venerdì 30 gennaio 2026

Concludiamo il nostro passaggio attraverso Il Purgatorio di Dante (III Parte)

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Concludiamo il nostro passaggio attraverso Il Purgatorio di Dante (III^ Parte).

Relatore: Prof.ssa Luciana Calzà.


Il viaggio di Dante attraverso il Purgatorio sta per giungere al termine.

La Prof.ssa Calzà ci illustra l’ultimo percorso che completerà la purificazione del poeta prima di incontrare Beatrice e che gli consentirà di salire la scala che lo condurrà al Paradiso.

Dante, Virgilio e Stazio iniziano a salire la scala che conduce al Paradiso Terrestre; il sole sta per tramontare e i tre si sdraiano a terra con Dante che, vinto dalla stanchezza, si addormenta. Il sole e la luce dell’alba lo fanno svegliare e Virgilio lo informa che, finalmente, oggi potrà ottenere quella felicità terrena cercata affannosamente dai mortali.

Queste parole riempiono di gioia Dante aiutandolo a percorrere gli ultimi gradini con grande rapidità.

Virgilio, giunti alla fine della scala, spiega al discepolo che gli sono stati mostrati sia le pene eterne dei dannati dell’Inferno sia quelle temporanee dei penitenti del Purgatorio, ma ora non può più guardare oltre con le sue solo forze. Dante vede il sole che brilla, l’erba, i fiori e le piante del giardino dell’Eden e, invitato da Virgilio, entra nel Paradiso Terrestre in attesa dell’arrivo di Beatrice. Da ora in poi non dovrà più ricevere indicazioni e dovrà affidarsi a se stesso perché Virgilio, non essendo battezzato, dovrà ritornare nel Limbo.

Dante si trova nel Paradiso terrestre, rappresentato come una bellissima foresta, ricca di profumi, ricca di pace e di silenzio. Inoltrandosi nel bosco arriva presso un fiume dal quale traspare una limpidezza che ne rivela la natura divina. Sulla sponda opposta una bellissima donna, Matelda, raccoglie fiori e canta spiegando che, al momento della Creazione, Dio donò all’uomo quel luogo che preannuncia la beatitudine eterna; l’uomo, con la sua colpa, trasformò la beatitudine in dolore non meritandosi di restare in quel Paradiso.

Nella foresta scorrono due fiumi, il Lete, le cui acque hanno la facoltà di cancellare la memoria del peccato, e l’Eunoè che, invece, restituisce il ricordo del bene compiuto in vita. Entrambi nascono da una medesima fonte voluta e creata da Dio. Il vento, invece, proviene dal movimento dei nove celi del Paradiso che girano vicino all’Eden. Matelda conclude il proprio discorso sottolineando che il Paradiso terrestre corrisponde a quell’età dell’oro che i poeti hanno sempre immaginato nella loro fantasia.

Il Lete è un fiume della Campania noto sia per la sua realtà geografica, che per la sua leggenda mitologica, noto come il “fiume dell’oblio”, da cui le anime si abbeveravano per dimenticare le vite passate prima di reincarnarsi; è celebre anche per l’omonima acqua minerale ricca di calcio e con basso contenuto di sodio, attraversa i territori di Letino, Prata Sannita e Pratella, per poi confluire nel fiume Volturno.

Virgilio nell’Eneide e Dante nel Purgatorio lo descrivono come il fiume dell’oblio, dove le anime bevono per dimenticare le loro colpe e vite precedenti.

L’Eunoè è un fiume immaginario situato in cima alla montagna del Purgatorio da Dante e la sua funzione è di restituire alle anime la memoria del bene compiuto nella vita.

Matelda, che accoglie Dante nel Paradiso terrestre, è il simbolo della felicità umana originaria prima del peccato e molti la identificano con Matilde di Canossa; inizia a camminare lungo il fiume Lete risalendolo in senso contrario, con Dante che la segue a piccoli passi. Ad un tratto si ferma e invita Dante a guardare e ad ascoltare. Un forte bagliore attraversa la foresta mentre si diffonde una dolce melodia. Inizia una lenta, festosa e solenne processione che sfila sotto gli occhi di Dante: E’ l’allegoria del manifestarsi di Dio nella storia attraverso l‘Antico Testamento, Cristo, la Chiesa e il Nuovo Testamento.

La processione è composta da ventiquattro anziani (i ventiquattro libri del Vecchio Testamento), dietro quattro animali (simbolo dei quattro vangeli) ed in mezzo un carro trionfale (simbolo della chiesa) trainato da un grifone con le ali alzate (Cristo); accanto alla ruota destra del carro avanzano tre donne (una rossa, una verde e l’altra bianca) immagine delle virtù teologali ( Fede, Speranza e Carità) e altre quattro alla sinistra, vestite di rosso, che rappresentano le virtù cardinali (Giustizia, Fortezza, Prudenza e Temperanza). Seguono altre figure di anziani che rappresentano San Luca, San Paolo, Pietro, Giovanni, Giacomo e Giuda e, infine, San Giovanni, autore dell’Apocalisse, che chiude la processione. Si ode un tuono e la processione si ferma: sta per avvenire l’incontro con Beatrice (Canto 30 del Purgatorio).

Beatrice appare tra un tripudio di fiori ed un coro di angeli, è vestita di rosso, con un mantello verde, un velo bianco che le copre il viso e una corona di ulivo, simbolo di pace e sapienza; Dante, nel vederla, viene sopraffatto dall’antica passione, resta turbato e cerca l’aiuto di Virgilio che, però, è scomparso; allora Dante scoppia a piangere. (E lo spirito mio, che già cotanto/ tempo era stato ch’a la sua presenza/ non era di stupor, tremando, affranto,// sanza de li occhi aver più conoscenza,/ per occulta virtù che da lei mosse,/ d’antico amor sentì la gran potenza.).

Beatrice rimprovera Dante con parole dure perché mentre lei era in vita si era comportato bene, dopo lei morta invece si era rivolto ad altri amori e altri interessi, abbandonando la retta via. Il poeta abbassa lo sguardo e le lacrime iniziano a scorrere copiose; per questo motivo si era resa necessaria la discesa nel Limbo al fine di chiedere a Virgilio di guidare Dante nel viaggio tra i dannati per mostrargli i loro tormenti e poi guidarlo fino a lei. E’ necessario adesso spargere lacrime di pentimento sincero e ricevere un secondo battesimo purificatore nel fiume Lete che cancellerà il ricordo del male compiuto. Beatrice insiste ancora nei rimproveri e invita a seguirla nei suoi discorsi per comprendere come la sua morte avrebbe dovuto guidarlo, comprendendo che le cose terrene sono fallaci e che si sarebbe dovuto rivolgere alle cose celesti ed eterne anzicchè dedicarsi ad altre donne e ad altri piaceri. Dante rimane muto e con gli occhi bassi e Beatrice lo invita ad alzarsi e a guardarla. La visione della fanciulla e la sua bellezza provocano nel poeta uno stordimento e un rimorso così profondo che lo fanno cadere svenuto. Ripresi i sensi, si trova immerso nel fiume Leto. Matelda lo sostiene, trascinandolo nell’acqua fino alla riva opposta, dove gli immerge il capo obbligandolo a bere, mentre il poeta ode il canto degli angeli Asperges me (“Mi aspergerai”). Ancora bagnato, viene affidato da Matelda alle quattro donne (le virtù cardinali) che, danzando intorno a lui, lo conducono davanti al grifone della processione celeste. Beatrice sta immobile e fissa la fiera. Grazie alle tre donne (le virtù teologali) riesce a scorgere il grifone che si rivela avere una duplice natura come Cristo (uomo di Dio). Poi, le tre donne supplicano Beatrice di sollevare il velo e di mostrare la divina bellezza del suo sorriso oltre a quella degli occhi. Al suo apparire Dante scrive che nessuno sarebbe capace di descriverne la suprema perfezione.

Nel canto XXXII la processione continua e Beatrice sale su un carro trionfale. La processione si ferma sotto l’albero della conoscenza del bene e del malee il grifone lega il carro all’albero che rifiorisce miracolosamente per indicare la redenzione portata da Cristo.

A questo punto Dante assiste a una visione allegorica complessa che rappresenta la storia della Chiesa.

- un’aquila (l’impero romano) piomba sul carro richiamando le persecuzioni della Chiesa nei primi secoli;

- una volpe (simbolo dell’eresia) tenta di entrare nel carro, ma viene scacciata da Beatrice;

- un drago (simbolo di Satana o della corruzione) colpisce il carro, che ne risulta danneggiato;

- infine il carro viene trasformato da una prostituta e da un gigante: la prostituta rappresenta la Chiesa corrotta, il gigante il potere politico che la domina.

Dante rimane profondamente turbato da questa visione che denuncia la decadenza morale e spirituale della Chiesa.

Con le ultime istruzioni di Beatrice si conclude il viaggio di Dante nel Purgatorio (Canto XXXIII); Dante, purificato e ormai pronto a salire al Paradiso, viene condotto da Matelda al fiume Eunoè e dopo avervi bevuto è completamente purificato, dimenticato il male (grazie al fiume Lete) e rafforzato la memoria del bene.

Il Canto si chiude con Dante puro e pronto a salire alle stelle verso il Paradiso, completando così il cammino di redenzione iniziato nell’Inferno.

(Io ritornai da la santissima/ rifatto sì come piante novelle/ rinovellate di novella fronda,/ puro e disposto a salire le stelle.//)


Dopo il viaggio attraverso l’Inferno, anche quest’anno la Prof.ssa Calzà ci ha condotto per mano per potere approfondire la nostra conoscenza della Divina Commedia.

Un percorso sempre lucido e lineare, corredato da illustrazioni antiche che hanno ancora più esplicitato il pensiero illuminato del grande poeta.


Ci aspetta il Paradiso che, siamo certi, sarà nuova fonte di istruzione per il nostro sapere.


                                                                           Giuseppe Romano


Malcesine, 28 Gennaio 2026

venerdì 23 gennaio 2026

Continuiamo il nostro cammino attraverso il Purgatorio.

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Continuiamo il nostro cammino attraverso Il Purgatorio (II^ Parte).

Relatore: Prof.ssa Luciana Calzà.


Ancora un pomeriggio con Dante e la sua Divina Commedia nella esposizione illuminante della Prof.ssa Calzà.

Il viaggio di Dante e Virgilio continua.

I due grandi Poeti, superata la Porta del Purgatorio, in cima troveranno il Paradiso Terrestre.

Nell’Antipurgatorio, come descritto nella lezione prcedente, hanno incontrato gli Spiriti distratti da cure terrene (Prìncipi), Spiriti morti violentemente, Spiriti negligenti, Spiriti morti scomunicati; alle porte del Purgatorio l’Angelo Nocchiero, che traghetta le anime appena morte verso la spiaggia dell’Antipurgatorio per sbarcarle velocemente e ripartire per un altro viaggio; nel Purgatorio, suddiviso in 7 cornici, incontreranno altre anime, ciascuna di esse punita di uno dei sette peccati capitali. I sette peccati capitali puniti nelle 7 cornici del Purgatorio sono, a cominciare dai più gravi fino a quelli meno gravi: la superbia, l’invidia, l’ira, l’accidia, l’avarizia, la gola e la lussuria; per la Chiesa sono i peccati più gravi.

Giunti alle soglie della valletta dei prìncipi negligenti, Dante e Virgilio incontrano Sordello da Goito, importante trovatore italiano, nato agli inizi del XIII secolo, il quale, non appena apprende che anche il poeta latino è originario della sua stessa città, lo abbraccia festosamente. Tale gesto colpisce molto Dante che prorompe in una violenta invettiva contro l’Italia del Trecento i cui cittadini sono perennemente in guerra tra di loro e spesso le lotte divampano anche all’interno dello stesso Comune.

Il poeta attribuisce tale situazione di instabilità politica e di anarchia all’assenza di un potere centrale, che secondo lui dovrebbe essere occupato dall’imperatore ed accusa i membri della casata degli Asburgo, colpevoli di trascurare l’Italia per “cupidigia” dei loro possessi tedeschi. Il frazionamento del potere comunale non assicura il rispetto delle leggi ed è la fonte del suo esilio da Firenze. Il VI° Canto è di argomento politico ed è noto per i versi che risuonano come violenti schiaffi a tutti i politici del suo tempo: “Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave senza nocchiero in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello!”.

Per Dante, Firenze ed fiorentini saranno contenti di questa digressione perché loro sono a conoscenza della reale situazione e non accettano incarichi pubblici.

In cammino sopraggiunge la sera, un’ora che riempie di nostalgia chi è lontano dalla propria terra. Un’anima si volge ad oriente con le mani giunte e intona un dolce canto (Te lucis ante); dal cielo scendono due angeli con vesti e ali di colore verde e si posano ai lati opposti della valletta per difendere, come spiega Sordello, gli spiriti dal serpente che sta per arrivare. Dante si accorge che uno spirito lo sta fissando: è l’amico Nino Visconti, nipote del Conte Ugolino da lui incontrato nell’Inferno.


Il Canto IX della Divina Commedia apre un nuovo punto simbolo del viaggio di Dante e Virgilio: La Porta del Purgatorio. L’ingresso è parte del percorso di purificazione dei due poeti, è custodito da un angelo e si accede tramite tre gradini (esame di coscienza, confessione, riparazione) e due chiavi (potere divino e sapienza sacerdotale) che aprono la porta.

Sulla fronte di Dante vengono incise sette “P” per i peccati capitali”, dopo essere stato trasportato in sogno alla porta da Santa Lucia (che simboleggia la grazia illuminante)

Sulla porta del Purgatorio non vi è alcuna scritta perché qui regna la speranza della salvezza, del pentimento e della redenzione. Aperta la porta con le due chiavi (una d’argento, che simboleggia il giudizio, e una d’oro, simbolo dell’autorità divina), si sente il canto del Te Deum quale Inno di ringraziamento per accogliere i pellegrini nel regno della purificazione; l’angelo invita i poeti ad entrare con un severo ammonimento: chiunque si volti indietro a guardare ciò che ha lasciato, tornerà fuori immediatamente.

Nella I^ cornice Dante trova i superbi che in vita peccarono di presunzione. Essi espiano la loro arroganza portando massi pesanti sulla schiena; camminano curvi e recitano il Padre Nostro per imparare l’umiltà, sono costretti a tenere lo sguardo basso e a lodare Dio per contrastare la loro passata presunzione.

Dante dialoga con tre figure che rappresentano diverse declinazioni di superbia: Omberto Aldobrandeschi, Oderisi da Gubbio e Provenzan Salvani che rappresentano a Dante le loro origini ed i peccati di superbia che li hanno destinati al Purgatorio (Canti X – XI – XII).

Sulle pareti delle cornici sono scolpiti esempi di umiltà (come l’Annunciazione), mentre sui pavimenti sono raffigurati esempi di superbia punita che i penitenti calpestano guardando in basso.

Al termine del percorso, l’Angelo dell’Umiltà cancella dalla fronte di Dante la prima delle sette “P”, rendendo la salita verso la cornice successiva più leggera.

Nei Canti XIII e XIV Dante parla dell’invidia. E’ vista come vizio che genera discordia, che impedisce di gioire del bene altrui e come forma di malevolenza che si oppone alla carità e all’amore di Dio. Gli invidiosi sono le anime punite nella seconda cornice del Purgatorio con gli occhi cuciti da filo di ferro perché in vita hanno guardato con malizia il bene altrui, subendo il contrappasso di non vedere più bene, piangendo lacrime attraverso le cuciture e pregando i Santi per chiedere carità e speranza.

Il contrappasso perchè l’invidioso prova piacere nel vedere le sventure altrui e soffre nel vederne la felicità: la loro punizione che consiste nell’avere gli occhi cuciti con fili di ferro, sono vestiti di cilicio e si sostengono a vicenda come i ciechi che chiedono l’elemosima, simboleggiando la solidarietà che non hanno avuto in vita.

Nei Canti XV e XVI è l’ira protagonista e Dante pone gli iracondi nella terza cornice; le anime scontano la pena immersi in un denso e acre fumo che acceca loro la vista, causando un’esperienza sensoriale simile alla cecità. Questo buio è paragonato all’oscurità infernale o a una notte senza stelle, ed è descritto come estremamente irritante. Il contrappasso è una punizione per analogia: come in vita l’ira ha annebbiato la loro mente e impedito loro di vedere la realtà e la luce della ragione, così ora nell’aldilà sono fisicamente accecati dal fumo.

Mentre si trovano in questa cornice, Dante e Virgilio incontrano Marco Lombardo, saggio cortigiano col quale Dante intrattiene una profonda discussione sul libero arbitrio e sulla corruzione politica e morale dell’Italia del suo tempo. Marco spiega che se le azioni umane fossero determinate dal Cielo, il libero arbitrio sarebbe distrutto e non sarebbe giusto premiare la virtù e punire le colpe. Il Cielo fornisce l’impulso iniziale, ma l’uomo, dotato di ragione ed intelletto, può vincere le influenze astrali e scegliere il bene.

La vera causa della corruzione è la mancanza di una guida forte e la mescolanza fra potere spiritale (Chiesa) e temporale (Impero).

La Chiesa, invece di guidare, si è dedita ai beni terreni, allontanando gli uomini dalle virtù.

Il mondo è davvero del tutto abbandonato da ogni virtù, invaso e ricoperto dalla malvagità e Dante chiede di sapere se questo abbandono sia da attribuire al cielo o alla responsabilità degli uomini.

Marco risponde che non tutto può essere attribuito al cielo e che se tutto fosse così non esisterebbe il libero arbitrio anche perché al genere umano è data facoltà di distinguere il bene dal male.

Il dialogo sottolinea l’importanza della responsabilità individuale e della necessità di un giusto ordine politico e morale.

Dante solleva un dubbio fondamentale: Se l’amore è un’inclinazione naturale e necessaria verso ciò che piace, come può l’uomo avere merito o colpa?

Virgilio risponde che, sebbene il primo impulso sia innato e non libero (come l’istinto delle api di fare il miele), l’uomo possiede la ragione. Questa facoltà ha il compito di vagliare i desideri, accogliendo quelli buoni e frenando quelli malvagi.

Il libero arbitrio è il fondamento della moralità e della capacità di scelta, ma Virgilio, per approfondimenti che superano i limiti della ragione umana, rimanda a Beatrice, simbolo della Grazia e della Teologia.

Nella IV Cornice (Canti XVIII e XIX) Dante incontra gli accidiosi che in vita furono pigri o tiepidi nel perseguire il bene spirituale.

Per contrappasso, ora corrono freneticamente senza sosta, incitandosi per recuperare il tempo perduto e vengono ricordati coloro che fallirono per pigrizia, come gli Ebrei che non arrivarono alla Terra Promessa o i compagni di Enea che rimasero in Sicilia.

Dante, stanco e immerso in pensieri confusi, scivola gradualmente in un sonno profondo.

Nel canto XX la dimensione teologica e morale si unisce a quella storica e politica con le anime degli avari e dei prodighi che espiano le loro colpe. L’anima guida è quella di Ugo Capeto, fondatore della dinastia francese che rappresenta la degenerazione del potere temporale subordinato non più a ideali di giustizia e servizio, ma a ricchezza, dominio e sangue.

L’anima non si limita a raccontare la propria vita, ma denuncia le nefandezze compiute dai suoi discendenti: assassinii, tradimenti, usurpazioni e soprusi perpetrati per interessi economici.

Una vera e propria invettiva storica che descrive come l’avidità abbia distrutto il senso del potere come servizio e come i re abbiano tradito la loro missione, trasformando il trono in un mezzo per il dominio e non per la giustizia, con le anime distese per terra, rivolte prone e con le mani e il volto premuti contro la roccia.

Dante, benchè desideroso di continuare il colloquio, si allontana insieme a Virgilio; i due camminano rasentando la roccia per evitare i penitenti distesi a terra e Dante scaglia una invettiva contro la “antica lupa” che simboleggia la cupidigia.

L’invocazione alla giustizia divina che chiude il discorso di Ugo Capeto è un grido potente e drammatico, con la speranza di un rinnovamento, di una restaurazione dell’ordine morale, di un ritorno alla verità.

All’improvviso appare un’anima – quella di Stazio (poeta romano nato a Napoli intorno al 45 d.C. e morto il 96 circa) - che segue i due poeti intenti a camminare tra i penitenti. Augura loro la pace e Virgilio augura all’anima di raggiungere la salvezza. Stazio si aggrega a Dante e Virgilio fino al Paradiso Terrestre.

Nella VI cornice Dante incontra le anime dei golosi che subiscono una pena per contrasto: Sono ridotte a una magrezza estrema, apparendo come scheletri tanto che Dante non li riconosce. Sono continuamente stimolati dal profumo di frutti dolci che pendono da due alberi particolari e dal rumore di un’acqua limpida che scorre su di essi. Tuttavia non possono toccare nulla, rendendo il loro patimento una purificazione divina.

Nella cornice si trovano due alberi simbolici e Dante sente una voce tra i rami del primo albero che dichiara gli esempi di temperanza, ovvero quelli di Maria che invitò Gesù a compiere il miracolo delle nozze di Cana, delle donne dell’antica Roma che si accontentavano sobriamente di bere acqua, del profeta Daniele che si rifiutò i cibi della mensa regale babilonese, dell’età dell’oro in cui la fame e la sete resero appetibili le ghiande e le acque dei ruscelli, di Giovanni Battista che nel deserto su nutrì di miele e locuste. Gli esempi di gola punita verranno dichiarati da un’altra voce vicino al secondo albero e sono relativi ai centauri che alle nozze di Piritoo e Ippodamia si ubriacarono e tentarono di far violenza alla sposa venendo uccisi da Teseo.

Al centro del canto si colloca uno degli episodi più toccanti del Purgatorio: l’incontro tra Dante e Forese Donati. Amico stretto di Dante e poeta, Forese spiega la condizione dei penitenti e loda la moglie Nella che, con le sue preghiere, gli ha abbreviato il tempo di permanenza in Purgatorio. All’interno del dialogo con Forese, Dante inserisce una critica aspra alla Firenze del suo tempo, come già fatto in precedenti occasioni.

Nella cornice dei golosi Dante incontra anche il poeta lucchese Bonagiunta Orbicciani e Papa Martino, noto per la sua predilizione per le anguille di Bolsena affogate nella vernaccia.

Prima di lasciare la Cornice, Dante incontra l'Angelo della temperanza che cancella la sesta P dalla sua fronte per proseguire il cammino verso la Cornice dei lussuriosi.

Il Canto XXV del Purgatorio si svolge nella settima cornice, dove espiano le anime dei lussuriosi che camminano in mezzo alle fiamme, come contrappasso per essersi lasciati travolgere in vita dalla passione amorosa.

La parete rocciosa sprigiona una fiamma che occupa tutto il girone, consentendo solo uno stretto passaggio; i poeti sono pertanto costretti a camminare sul bordo uno dietro l’altro, per evitare di cadere nel fuoco o giù dal monte.

Il corpo di Dante proietta ombra sul fuoco, rendendola più rossa, rivelando così alle anime che egli è vivo. Una delle anime si fa coraggio e gliene chiede ragione, ma proprio in quel momento, dalla parte opposta, arriva un’altra schiera di anime. Incrociandosi, le anime delle due schiere si baciano festosamente.

Passata la schiera dei sodomiti, l’altra si accosta a Dante e un’anima chiede perché il suo corpo interrompe i raggi del sole: Dante spiega che egli è vivo e che sta facendo il viaggio per purificarsi dei suoi peccati e raggiungere, con la visione finale di Dio in Paradiso, la salvezza.

Augurando loro di raggiungere presto la beatidudine, Dante chiede di rivelare i loro nomi per poterne scrivere al suo ritorno sulla Terra.

Una delle anime gli rivela di essere Guido Guinizzelli che si è pentito prima di morire ed è per questo motivo che si trova in quel luogo; Dante vorrebbe abbracciarlo e Guido lo ringrazia dicendogli che non dimenticherà mai le sue parole e lo prega di recitare per lui davanti a Cristo parte del Padre Nostro perché i penitenti non possono peccare e dunque non sono esposti alle tentazioni. Poi scompare nel fuoco purificatore.

Per arrivare al Paradiso Terrestre Dante deve attraversare un muro di fuoco. Il muro si trova alla fine della settima cornice, dove i lussuriosi espiano le proprie colpe. L’Angelo della Castità appare fuori dalle fiamme cantando e invita i tre poeti (Dante, Virgilio e Stazio) a entrare nel fuoco.

Dante, terrorizzato, si rifiuta e si convince solo quando Virgilio gli ricorda che al di là di quel muro lo attende Beatrice.

                                                                                   Giuseppe Romano


Malcesine, 21 Gennaio 2026

venerdì 16 gennaio 2026

"Palermo silente" di Fabrizio Avena

 

Un nuovo viaggio fotografico coinvolge Fabrizio Avena, artista palermitano che vive e lavora a Verona.

Nel suo continuo itinerario in bianco e nero attraverso l’Italia, ci ha sempre proposto le bellezze artistiche di una nazione che, con il suo patrimonio, è diventata testimone nel mondo della cultura che ha trasformato nei secoli la società.

Con “Palermo silente” l’artista torna alle origini, immergendosi, con umiltà, ma con tanto amore, tra le viscere di una città che lo ha visto bambino, riscoprendo vicoli e monumenti, chiese e palazzi, descrivendo le origini storiche di una città e di un popolo che affonda le sue radici nella preistoria, una città fondata dai Fenici tra il VII e il VI secolo A. C., abitata e dominata da numerosi popoli che hanno lasciato tutti un segno indelebile nei monumenti e nella popolazione indigena.

Ed ecco, allora, i mercati storici della Città, Ballarò e la Vucciria, mercato quest’ultimo splendidamente immortalato da Renato Guttuso in una tela del 1974, con le merci esposte per attrarre i clienti, il fumo emanato dalle carni poste ad arrostire, l’andare e venire della gente.

E percepisci le grida in dialetto di acquirenti e venditori, in un continuo movimento che ti ricorda il cuore di una Città che ami anche se sei lontano da essa.

E poi i particolari delle statue poste a guardia delle fontane, la Cattedrale, il Teatro Massimo, le bellezze di un luogo che non smette mai di stupire.

Palermo, città di mare, con il suo porto e le sue darsene, i vicoli che ti portano al mare, la storia raccontata dai suoi palazzi antichi, eppure attuali e vivi.

E’ un crescendo che ti fa amare questa città, fino a Monte Pellegrino, luogo sacro simbolo di Palermo per la sua Santuzza (Santa Rosalia), sempre nel cuore dei palermitani che l’hanno eletta a loro protettrice.

Un viaggio che si chiude con alcune immagini del paesaggio della Provincia di Palermo per testimoniare il legame indissolubile con l’area urbana, e del mare visto dal Foro Italico con sullo sfondo Monte Pellegrino, da sempre simbolo di Palermo.


                                                                         Giuseppe Romano

Malcesine, 14/01/2026

giovedì 15 gennaio 2026

Proseguiamo la nostra lettura della Commedia: Il Purgatorio (I^ Parte)

 

UNIVERSITA’ DEL TEMPO LIBERO

MALCESINE – PALAZZO DEI CAPITANI


ANNO ACCADEMICO 2025-2026


- Proseguiamo la nostra lettura della Commedia: Il Purgatorio (I^ Parte).

Relatore: Prof.ssa Luciana Calzà.


Il viaggio continua.

Dante, lasciato l’Inferno, si appresta a raggiungere, sempre con il suo Maestro Virgilio, il Purgatorio.

E’ di ciò che la Prof.ssa Calzà ci parla oggi, con la consueta competenza, alla lezione programmata dall’Università del tempo libero per l’Anno Accademico 2025 – 2026.

Premessa necessaria sapere cosa si intende per Purgatorio.

Mentre l’Inferno riceve le anime senza redenzione, il Purgatorio riceve le anime che, pur avendo peccato, si sono pentite. Inoltre non è un regno eterno, ma è destinato a finire con la fine del mondo, con le anime lì collocate destinate a salvarsi.

Detto che nelle Sacre Scritture non si parla di Purgatorio, secondo Dante il Purgatorio era un’altissima montagna a forma di cono, situata su un’isola al centro dell’emisfero australe agli antipodi di Gerusalemme, composto da Antipurgatorio, sette cornici e il Paradiso Terrestre sulla cima, dove le anime si purificavano cantando e procedendo verso l’alto, dal peccato più grave (base) a quello più lieve (cima).

La possibilità di espiare i peccati veniali dopo la morte fu argomento di discussione fra molti teologi della Chiesa del 1500 e la vendita delle indulgenze praticata dai Papi Giulio II e Leone X favorì varie posizioni critiche fino allo scisma dal cattolicesimo ufficializzato nel 1521.

Martin Lutero (1483 - 1546), teologo tedesco, fu il principale riformatore religioso iniziando il protestantesimo con la conseguenza della scomunica e il successivo scisma dalla Chiesa Cattolica.


Il Purgatorio di Dante, come detto, era suddiviso in sette cornici, nelle quali si espiano i sette peccati capitali: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria.

In apertura l’Antipurgatorio e in chiusura il Paradiso terrestre. Costruito specularmente all’Inferno, l’ordine dei peccati risulta capovolto: il cammino di Dante è infatti dal peccato più grave a quello più lieve. Custode del Purgatorio è Catone l’Uticense che viene presentato nel I° Canto ed è scelto da Dante per essere simbolo del valore morale della libertà politica; in ogni cornice c’è un custode angelico (rappresentante dell’esercito di Dio).

Nessuna anima può uscire dall’Inferno, solo Dante e Virgilio vi riescono per la somma bontà di Dio che consente loro di proseguire il viaggio per il Purgatorio.

L’Antipurgatorio comprende la parte più ripida della montagna, accoglie le anime dei negligenti (pentiti in punto di morte), gli scomunicati, i pigri a pentirsi, i morti di morte violenta, i prìncipi che in vita si dedicarono più alle cure della politica che a quelle dell’anima. Queste anime devono attendere un certo periodo prima di accedere al Purgatorio a seconda dei peccati che li hanno condannati. Gli angeli hanno un ruolo importante e accompagnano i defunti da un luogo all’altro, confortandoli, combattendo il maligno, con San Michele Arcangelo che è il capo delle milizie celesti e custode della giustizia. L’Angelo Nocchiero traghetta le anime sulla barca e l’Angelo Portiere segna le fronti con le P per simboleggiare i peccati da espiare; a guardia dell’Antipurgatorio Marco Porcio Catone l’Uticense che rappresenta la sintesi di etica stoica, diritto naturale e libertà morale. Morto suicida e non cristiano dovrebbe trovarsi nel Limbo, ma Dante lo erge a custode del cammino della purificazione per la sua funzione giuridica, morale e politica, incarnando la suprema testimonianza di libertà. L’atto di Catone, pur suicida, è segno di un sacrificio superiore, di una fedeltà alla legge della libertà che trova il suo compimento non nella morte, ma nella custodia di coloro che intraprendono il cammino verso la vita eterna.

Catone viene presentato da Dante come colui che custodisce il Purgatorio con questi versi: “Libertà va cercando, ch’è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta”; e pertanto un uomo che si uccide per preservare la libertà merita di esserne il custode.

Dante, fuggiasco da Firenze per motivi politici, si rivede, quindi, in Catone che, nemico del tiranno Cesare, si toglie la vita per opporsi, con questo gesto estremo, al tiranno.

Dopo che Virgilio spiega a Catone i motivi che hanno ispirato il cammino di Dante iniziato con l’Inferno, prima di affrontare la salita, questi prescrive a Dante un duplice rito necessario per presentarsi all’angelo guardiano: detergere il volto con la rugiada per eliminare la sporcizia e la caligine dell’Inferno e cingere i fianchi con un giunco per resistere alla spiaggia e alla forza del mare.

Intanto approda una barca che conduce alcune anime destinate al Purgatorio; all’arrivo un’anima vorrebbe abbracciare Dante che non riesce a farlo poiché l’anima non ha un corpo, ma é eterea; trattasi di Casella, musico e cantore fiorentino, amico di Dante. I due si fermano a parlare fino a quando Catone li invita a proseguire il cammino.

Dante e Virgilio riprendono a salire e incontrano Manfredi, figlio di Federico II di Hohenstaufen, che narra a Dante della battaglia di Benevento e del suo corpo dissepolto e disperso dal vescovo di Coaenza. Proseguendo nel loro cammino, Dante e Virgilio incontrano i morti di morte violenta, tra i quali Iacopo del Cassero, ucciso per volere di Azzo III Bonconte da Montefeltro e Pia de’ Tolomei, uccisa dal marito. Le anime, accorgendosi che Dante è vivo, lo pregano di raccontare di loro ai vivi.

Si è giunti al Canto VI del Purgatorio. Dante incontra anime dei morti per violenza tra i quali Compare Sordello di Goito, poeta mantovano come Virgilio. Scoperto che Virgilio è suo concittadino lo accoglie con grande affetto; il gesto commuove Dante che riflette amaramente sulla situazione politica dell’Italia. Segue l’invettiva contro l’Italia, descritta come una nave senza guida, lacerata da lotte interne, incapace di trovare pace.


Al prossimo incontro la Prof.ssa Calzà approfondirà questo Canto che si può definire politico, frutto dei tempi vissuti, anche personalmente, da Dante. 

 

                                                                          Giuseppe Romano


Malcesine, 14 Gennaio 2026

mercoledì 31 dicembre 2025

Alcune riflessioni su "La perfezione non è un dettaglio" di Fabrizio Avena

 

Fabrizio Avena, artista palermitano che vive e lavora a Verona, ha voluto portarci a conoscenza del suo viaggio attraverso l’Italia con una splendida opera fotografica che racconta i luoghi che fanno parte della sua vita e della sua cultura descrivendo, per immagini, i monumenti e le bellezze artistiche che sono patrimonio della nostra Nazione e che contribuiscono a incrementare il turismo nazionale e internazionale.

Il titolo “La perfezione non è un dettaglio” ci anticipa i temi affrontati dall’autore con la fotografia, descrivendo dettagli che non vengono percepiti dal visitatore “normale”, ma rappresentano, invece, l’essenza dell’opera fotografata.

Rigorosamente in bianco e nero (ad eccezione solo di alcune foto a colori che segnano il percorso artistico dell’Autore, tra le quali, – Statua equestre di Cangrande della Scala, Donna con vestito lungo, Castelvecchio a Verona – Annunciata di Antonello da Messina, Cappella Palatina a Palermo), le foto raccontano i luoghi vissuti o visitati dall’Autore (Verona, Mantova, Sabbioneta, Venezia, Padova, Palermo, Area archeologica del Monte Jato, Solunto, Milano, Sciacca, Agrigento, Lago di Garda), con un gioco di ombre che pongono in evidenza particolari che esaltano e rivalutano il luogo o l’oggetto fotografato. A completamento di ogni opera l’Autore, con un breve commento, chiarisce al lettore luogo e personaggi fotografati descrivendo anche l’attimo che lo ha ispirato a immortalare quanto da lui visto.


Ripercorrendo l’intera opera non possiamo non menzionare, per ogni città menzionata, alcune foto che, più di altre, suscitano, a parere dello scrivente, bellezza ed emozione al lettore:

                                                                      Verona


Riflessi di una vetrina; Raggi di una bicicletta con l’Arena sullo sfondo; I luoghi di Giulietta e Romeo; Castelvecchio.


                                                                     Mantova


La torre dell’Orologio; Palazzo Ducale; Palazzo Te.


                                                                      Sabbioneta


Sculture equestri; Il teatro.


                                                                      Venezia


S. Marco; Palazzo Ducale; i canali e le gondole; Ponte Rialto; Preti che guardano davanti ad una chiesa; Le maschere.


                                                                     Milano


Il Duomo; La città.


                                                                    Padova


La Basilica di Sant’Antonio; Tempio di San Sebastiano.


                                                                   Palermo


Vista notturna dall’alto; Cappella Palatina; La Vucciria; Ponte dell’Ammiraglio; Fontana Pretoria; Porta Felice.


                                                                                  Monte Jato e Solunto


Teatro della Città di Jato; Resti archeologici.


                                                                    Sciacca


La Vallata; Il castello incantanto; L’isola Ferdinandea.


                                                                    Agrigento


La Valle dei Templi; La villa di Piazza Armerina.


                                                                    Lago di Garda


Castello di Sirmione; Le grotte di Catullo; Peschiera e Lazise; Val di Sogno a Malcesine; il Castello di Malcesine con particolari del borgo.


Un viaggio intenso ed emozionante che mi ha coinvolto.

La fotografia di Fabrizio Avena parla di luoghi, di arte, di popoli.

Testimonia il trascorrere del tempo e la migrazione di genti da una terra all’altra ed i particolari, visualizzati nelle foto, sono il frutto del genio di artisti che hanno fissato, con la loro arte, il loro tempo ed hanno consentito a noi che viviamo questo secolo di ricostruire le società che, nei secoli, ci hanno preceduto.


                                                                                     Giuseppe Romano

      Malcesine, 30/12/2025

giovedì 25 dicembre 2025

Un altro Natale

 

Era Natale anche per noi che

correvamo, gli abiti di festa,

con le sedie in mano a caccia

di posti nella angusta chiesa

custode di anime innocenti.


I signori a mostrare le pellicce

che non servivano nell’inverno

fenice e misterioso in prima fila.


Dopo i signori, si poteva baciare

il piede del bambino per lucrare

indulgenze e, forse, il Paradiso.


Le stelle a illuminare la stalla e il

cielo per quel bambino deputato

a salvare le anime dell'universo.


Anche adesso è Natale, la gente

a credere nei sogni, inseguendo

le luminarie e gli effimeri regali.


In oriente le terre sono colorate

dal sangue di anonimi preda di

mercanti senza cuore che fanno

guerre e danni a popoli spogliati.

E, nel silenzio di giornate fredde,

scopri un’ombra che, sordida, nega

accoglienza a bimbi, giunti da terre

aliene colpite da fame e guerra, rei

di pregare un Dio di diverso nome.


E’ Natale. Un bimbo silente piange.


                               Giuseppe Romano


24/12/2025


domenica 21 dicembre 2025

La visita

 

Se venissi a trovarti,

senza che tu lo sapessi,

ti troverei con i capelli

sciolti, come io sogno di

guardarti, senza rossetto

sulle labbra e gli occhi

colore di giada liberi da

trucchi maliziosi.


Arrossiresti per la sorpresa, il

cuore pronto a battere di gioia,

le ciabatte poste all’angolo

in attesa dei tuoi piedi nudi

pronti ad arare il pavimento

freddo della stanza.

Forse abbracceresti il mio avido

corpo, che freme di nostalgie

sepolte negli armadi polverosi,

abbagliato da semplici parole.


Infine un grazie per la visita

improvvisa e subito le scuse

per informare che il tempo

tiranno non consente di navigare

canali occupati da barche obsolete.


All’angolo della stanza, l’albero

di Natale ancora spento che ospita

pacchetti con regali da scoprire.


                           Giuseppe Romano

21/12/2025


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