Raccolgo le fila del mio essere,
rivedo la luce col lampione e la
terra, a volte arida a volte umida,
che dà la vita all’albero di cedro e
al gelso che, maestoso e ombroso,
custodisce la strada sterrata e l’aia,
pronta ad ascoltare parole vane che
non riempiono domani da scoprire.
Il mio corpo non ancora deputato
a mirare stelle, eppure già nutrito
da mia madre con sforzo e amore.
Solo città dirute dalla guerra, morti
ancora da contare sul suolo amico,
nazione da fondare e la speranza di
vedere l’alba con la fine dell’inferno.
Ma dalle macerie sorge sempre il sole;
il popolo, chiamato a decidere il futuro
con il voto, segnava una nuova linea di
nazione e con le donne, che ci donano
la vita e ci proteggono, a partecipare in
massa la prima volta con anima gioiosa.
Un mesetto dopo nascevo anch’io, suono
delle campane a festa per Santa Rosalia e
un bimbo nato da una madre appena sposa
e la prole di una donna in cielo da accudire.
Per intanto la Repubblica cresceva a passi
lenti per rimarginare le ferite, non scordare
la storia, piantare il sacro seme della pace.
Crescevo e imparavo lento le parole, terre
lontane facevano parte del mio mondo e la
vita assaporava lacrime di gioia e di dolore.
Giorni e notti in alternanza, luci e ombre si
danno il cambio indifferenti agli umori che
investono sempre anime dannate e amabili.
La Repubblica e l’emigrante che insegue la
speranza del vivere normale, in compagnia
del vento e della pioggia, con la neve e con
sole a giorni alterni, conquistano anno dopo
anno ottanta primavere che sanno di vissuto,
di speranza e di futuro da vivere con i sogni
della notte, liberi dal buio che navi, condotte
da finti timonieri, le ciglia finte ad incantare
il mondo, disseminano alla deriva senza meta.
Giuseppe Romano
1/06/2026
Il 2/06/2026 l’Italia festeggia
Ottant’anni ed io dopo un mese e mezzo.