giovedì 13 febbraio 2025

...non al denaro, non all’amore né al cielo: l’ “Antologia di Spoon River” riletta e cantata da Fabrizio de Andrè.

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


...non al denaro, non all’amore né al cielo: l’ “Antologia di Spoon River” riletta e cantata da Fabrizio de Andrè.


La lezione odierna all’ “Università del tempo libero” coinvolge i sentimenti e la passione con l’ “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, rivisitata e cantata dall’immenso Fabrizio de Andrè.

Relatore il Prof. Gabriele Nascimbeni, che insegna italiano, storia e storia dell’arte in Istituti tecnici e professionali e che condivide con i suoi studenti la passione per la musica, il cinema e la lettura.

L’Autore dell’Antologia è un Avvocato di Chicago, Edgar Lee Master, passato alla scrittura e alla poesia, nato a Garnett in Kansas il 23 Agosto 1868, che frequenta la scuola superiore a Lewistown e pubblica i suoi primi testi per il Chicago Daily News. Il paesaggio intorno alla città, il cimitero di Oak Hill ed il vicino fiume Spoon lo ispirano e lo spingono a scrivere poesie, pubblicate poi nell’“Antologia di Spoon River” che, pur consacrandolo autore di fama, sancì la rottura con i suoi concittadini in quanto nei testi ne denuncia debolezze e ipocrisie.

Ogni poesia racconta, infatti, la vita di un personaggio, per un totale di 244 personaggi, che coprono tutte le categorie e i mestieri umani e molti di loro, ancora in vita, si sentirono offesi nel vedere le loro faccende private pubblicate nelle poesie.

La pubblicazione in Italia dell’Antologia di Spoon River ha un percorso travagliato, perché durante il ventennio fascista la letteratura delle democrazie plutocratiche, compresa quella americana, era osteggiata dal regime, in particolare se esprimeva idee libertarie come in questo caso.

Fernanda Pivano, nata a Genova nel 1917, ma trasferitasi a Torino nel 1929, al liceo classico Massimo d’Azeglio, ha come insegnante Cesare Pavese al quale chiede la differenza che c’è tra la letteratura americana e la letteratura inglese.

L’insegnante le fa conoscere i versi di Edgar Lee Master e Fernanda Piovano se ne innamora immediatamente per la loro scarna semplicità. Per Fernanda è un proprio colpo di fulmine e decide di tradurre il libro in italiano.

Quando Pavese scopre il manoscritto, convince l’editore Einaudi a stamparlo, ma Fernanda Piovano pagherà questa sua traduzione in carcere, per i temi trattati (Pace, guerra, capitalismo), tutti argomenti contrari alle tematiche contrarie al fascismo.


Nel 1971 Fabrizio De Andrè sceglie nove delle 244 poesie trasformandole in canzoni e pubblica l’album “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, toccando fondamentalmente due grandi temi: l’invidia (Un matto, Un giudice, Un blasfemo, Un malato di cuore) e la scienza (Un medico, Un chimico, Un ottico).

“Non al denaro, non all’amore né al cielo” inizia con “La collina”, incipit non solo dell’album ma anche di Spoon River Antology. Si tratta di una traccia che, con una veloce panoramica di personaggi, accoglie il pubblico sulla collina del cimitero di Spoon River, dove si trovano le tombe e gli epitaffi che ne narrano le storie. E’ una introduzione significativa, perché in questa carrellata entrambi gli autori portano in scena chi è scomparso miseramente, dando dignità ai personaggi.

In questi due grandi temi si possono scoprire delle simmetrie: il giudice perseguitato da tutti trasforma la sua invidia in sete di potere e si vendica, il chimico è tanto preso dalla scienza e dalla ricerca di un ordine perfetto da essere incapace di amare, il malato di cuore rappresenta l’alternativa all’invidia, e, pur trovandosi nelle condizioni di dovere essere lui ad invidiare gli altri, con l’amore riesce a vincere l’invidia. I buoni propositi del medico vengono schiacciati dal sistema che lo inducono a essere disonesto, mentre l’ottico vuole trasformare la realtà mostrandoci un’altra realtà più vera.

De Andrè nelle sue canzoni non nomina i personaggi, come fatto da Edgar Lee Master, perché vuole rendere le storie universali e per sottolineare che queste storie sono esempi di comportamenti umani che si possono ritrovare in ogni epoca ed in ogni luogo.

L’unico a cui De Andrè lascia il nome è “Il suonatore Jones” perché rappresenta l’alternativa alla vita vista come lotta per raggiungere i propri scopi. Per Jones, personaggio al quale De Andrè avrebbe voluto assomigliare, la musica non è un mestiere, è una scelta di libertà, senza alcuno scopo di lucro.

Le canzoni dell’album sono scritte da De Andrè insieme a Giuseppe Bentivoglio per quanto riguarda i testi e a Nicola Piovani (ancora giovannissimo) per le musiche; ma, a causa dei sofisticati arrangiamenti, non venivano eseguiti spesso.

In una intervista, Fernanda Piovano afferma la straordinarietà del lavoro di De Andrè che ha praticamente riscritto queste poesie rendendole attuali e con tematiche simili a quelle di Masters legate, ovviamente, ai problemi del suo tempo.


La musica di De Andrè, unica e inimitabile, si è diffusa nel salone di Palazzo dei Capitani che ospita l’Università del tempo libero, lasciando in tutti noi un filo di nostalgia per un autore che, purtroppo, non è più con noi.

                                                                                                   Giuseppe Romano

Malcesine, 12 Febbraio 2025

lunedì 10 febbraio 2025

L'Inferno nell'immaginario di Dante (3^ parte)

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


L’inferno nell’immaginario di Dante (3^ parte)


La Prof.ssa Calzà ci guida, in questo incontro, con la narrazione del viaggio di Dante e Virgilio, che prosiegue attraverso i sentieri oscuri dell’Inferno più profondo.

Attraversato il VI cerchio, giungono al VII, suddiviso in tre gironi, dove incontrano i Violenti.

Nel VII cerchio si accede dopo aver superato i resti di una frana provocata dal terremoto verificatosi alla morte di Cristo. Custode del cerchio è il Minotauro, che rappresenta la “atta bestialità” ovvero la violenza che rende l’uomo simile alle bestie.

Nel primo girone, attraversato dal Flegetonte, fiume di sangue bollente, sono i violenti con il prossimo (predoni e assassini), tormentati dai Centauri che colpiscono le anime con frecce per evitare che possano uscire dal sangue.

Nel secondo sono collocati i suicidi (trasformati in albero per avere rinunciato volontariamente alla loro natura umana), tormentati dalle Arpie, creature mitologiche dal corpo di uccello e dal volto di donna, e gli scialacquatori che in vita distrussero e dilaniarono le loro sostanze. Per questo motivo sono lacerati da cagne fameliche e sono distinti dai prodighi del IV cerchio che non hanno avuto cura di gestire il loro patrimonio, distruggendo se stessi attraverso le proprie sostanze. Tra i suicidi incontrano Pier della Vigna che, entrato nel 1220 alla Corte di Federico II di Svezia con ruoli di assoluto prestigio, viene accusato di tradimento, forse per l’invidia dei cortigiani e per i suoi contatti con il Papa Innocenzo IV, incarcerato e costretto al suicidio per le vessazioni subite.

Nel terzo girone Dante incontra i Bestemmiatori, i Sodomiti e gli Usurai. I Bestemmiatori sono chinati sulla sabbia infuocata, i Sodomiti corrono continuamente sotto il fuoco, gli Usurai sono accovacciati sotto la pioggia di fuoco, con il Minotauro custode dell’intero settimo cerchio.

Il contrappasso ancora una volta si richiama alle pene ordinariamente inflitte, con il rogo posto a simbolo della loro condanna.

Attraversata una ripa scoscesa, Dante e Virgilio giungono all’VIII Cerchio, detto anche Malebolge, riservato ai peccatori di frode, ovvero coloro che hanno imbrogliato chi non si fida.

Il nome di Malebolge deriva dalla forma di tale cerchio, suddiviso in dieci bolge, ovvero fosse concentriche, simili ai fossati che cingono i castelli medievali, separate da argini e attraversati da ponti naturali di pietra che convergono verso il centro del cerchio, occupato da un ampio pozzo, il cui fondo costituisce il nono cerchio. Nell’ottavo cerchio è punita la frode esercitata contro chi non si fida: peccato grave perché si presuppone l’uso della ragione a danno degli altri.

I due pellegrini giungono sul ponte che scavalca la quinta bolgia, straordinariamente buia a causa della pece bollente nella quale sono immersi i barattieri, coloro cioè che fecero commercio dei pubblici uffici. Mentre Dante è intento a guardare in basso, sopraggiunge veloce un diavolo che getta nella pece un dannato che, dopo il tuffo violento, viene a galla, ma i custodi della bolgia, i Malebranche, lo costringono ad immergersi nuovamente.

Virgilio, allora, si dirige verso i diavoli e fa presente al loro capo, Malacoda, che il viaggio suo e del suo discepolo è voluto dal cielo. A questo punto, Malacoda affida loro ad una scorta composta di dieci suoi sottoposti comandati da Barbariccia, consentendo la partenza verso le altre bolgie, con Virgilio che rassicura Dante invitandolo a non avere paura.

Scesi nell’ottava bolgia Dante rivolge una invettiva contro Firenze, avendo visto nella settima bolgia ben cinque ladri, tutti fiorentini. che lo hanno fatto vergognare per la brutta immagine che hanno conferito alla città.

Guardando dall’alto in fondo di questa bolgia vedono che le anime appaiono come dei punti luminosi perchè sono avvolte da fiamme e ognuna di queste fiamme nasconde un’amima.

Una di queste fiamme ha la punta biforcuta e Virgilio spiega a Dante che in quella fiamma sono racchiuse due anime: quella di Ulisse e quella di Diomede. La fiamma giunge vicino a loro e Virgilio chiede ad Ulisse come si è conclusa la sua vita terrena.

Ulisse narra che la sua sete di conoscenze lo conduce, dopo la presa di Troia avvenuta con l’inganno del suo cavallo di legno che ha consentito ai Greci di espugnare la Città, al di là delle Colonne d’Ercole, cioè verso l’ignoto, ma un naufragio porta alla morte lui e il suo equipaggio. Dante, pur sentendosi vicino ad Ulisse come viaggiatore del mondo, lo colloca tra i fraudolenti perché con l’inganno del suo cavallo aveva sconfitto i nemici. Nel suo racconto Ulisse narra dell’incontro con la maga Circe, dell’ira degli dei che ostacolano il suo ritorno ad Itaca, del perenne suo desiderio di conoscere il mondo.

Esaudito in Dante il desiderio di conoscere Ulisse in una visione diversa da quella da tutti nota, i due poeti giungono al IX e ultimo Cerchio dell’Inferno ove sono collocati i Traditori.

E’ costituito dal Lago Cocito, uno dei quattro fiumi infernali sulla cui ghiaccia sono imprigionati i traditori, che agli occhi di Dante sono descritti come i peggiori peccatori.

Al centro di Cocito, che corrisponde al centro della Terra, è confitto, fino alla cintola, Lucifero, intento a maciullare nelle sue tre bocche le anime di Bruto, Cassio e Giuda. Le sue sei ali sbattono e producono un vento gelido, il quale congela le acque del fiume infernale.

Tutt’intorno al demone ci sono le quattro zone del IX Cerchio, che ospitano traditori di diverso tipo e il cui peccato va dal meno al più grave man mano che ci si avvicina a Lucifero. Nella Caina sono puniti i traditori dei parenti, sepolti nel ghiaccio fino al collo e con la testa all’ingiù, nell’Antenora ci sono i traditori della patria (tra loro il conte Ugolino), infine nella Giudecca ci sono i traditori dei benefattori, completamente imprigionati nel ghiaccio.


Dante e Virgilio sono arrivati al fondo dell’Inferno.


Davanti a loro si erge una figura gigantesca e un fortissimo vento freddo e Dante si ripara dietro Virgilio che lo incoraggia a farsi forza. E’ Lucifero con tre teste con le quali mastica i peggiori di tutti i peccatori: Bruto, Cassio e Giuda, traditori di Cesare e Cristo.

A questo punto, Virgilio invita Dante ad aggrapparsi a lui e, tenendolo sulle spalle, inizia una faticosa discesa tra i peli del mostro.
La discesa diventa poi una salita: Dante e Virgilio si sono capovolti poichè sono passati nell’emisfero terrestre opposto.

Senza fermarsi per riposare, i due poeti prendono un nuovo cammino ed escono finalmente sulla superficie terrestre: “E quindi uscimmo a riveder le stelle.”


Il loro viaggio nell’Inferno si è concluso e inizieranno la risalita del monte del Purgatorio.


Si ritiene doveroso ringraziare la Prof.ssa Luciana Calzà che, con la sua straordinaria competenza e passione, ha permesso a tutti i partecipanti alle sue lezioni di “viaggiare” tra gli inferi con due grandi del mondo letterario: Virglio e Dante.


                                                                                          Giuseppe Romano

Malcesine, 5 Febbraio 2025

lunedì 3 febbraio 2025

L'inferno nell'immaginario di Dante (2^ parte)

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


L’inferno nell’immaginario di Dante (2^ parte)


Dopo avere illustrato nelle linee generali il viaggio di Dante all’inferno, la Professoressa Luciana Calzà, in questo nuovo incontro a Palazzo dei Capitani con i partecipanti all’Università del tempo libero, entra nei dettagli per raccontarci “il viaggio” di Dante tra gli inferi.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita…..”, esordisce il poeta, facendoci intendere che, a metà circa della vita umana (30-35anni), si ritrova in una selva oscura, avendo smarrito la strada diritta, dove incontra tre fiere: la lonza, il leone e la lupa. Non riesce ad andare avanti, ma viene soccorso da Virgilio che lo guiderà in un viaggio attraverso Inferno e Purgatorio, mentre Beatrice lo guiderà in Paradiso.

Attraversano una porta con su scritto:”Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate.”, e incontrano gli ignavi (anime che in vita non hanno scelto, né nel bene, né nel male), schierandosi sempre dalla parte del più forte.

Pertanto, Dante li reputa indegni di meritare sia le gioie del Paradiso, che le pene dell'inferno, a causa proprio del loro non schierarsi mai dalla parte del bene o del male.

Proseguendo il loro cammino, si imbattono nel fiume Acheronte e, per attraversarlo, si affidano a Caronte che li traghetta sull’altra sponda. Discendono nel Primo cerchio (Limbo) dove sono collocate le anime dei pagani virtuosi e dei bimbi morti senza battesimo, che non peccarono, ma sono esclusi dalla salvezza: essi non subiscono alcuna pena, ma sono sospesi e vivono nell’inappagabile desiderio di vedere Dio.

Al II° Cerchio Dante colloca i Lussuriosi, cioè coloro che preferirono l’amore carnale rispetto a Dio. La loro pena è stabilita secondo la legge del contrappasso: sono condannati a vivere all'interno di una bufera infernale, così come in vita preferirono la bufera della passione.

All’inizio del Cerchio Dante incontra Minosse, custode di tutte le anime dannate, eccetto degli ignavi e dei virtuosi. Egli avvisa il poeta dei pericoli dell’Inferno e lo consiglia di diffidare di Virgilio che, però, lo zittisce ricordando a Dante che il loro viaggio è fatto per volontà divina.

Tra le anime vi sono, tra le altre, Didone, Cleopatra, Elena, Paride, ma due, tra esse, lo incurioscono e chiede di potere parlare con loro. Sono Paolo e Francesca, amanti-cognati, uccisi per mano del marito di Francesca: Gianciotto, signore di Ravenna.

Nell'episodio infernale è Francesca la sola a parlare, mentre Paolo tace e piange alla fine del racconto della donna. Francesca dapprima si presenta e ricorda l'assassinio subìto ad opera del marito, poi (su richiesta di Dante) spiega la causa del loro peccato, ovvero la lettura del romanzo di Lancillotto e Ginevra che li spinse a intrecciare una relazione amorosa. E mentre leggevano, Paolo, coinvolto in quella storia struggente, la bacia in bocca tremando, non riuscendo più ad andare avanti nella lettura.

Dante, a sentire il racconto, viene preso da pietà e sviene per la commozione.

Riavutosi e ripreso il viaggio, al III° Cerchio trova I Golosi.

Siamo in un ambiente buio, dove cadono grandine, neve e pioggia nera e il terreno puzza. Il guardiano qui è Cerbero, un cane con tre teste, occhi rossi, pelo nero e sporco, pancia enorme, che con gli artigli squarta e scuoia i dannati che urlano e si lamentano. Per oltrepassare Cerbero, Virgilio gli lancia in bocca del fango.

Dante e Virgilio avanzano all’interno del terzo cerchio dove gli spiriti squartati da Cerbero giacciono nel fango sofferenti.

I Golosi sono puniti e dilaniati da Cerbero perché, per la legge del contrappasso, in vita mangiavano troppo. Uno spirito va incontro a Dante e si presenta: era Ciacco di Firenze, noto per la sua golosità. Dante, sentendo che Ciacco era di Firenze, gli chiede notizie della sua città. Ciacco informa Dante che avrebbero vinto i Guelfi Bianchi, ma che successivamente, con l’aiuto di papa Bonifacio, i neri avrebbero avuto il sopravvento; e quasi tutti i cittadini fiorentini sarebbero stati colpiti da superbia, invidia e avarizia. Informa, inoltre, che pur avendo agito per il bene della città, nella loro vita privata si sono macchiati di gravi peccati e sono adesso nei cerchi più bassi dell’Inferno. Infine Ciacco, congedandosi da Dante, lo prega di parlare di lui al ritorno del suo viaggio.

Al IV° Cerchio si incontrano Avari e Prodighi, al V° Iracondi e Accidiosi, quindi si imbattono nelle Mura della Città di Dite.

Le mura della città di Dite racchiudono l’Inferno profondo. Esse rapppresentano la linea di demarcazione tra i peccati di intemperanza singola, personale e quelli ben più gravi di coinvolgimento e portata sociale.

Dite, città immaginaria che Dante descrive nella cantica dell’ Inferno, comprende i cerchi dal sesto al nono cerchio. Si presenta recintata da alte mura collegate da diverse torri ed è circondata dalla palude puzzolente dello Stige; a guardia i diavoli che impediscono a Dante di entrare, acconsentendo di parlare solamente con Virgilio.

Virgilio cerca di scacciare i diavoli, ma è costretto a chiedere l’aiuto della Grazia Divina che invia, in soccorso, un messo celeste.

Superato l’ostacolo dei diavoli, Dante e Virgilio riprendono il viaggio, con Virgilio che rasserena Dante ricordandogli che lui è già sceso in fondo all’Inferno. Dante chiede se le anime del Limbo possono scendere nel Basso Inferno, ma Virgilio risponde che raramente le anime del Limbo scendono giù.

All’improvviso sulle mura della città compaiono le tre furie infernali, le Erinni (Megera, Aletto, Tesifone), mostri dalle sembianze di donna e chiome formate da un intrico di serpenti che, graffiandosi il petto, invocano Medusa, unica mortale delle tre Gorgoni, che rendeva di pietra chi guardava il suo volto.

Medusa personifica la disperazione della salvezza, il peccato massimo che pietrifica l'anima e conduce all'inazione spirituale, precludendo così la via della salvezza.

Lo sguardo di Medusa ha la funzione di inchiodare l'anima al punto in cui è giunta: Virgilio, così, copre gli occhi di Dante perchè Medusa non gli impedisca di proseguire nel cammino della conoscenza del male, che lo porterà alla salvezza.

Entrati nella città di Dite, trovano una grande pianura cosparsa di tombe, tutte aperte e arroventate dalle fiamme. In esse si trovano le anime degli Eretici.

Gli Eretici sono coloro che nella vita si macchiarono del peccato dell’eresia, ovvero andarono contro il dogma della religione. Le tombe scoperchiate permettono ai gemiti e ai lamenti di dolore di disperdersi nell’aria.

Ciò perché non avendo creduto in vita all’immortalità dell’anima ora sono stati condannati a morire continuamente.

I poeti si incamminano lungo un sentiero che corre fra le mura e le tombe infuocate e appare loro Farinata degli Uberti, capo ghibellino, personaggio fiorentino di grande rilievo che contribuì, nel 1248, alla cacciata dei guelfi da Firenze. Ma, quando i guelfi riuscirono a tornare nel 1251, riprese la lotta fra le due fazioni conclusasi con la sconfitta dei ghibellini che furono esiliati.

Farinata degli Uberti andò in esilio a Siena, riorganizzò i ghibellini e li portò alla vittoria di Montaperti nel 1260.

Condannato nel cerchio degli Eretici perché non credeva all’immortalità dell’anima, ma descritto come uomo possente, forte e superiore, incute timore perfino a Dante. Profondamente legato alla politica e al suo paese chiede a Dante il nome della sua famiglia per capire a quale fazione appartenesse,

Dante è inizialmente intimorito da Farinata degli Uberti, pur se appartenente ai ghibellini, ma avendo per lui grande rispetto e ammirazione, considera un privilegio parlargli, pur entrando in conflitto con lui perché appartenene ai ghibellini e, quindi, uomo di parte, entrambi profondamente legati a Firenze.

Dante lo informa della condanna all’esilio permanente dei ghibellini rattristando Farinata degli Uberti e gli chiede di risolvergli un dubbio circa la facoltà dei dannati di prevedere il futuro. Farinata gli spiega che i dannati vedono, sì, il futuro, ma in modo imperfetto, riuscendono a vedere gli eventi solo quando sono molto lontani.

Dopo un po’ Virgilio chiede a Dante la ragione del suo smarrimento e il discepolo svela le sue preoccupazioni. Virgilio rassicura Dante e gli promette che in Paradiso Beatrice gli fornirà ogni spiegazione relativa alla sua vita futura.

Poi si volge a sinistra e lascia le mura per imboccare un sentiero che conduce alla parte esterna del Cerchio, da dove si leva un puzzo estremamente spiacevole.

Con la Prof.ssa Calzà continueremo il viaggio di Dante e Virgilio per scoprire storie ed eventi che ci faranno conoscere l’Inferno nell’immaginario di Dante.

                                                                                             Giuseppe Romano

Malcesine, 29 Gennaio 2025

sabato 1 febbraio 2025

L'inferno nell'immaginario di Dante (1^ Parte)

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


L’inferno nell’immaginario di Dante (1^ parte)


    Nell’incontro precedente la Professoressa Luciana Calzà ci aveva “presentato” la vita di Dante Alighieri in tutte le sue sfaccettature: privata, politica, artistica, anticipandoci l’argomento successivo che avrebbe trattato: la Divina Commedia, cioè l’opera nota in tutto il mondo, vanto della cultura italiana.

    Il percorso iniziato nella scorsa lezione prosegue, pertanto, nella introduzione dell’Inferno.

    Dante presta attenzione al significato dei numeri: non a caso le terzine dell’opera sono 14223, un multiplo di 3.

     E’ ovvio che Dante si basa sulle teorie tolemaiche.

    In questa concezione la Terra si trova al centro dell’universo ed attorno ad essa ruotano il Sole, la luna e gli altri pianeti. I confini del mondo conosciuto erano: le colonne d’Ercole, a nord le regioni fredde delle tundre, ad est i monti Urali, a sud il deserto del Sahara. Lucifero è collocato alla fine della voragine che si apre sotto la città di Gerusalemme: sotto la crosta terrestre si trova la porta dell’inferno.

    L’inferno inizia esattamente dopo l’attraversamento del fiume Acheronte.

    Questo confine fisico serve a Dante per dividere il mondo dei morti da quello dei vivi. Sulla riva del fiume si intravedono le prime anime: sono riconoscibili come entità, ma trasparenti. Sono prive di materia e sono gli ignavi che, in vita, non hanno saputo fare delle scelte. Poichè per Dante è fondamentale che l’uomo faccia delle scelte, gli ignavi vengono condannati all’antinferno.

   Attraversato il fiume Acheronte, Dante e Virgilio approdano nel Primo Cerchio: Il Limbo dove si trovano le anime nate prima di Cristo.

    Proseguendo il cammino incontra gli Incontinenti: coloro, cioè che in vita non sono riusciti a contenere i loro istinti. Tra questi vi troviamo, in ordine procedendo verso il basso : lussuriosi, golosi, avari, iracondi ed accidiosi. Segue un precipizio e nel VI colloca gli eretici. Il settimo cerchio è dedicato ai violenti: contro il prossimo, contro se stessi e contro Dio. Nell’ordine verso il basso. a seguire i fraudolenti organizzati nelle bolgie. Successivamente i traditori: dei parenti, della patria, dei benefattori, degli ospiti.

   Nel fondo, conficcato nel ghiaccio vi è Lucifero.

   Il Purgatorio è l’unico regno che ha una durata temporale, è un luogo fisico. Esso è stato formato dalla terra che è stata spostata da Lucifero man mano che precipitava e creava la voragine. Nel purgatorio tutte le anime sono destinate alla salvezza: il tempo di permanenza delle anime in questa regione dipende dal tipo di peccato commesso.      Quando ci sarà il giudizio universale il Purgatorio scomparirà.

   Cosa c’è dopo la morte?

    Questa è la domanda che tutti noi ci poniamo e che Dante si è posto a suo tempo e prova a dare una risposta nell’opera da lui composta.

   Cronologia del viaggio dantesco:

   Dante è il protagonista del viaggio e al tempo stesso autore del viaggio. Inizia a scrivere nel 1304, ma nel racconto narra che il viaggio inizia nel 1300, anno del giubileo, scegliendo proprio la settimana santa di quell’anno.

I quattro sensi della scrittura dantesca:

1. Letterale : viaggio nell’aldilà;

2. Allegorico : percorso dell’anima;

3. Morale : per indicare dei principi;

4. Analogico : citazione bibliche e simbologia.

Dante e la fede:

   La sua fede passa attraverso la ragione. Si basa sulla scuola di S. Tommaso. La ragione e la fede sono due tematiche molto ricorrenti nel testo della Divina Commedia: secondo Dante è attraverso la ragione che si giunge alla fede.

Simbolismo numerico:

3: indica la trinità.

1: unità di Dio.

10: il numero dei comandamenti affidati a Mosè sul monte Sinai.

6: tema politico.

   La terzina dantesca: tre versi da undici endecasillabi legati da rima incatenata.

   La rima incatenata conduce il lettore sempre più avanti nella lettura.

Canto I°:

è il viaggio di tutta l’umanità e dei principi che dobbiamo adottare per non andare all’inferno.

L’incontro con le tre belve:

la lonza rappresenta la lussuria, il leone la superbia e la lupa la cupidigia. Sono i tre peccati che affliggono la città di Firenze.

Virgilio si offre come guida:

Ma perché Dante sceglie il poeta nato prima di Cristo?

   Nel Medioevo i monaci amanuensi trascrivevano le Bucoliche di Virgilio che erano diventate in quel periodo una tradizione medievale. Le Bucoliche fanno riferimento al periodo storico di Augusto. Inoltre, anche Virgilio, con la sua Eneide, aveva fatto compiere un viaggio negli inferi al protagonista della sua opera.

    Per queste ragioni Dante era molto legato al poeta latinoVirgilio. Anche Omero nella sua Odissea fa compiere un viaggio nell’aldilà al protagonista: la tematica dell’oltretomba è comune a molti scrittori e poeti.

   Secondo Dante la poesia nasce dal passato e dai grandi poeti latini e giunge fino ai suoi tempi. Egli si sente, infatti, di appartenere al gruppo dei poeti latini e, come loro, invoca le muse.

      Muse e memoria: Dante ci fa entrare nel meccanismo della memoria.

“ spero di ricordarmi tutto per poter ricordare”.

Enea e S. Paolo sono gli unici che hanno già compiuto il viaggio nell’oltretomba.

   L’oltretomba incuriosisce perché parlando con le anime defunte le si può interrogare sul futuro.

Canto III:

   Gli ignavi: non sono stati in grado di scegliere in vita, sono condannati ad esser puniti per l’eternità da vespe e mosconi.

   Gustavo Dorè: incisore di tutta la Divina Commedia.

   Legge del contrappasso: le pene vengono attribuite secondo un nesso logico tra il peccato che è stato commesso in modo analogo o opposto.

   Sulla porta dell’inferno c’è un cartello che giustifica la presenza dell’inferno stesso.

   Il linguaggio di Dante è molto concreto per dare consistenza fisica alle anime descritte. Secondo Dante gli ignavi non hanno speranza di morte: chi non sceglie è fortemente punito dal poeta.

Caronte: questa figura è molto simile a quella di Enea ( vv 82-99).

Altra similitudine con Ungaretti - luglio 1918 “ I soldati”.

   La caducità delle foglie di Ungaretti corrisponde alla caducità delle anime ignave.

   Corrispondenze? Plagi? Semplicemente sono delle immagini poetiche che trasversalmente attraversano il tempo e giungono fino ai nostri tempi.

Canto IV:

    Limbo: In questo luogo Dante vi colloca tutti i nati prima di Cristo. Dai grandi poeti del passato, fino ai filosofi, passando per i nati non battezzati e personaggi che si sono distinti per le loro capacità, Dante immagina che venissero richiamati da Gesù stesso e graziati. La loro unica colpa è di essere nati prima della venuta di Cristo.

    A grandi linee la Prof.ssa Calzà ci ha presentato il viaggio fra gli inferi di Dante, accompagnato da Virgilio.

    Incontrerà personaggi politici a lui noti, ma anche anime che sono state condannate all’inferno per avere vissuto l’amore e la passione in adulterio (Paolo e Francesca).

    Ci immergeremo in un viaggio misterioso ed intrigante che ci farà pensare e meditare su quell’affascinante mistero che è la nostra vita. 

 

                                                                                                       Giuseppe Romano

 

 

Un ringraziamento particolare

alla Prof.ssa Nelly Valenti per

la sua preziosa collaborazione.

 

        Malcesine, 22 Gennaio 2025

 

venerdì 24 gennaio 2025

Commento a “La leggenda dei fiori di loto” di Olimpia Palo

     Proseguendo il suo cammino culturale in favore di allievi, docenti e genitori, Olimpia Palo, dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo di Castellucchio (MN), già dirigente scolastica presso l’Istituto Comprensivo Statale di Malcesine (VR), dopo “Le formiche e le rondini”, ha pubblicato un altro libro dal titolo “La leggenda dei fiori di loto” che, come il precedente, si presenta in una forma grafica diversa dai normali testi che vengono esposti nei luoghi dove si vendono libri.

     Un messaggio che, a mio modesto parere, l’autrice vuole inviare ai suoi lettori per coinvolgerli emotivamente a nutrirsi delle storie (favole) che ha il piacere di raccontare.

     Presentato qualche giorno fa presso l’Auditorium “San Giovanni”, polo artistico culturale di origine romanica, un tempo chiesa (sec. XII) riccamente affrescata, di Torre del Benaco sul Lago di Garda, il libro si mostra con una copertina rigida, vivamente colorata e con l’immagine di un lago colmo di fiori.

     Ma è all’interno che si rimane sorpresi per la delicatezza della prefazione curata da Italo Bassotto e delle illustrazioni di Thomas Broccaioli, poi dalla storia che Olimpia Palo ci racconta con il suo stile semplice, ma forte nello stesso tempo, al fine di coinvolgere il lettore.

     Il racconto narra di un giovane mantovano (Goffredo), partito per il lontano Oriente in cerca di fortuna, dove, in un incantevole giardino fiorito di ciliegi, incontra una fanciulla di nome Hasu (Fior di loto) e se ne innamora.

     Goffredo torna a Mantova con Hasu e la fanciulla si porta un ciondolo d’oro, regalatole dalla nonna, contenente il seme di un fiore.

     I due giovani vanno ad abitare in riva al Mincio, là dove il fiume si distende in una palude che dà origine a tre laghi, in compagnia di uccellini, aironi, cigni, libellule e farfalle, ma un disgraziato giorno Hasu annega, nonostante il disperato aiuto di Goffredo, lasciandolo nella disperazione.

     Arrivata l’estate nel lago comparvero, come d’incanto, ampie foglie da dove si schiusero bellissimi fiori dai petali grandi e rosei subito battezzati, in onore di Hasu, fiori di loto.

     Ed ogni anno, in quell’angolo di paradiso che si trova nel lago superiore ubicato nel borgo di Grazie (Mantova), il miracolo si ripete.

     Una favola che Olimpia Palo, accompagnata da una libellula blu (simbolo di visione completa dell’universo), ci propone, parlandoci intimamente di amore tra popoli di diversa estrazione culturale, di emigrazione, di solidarietà, dandoci contemporaneamente tra le righe una lezione di umiltà, necessaria per relazionarci con i nostri simili.

                                            Giuseppe Romano


24/01/2025

  

venerdì 17 gennaio 2025

Dante Alighieri: Il padre della nostra lingua, ma non solo…

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


Dante Alighieri: Il padre della nostra lingua, ma non solo…


Dopo la sosta di fine anno, riprendono gli incontri, programmati dall’Università del tempo libero, al fine di continuare un interessante viaggio con argomenti vari tra i quali storia, cultura, letteratura.

Oggi la Prof.ssa Luciana Calzà ci parlerà di un personaggio, venuto al mondo nel 1265, che tanto lustro ha dato e continua a dare all’Italia per le sue opere e per essere considerato il padre della lingua italiana: Dante Alighieri.

Il grande poeta nasce a Firenze, tra il 14 maggio e il 13 giugno 1265, da una famigla di secondaria importanza all’interno dell’elite sociale fiorentina con discreta agiatezza economica.

In quegli anni Firenze trasforma il suo status politico da “Comune” a “Signoria” ed è governata dai Medici.

Dante partecipa attivamente alla torbulenta vita politica di Firenze, divisa tra Guelfi e Ghibellini, e nel 1300, dopo essere stato in missione diplomatica a San Gemignano, viene nominato Priore di Firenze per due mesi. In quegli anni il papato era governato da Papa Bonifacio VIII, che aveva il potere temporale oltre che sprituale, e i Guelfi, cosidetti “neri” lo consideravano un alleato contro il potere imperiale, mentre i “bianchi” intendevano rimanere indipendenti sia dal papa che dall’imperatore.

Dante, allora va a Roma per parlare col Papa, ma contemporaneamente i neri rientrano a Firenze proprio con l’appoggio del Papa.

Successivamente viene accusato di baratteria e concussione, condannato a pagare una ingente ammenda e bandito da Firenze. Non essendosi presentato per scontare la pena, viene condannato a morte con la confisca di tutti i beni familiari (1315).

Dante allora preferisce l’esilio e tra il 1318 e il 1320 si trasferisce a Ravenna presso Guido Novello da Polenta, accolto con benevolenza e ammirazione. Muore tra il 13 e il 14 settembre 1321 e viene sepolto a Ravenna nella Chiesa di San Pier Maggiore (oggi San Francesco) con grandi onori, dove riposa oggi.

Per quanto riguarda la vita privata possiamo dire che Dante, nato come detto, nel 1265, risiede a Firenze fino al 1302. Bandito dalla sua città per motivi politica si ritroverà a vagare di città in città fino alla sua morte.

Nonostante le scarse risorse economiche, Dante riesce ad avere una buona istruzione, frequentando anche l’Università di Bologna.

In giovane età, conosce Beatrice Portinari e se ne innamora, anche se lei è sposata con un certo De Bardi.

Intanto sposa Gemma Donati per un matrimonio combinato da cui nasceranno tre o quattro figli.

Prima della morte di Beatrice scrive diverse poesie d’amore su modello provenzale e si avvicina ai poeti fiorentini, tra cui Guido Cavalcanti con cui crea la corrente poetica dello Stilnovo.

Alla morte di Beatrice la vita di Dante si sconvolge sia nello spirito sia nella letteratura e, preso da sconforto, abbandona le poesie d’amore e si dedica agli studi di Telogia e Filosofia.

La prima opera scritta in questa fase della sua vita si intitola “Vita Nova”, che raccoglie liriche dedicate all’amore e a Beatrice. Altre
poesie di Dante sono confluite nella raccolta delle “Rime”, mentre importante è anche lo scritto filosofico “Il Convivio”, composto da quattro trattati, dei quali uno introduttivo e tre dedicati all’amore per la filosofia, alla felicità che essa dona agli uomini e alla natura della nobiltà.

Tra le opere in latino è particolarmente importante il trattato politico “De Monarchia” (1313?), nel quale Dante sostenne che il potere temporale doveva essere amministrato dall’imperatore e non dalla Chiesa.

Tra il 1304 e il 1308 scrive “Il de vulgari eloquentia” in latino e dal 1304 al 1321 l’opera che lo consacrò definitivamente al mondo intero: “Commedia” con Beatrice morta ad ispirarlo e ad accompagnarlo in Paradiso. Il Boccaccio successivamente le diede il nome di “Divina Commedia”.

Il poema, diviso in tre parti chiamate Cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso), è composto da 33 canti (tranne l’Inferno che contiene un ulteriore canto proemiale) ed è strutturato in terzine.

Il poeta narra di un viaggio immaginario, attraverso tre regni ultraterreni, che lo condurrà alla visione della Trinità.

All’inizio del viaggio nell’aldilà Dante immagina di essersi trovato in una “selva oscura” che gli impedisce di muoversi, ma Virgilio, a cui Beatrice si rivolge, lo aiuta a proseguire il cammino.

Dante inizia così il suo viaggio che anche noi inizieremo nei prossimi incontri guidati magistralmente dalla Professoressa Luciana Calzà.


Giuseppe Romano

Malcesine, 15 Gennaio 2025

 

mercoledì 1 gennaio 2025

Botti

 

     

C’è sempre un petardo

che rimane inesploso tra

quelli festosi sparati allo

scoccare della mezzanotte.


Ricorda l’anima rimasta

tra le segrete ad espiare

colpe non commesse.


All’angolo della stanza brulla

fissa la perenne luce posta ad

annientare il fisico e la mente.


Nell’etere alzano preghiere

i popoli e i governanti atti a

seminare speranze incerte.


La notte incede tra luminarie,

botti, libagioni e parole vane.


Il petardo rimane silenzioso.


Attende parole per colmare vuoti.

 

           Giuseppe Romano


1/01/2025


A Cecilia Sala arrestata a

Teheran dal regime iraniano.

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