

Il mondo è davvero del tutto abbandonato da ogni virtù, invaso e ricoperto dalla malvagità e Dante chiede di sapere se questo abbandono sia da attribuire al cielo o alla responsabilità degli uomini.

Marco risponde che non tutto può essere attribuito al cielo e che se tutto fosse così non esisterebbe il libero arbitrio anche perché al genere umano è data facoltà di distinguere il bene dal male.

Il dialogo sottolinea l’importanza della responsabilità individuale e della necessità di un giusto ordine politico e morale.

Dante solleva un dubbio fondamentale: Se l’amore è un’inclinazione naturale e necessaria verso ciò che piace, come può l’uomo avere merito o colpa?

Virgilio risponde che, sebbene il primo impulso sia innato e non libero (come l’istinto delle api di fare il miele), l’uomo possiede la ragione. Questa facoltà ha il compito di vagliare i desideri, accogliendo quelli buoni e frenando quelli malvagi.

Il libero arbitrio è il fondamento della moralità e della capacità di scelta, ma Virgilio, per approfondimenti che superano i limiti della ragione umana, rimanda a Beatrice, simbolo della Grazia e della Teologia.

Nella IV Cornice (Canti XVIII e XIX) Dante incontra gli accidiosi che in vita furono pigri o tiepidi nel perseguire il bene spirituale.

Per contrappasso, ora corrono freneticamente senza sosta, incitandosi per recuperare il tempo perduto e vengono ricordati coloro che fallirono per pigrizia, come gli Ebrei che non arrivarono alla Terra Promessa o i compagni di Enea che rimasero in Sicilia.

Dante, stanco e immerso in pensieri confusi, scivola gradualmente in un sonno profondo.

Nel canto XX la dimensione teologica e morale si unisce a quella storica e politica con le anime degli avari e dei prodighi che espiano le loro colpe. L’anima guida è quella di Ugo Capeto, fondatore della dinastia francese che rappresenta la degenerazione del potere temporale subordinato non più a ideali di giustizia e servizio, ma a ricchezza, dominio e sangue.

L’anima non si limita a raccontare la propria vita, ma denuncia le nefandezze compiute dai suoi discendenti: assassinii, tradimenti, usurpazioni e soprusi perpetrati per interessi economici.

Una vera e propria invettiva storica che descrive come l’avidità abbia distrutto il senso del potere come servizio e come i re abbiano tradito la loro missione, trasformando il trono in un mezzo per il dominio e non per la giustizia, con le anime distese per terra, rivolte prone e con le mani e il volto premuti contro la roccia.

Dante, benchè desideroso di continuare il colloquio, si allontana insieme a Virgilio; i due camminano rasentando la roccia per evitare i penitenti distesi a terra e Dante scaglia una invettiva contro la “antica lupa” che simboleggia la cupidigia.

L’invocazione alla giustizia divina che chiude il discorso di Ugo Capeto è un grido potente e drammatico, con la speranza di un rinnovamento, di una restaurazione dell’ordine morale, di un ritorno alla verità.

All’improvviso appare un’anima – quella di Stazio (poeta romano nato a Napoli intorno al 45 d.C. e morto il 96 circa) - che segue i due poeti intenti a camminare tra i penitenti. Augura loro la pace e Virgilio augura all’anima di raggiungere la salvezza. Stazio si aggrega a Dante e Virgilio fino al Paradiso Terrestre.

Nella VI cornice Dante incontra le anime dei golosi che subiscono una pena per contrasto: Sono ridotte a una magrezza estrema, apparendo come scheletri tanto che Dante non li riconosce. Sono continuamente stimolati dal profumo di frutti dolci che pendono da due alberi particolari e dal rumore di un’acqua limpida che scorre su di essi. Tuttavia non possono toccare nulla, rendendo il loro patimento una purificazione divina.

Nella cornice si trovano due alberi simbolici e Dante sente una voce tra i rami del primo albero che dichiara gli esempi di temperanza, ovvero quelli di Maria che invitò Gesù a compiere il miracolo delle nozze di Cana, delle donne dell’antica Roma che si accontentavano sobriamente di bere acqua, del profeta Daniele che si rifiutò i cibi della mensa regale babilonese, dell’età dell’oro in cui la fame e la sete resero appetibili le ghiande e le acque dei ruscelli, di Giovanni Battista che nel deserto su nutrì di miele e locuste. Gli esempi di gola punita verranno dichiarati da un’altra voce vicino al secondo albero e sono relativi ai centauri che alle nozze di Piritoo e Ippodamia si ubriacarono e tentarono di far violenza alla sposa venendo uccisi da Teseo.

Al centro del canto si colloca uno degli episodi più toccanti del Purgatorio: l’incontro tra Dante e Forese Donati. Amico stretto di Dante e poeta, Forese spiega la condizione dei penitenti e loda la moglie Nella che, con le sue preghiere, gli ha abbreviato il tempo di permanenza in Purgatorio. All’interno del dialogo con Forese, Dante inserisce una critica aspra alla Firenze del suo tempo, come già fatto in precedenti occasioni.

Nella cornice dei golosi Dante incontra anche il poeta lucchese Bonagiunta Orbicciani e Papa Martino, noto per la sua predilizione per le anguille di Bolsena affogate nella vernaccia.

Prima di lasciare la Cornice, Dante incontra l'Angelo della temperanza che cancella la sesta P dalla sua fronte per proseguire il cammino verso la Cornice dei lussuriosi.

Il Canto XXV del Purgatorio si svolge nella settima cornice, dove espiano le anime dei lussuriosi che camminano in mezzo alle fiamme, come contrappasso per essersi lasciati travolgere in vita dalla passione amorosa.

La parete rocciosa sprigiona una fiamma che occupa tutto il girone, consentendo solo uno stretto passaggio; i poeti sono pertanto costretti a camminare sul bordo uno dietro l’altro, per evitare di cadere nel fuoco o giù dal monte.

Il corpo di Dante proietta ombra sul fuoco, rendendola più rossa, rivelando così alle anime che egli è vivo. Una delle anime si fa coraggio e gliene chiede ragione, ma proprio in quel momento, dalla parte opposta, arriva un’altra schiera di anime. Incrociandosi, le anime delle due schiere si baciano festosamente.

Passata la schiera dei sodomiti, l’altra si accosta a Dante e un’anima chiede perché il suo corpo interrompe i raggi del sole: Dante spiega che egli è vivo e che sta facendo il viaggio per purificarsi dei suoi peccati e raggiungere, con la visione finale di Dio in Paradiso, la salvezza.

Augurando loro di raggiungere presto la beatidudine, Dante chiede di rivelare i loro nomi per poterne scrivere al suo ritorno sulla Terra.

Una delle anime gli rivela di essere Guido Guinizzelli che si è pentito prima di morire ed è per questo motivo che si trova in quel luogo; Dante vorrebbe abbracciarlo e Guido lo ringrazia dicendogli che non dimenticherà mai le sue parole e lo prega di recitare per lui davanti a Cristo parte del Padre Nostro perché i penitenti non possono peccare e dunque non sono esposti alle tentazioni. Poi scompare nel fuoco purificatore.

Per arrivare al Paradiso Terrestre Dante deve attraversare un muro di fuoco. Il muro si trova alla fine della settima cornice, dove i lussuriosi espiano le proprie colpe. L’Angelo della Castità appare fuori dalle fiamme cantando e invita i tre poeti (Dante, Virgilio e Stazio) a entrare nel fuoco.

Dante, terrorizzato, si rifiuta e si convince solo quando Virgilio gli ricorda che al di là di quel muro lo attende Beatrice.

                                                                                   Giuseppe Romano


Malcesine, 21 Gennaio 2026

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